Nasce un nuovo movimento della diaspora
(RNS) – Un gruppo di sinagoghe, organizzazioni no profit e piccole comunità di preghiera a guida laica, in precedenza ai margini dell’establishment ebraico, hanno dato vita a una nuova associazione allo scopo di promuovere meglio la loro visione emergente dell’ebraismo nel 21. secolo.
L’associazione, il Jewish Diaspora Movement (Movimento della diaspora ebraica), lanciata lunedì 18 maggio, riunisce 40 gruppi, ubicati per lo più in America del Nord, che condividono il rifiuto dell’ebraismo etno-nazionalista di Israele. Pur non essendo esplicitamente antisionista, l’associazione si impegna a mettere al centro la diaspora, piuttosto che Israele, e a lavorare per la liberazione di tutti i popoli. È quanto è stato affermato all’annuncio della sua fondazione. “Casa nostra è ovunque ci troviamo nel mondo intero e respingiamo la visione di un ebraismo stato-centrico, militarista, etno-nazionalista”, si legge in un comunicato che annuncia la nuova associazione.
Il “minyan fondatore”, ovvero il quorum di gruppi raccolti sotto la nuova sigla, annovera tra gli altri Jewish Voice for Peace (Voce ebraica per la pace), la più grande organizzazione antisionista degli Stati Uniti, e Rabbis for Ceasefire (Rabbini per il cessate il fuoco), una coalizione di rabbini sorta in risposta alla guerra di Israele contro Gaza. Include inoltre una costellazione di sinagoghe e gruppi di preghiera, o chavurot, emersi in città come Boston, Chicago, Cleveland, Hartford, Minneapolis, New York, Los Angeles e Pittsburgh.
Il Jewish Diaspora Movement era in cantiere da diversi anni e rappresenta un ulteriore segnale che il consenso che ha posto il sionismo al centro dell’identità ebraica è crollato. Un sondaggio del 2025, condotto dall’organizzazione ombrello Jewish Federations of North America (Federazioni ebraiche dell’America del Nord), mostra che solo circa un terzo degli ebrei statunitensi in età compresa tra i 18 e i 34 anni si identifica come “sionista” - una percentuale inferiore rispetto ai sondaggi precedenti, sebbene la maggioranza degli ebrei continui a sostenere il diritto di esistere dello Stato di Israele.
Il movimento ha visto la luce anche in reazione al sostegno incondizionato che le istituzioni ebraiche tradizionali degli Stati Uniti hanno accordato a Israele. “Stiamo mostrando che non siamo una sorta di anomalia isolata, che va oltre ciò che oggi è considerato ‘normale’ per l’ebraismo”, ha detto il rabbino Andrue Kahn, direttore esecutivo dell’American Council for Judaism, uno dei membri fondatori, impegnato a trovare una via etica per l’ebraismo: “Siamo una vasta rete di organizzazioni che sostengono gli stessi valori”.
A differenza delle organizzazioni tradizionali il movimento è strutturato in modo democratico e orizzontale. Non c’è un vertice dirigenziale. Le decisioni di peso vengono prese mediante referendum tra le organizzazioni aderenti. La gestione ordinaria verrà affidata a comitati e circoli. Nella quotidianità l’associazione sarà guidata da un “consiglio dei portavoce”. Attualmente non c’è personale retribuito, ma potrebbe esserci in futuro.
La rabbina Alissa Wise, tra i fondatori, ha detto di attendersi una crescita del movimento, che oltre ai 40 gruppi iniziali arrivi a includere fino a 200 e più organizzazioni ebraiche in tutto il mondo. “L’auspicio è che il lancio del movimento sia una chiamata all’azione”, ha detto Wise. “Alcune organizzazioni dovranno correre un rischio se vogliamo avere un futuro diverso”.
Il movimento non è pensato come una denominazione e non intende escludere sinagoghe affiliate ai movimenti riformato, conservatore e ortodosso negli Stati Uniti. Tra le prime sinagoghe a unirsi c’è Kolot Chayeinu/Voices of Our Lives, una sinagoga indipendente di Brooklyn e una delle congregazioni più progressiste di New York, con oltre 400 famiglie tra i propri membri. La sinagoga, che ha schierato molti sostenitori nella vittoriosa campagna elettorale di Zohran Mamdani a New York, non prende posizione sul sionismo e accoglie intenzionalmente persone di ogni orientamento. “L’isolamento ha lasciato un segno profondo, non soltanto sulla nostra congregazione o sulla comunità ebraica, ma sulla nostra nazione e su molti nel mondo”, ha detto il rabbino Sam Kates-Goldman di Kolot Chayeinu. “Quel senso di connessione con altri che condividono i nostri valori, ma ancor di più che si interrogano sulle stesse domande: credo che sia questo uno dei principali motivi di interesse”. (Da: RNS; trad.: G. M. Schmitt)