Alla fine di maggio 2026 la Chiesa evangelica riformata in Svizzera (CERiS) ha pubblicato una presa di posizione intitolata: “Contro l’antisemitismo nella chiesa e nella società”. Essa fa riferimento, tra gli altri, a un documento più ampio della Chiesa evangelica riformata del canton Zurigo: “Per una chiesa riformata senza antisemitismo”. Di seguito, alcune riflessioni al riguardo.
In linea di principio è sicuramente importante che le chiese si oppongano sempre di nuovo all’antisemitismo. Entrambi i documenti lo fanno, in parte in modo dettagliato e con un appello urgente rivolto anche alle stesse chiese. Tuttavia, è doveroso a questo punto fare alcune osservazioni.
Se si relativizza il conflitto in Israele e Palestina, nel senso che si sollecita il ricorso a “un linguaggio differenziato, informato e responsabile” perché il tema sarebbe “estremamente complesso”, si rimuove il fatto che, nonostante una storia articolata, si tratta fondamentalmente di un colonialismo di insediamento in cui l’immigrazione ebraica e la conquista della Palestina sono avvenute e avvengono a spese della popolazione indigena. Parliamo di pulizia etnica della Palestina (vedi il saggio dello storico israeliano Ilan Pappé), di occupazione militare in corso, della progressiva colonizzazione e frammentazione insediativa in Cisgiordania, del blocco della Striscia di Gaza che perdura da anni, e così via. Si può, alla luce di tutto questo, restare semplicemente neutrali in nome di un approccio “differenziato”?
È significativo che nel documento di Zurigo, alla fine (punto 3.2), soltanto un brevissimo paragrafo affronti il tema “Antisemitismo e Stato di Israele”. Eppure, è questo il grande dilemma e la questione più importante per la maggior parte delle persone - e non solo per i musulmani. Sempre più persone, anche nelle nostre parrocchie, non riescono più a conciliare la brutale azione di rappresaglia nella Striscia di Gaza con un Israele che si definisce ebraico e quindi “popolo di Dio”.
Nei due documenti non viene fatta menzione del legame altamente problematico tra "ebraico" e "israeliano", tra "popolo ebraico" e "Stato israeliano". Con la legge sullo Stato-nazione del 2018 il governo di Israele ha consolidato e sancito l’unità tra popolo (ebraico) e nazione: essa definisce lo Stato di Israele come “lo Stato nazionale del popolo ebraico”, con Gerusalemme unita come capitale e l’ebraico come (unica) lingua ufficiale e “sostiene la costruzione e il consolidamento degli insediamenti ebraici”. In questo modo, praticamente ogni critica a Israele e alla sua politica può essere bollata come antisemita!
Lo scrittore ebreo-israeliano Nir Baram, classe 1976, sostiene al contrario la visione di un'identità israeliana più ampia e aperta: “Abbiamo bisogno di una identità inclusiva, che sia aperta anche ad altri gruppi etnici. Deve essere possibile essere un israeliano ebreo, palestinese, romeno o cristiano. Sarebbe questo il nuovo Israele di cui abbiamo così urgentemente bisogno”.
A dicembre del 2024 mi trovavo davanti alla sinagoga di Monaco di Baviera e mi ha scioccato vedere appese a destra e a sinistra dell’ingresso due enormi bandiere israeliane (!). C’è forse un modo più chiaro di questo per sottolineare l’unità tra la sinagoga e lo Stato di Israele? E poi ci si meraviglia per le reazioni antisemite?
Il dialogo ebraico-cristiano era - soprattutto dopo la Seconda Guerra mondiale - ed è imprescindibile. Quel che tuttavia osservo, è che i teologi e le teologhe di tradizione cristiana impegnati in questo dialogo si schierano unilateralmente dalla parte israeliana (quella ufficiale). La “minoranza profetica ebraica” (come Avram Burg e tante altre persone e organizzazioni ebraiche) rimane pressoché inascoltata nelle nostre chiese – al pari della voce dei cristiani e delle cristiane palestinesi del movimento Kairos Palestina.
Eppure, un approccio differenziato, informato e responsabile in tema di lotta all’antisemitismo dovrebbe prendere in seria considerazione tutte le voci ebraiche e cristiane che si impegnano a favore del dialogo, del rispetto reciproco e della pacifica convivenza.