Testimonianze indigene dalla COP17 sulla biodiversità a Erevan in Armenia
(wcc/ve) Sono tre le conferenze delle Nazioni Unite che da anni affrontano altrettante crisi ambientali: la desertificazione, la perdita di biodiversità e il cambiamento climatico. Jocabed Solano, teologa indigena di Guna Dule a Panama, non vede tre emergenze distinte. Lo scorso 20 ottobre a Erevan, in Armenia, è intervenuta in occasione della COP17 sulla biodiversità: “Il mondo le chiama cambiamento climatico, perdita di biodiversità e desertificazione, ma per noi sono un’unica ferita”. È quanto ha dichiarato al Faith Hub, uno spazio dedicato ai gruppi religiosi. Insieme a due giovani membri di chiese indigene provenienti dalla Finlandia e dalla Bolivia, ha parlato della terra che è al centro di tutti e tre i negoziati multilaterali dell’ONU e di chi dovrebbe prendersene cura.
“Nabgwana, la nostra Madre Terra, non vive divisa in tre parti. A Guna Yala le famiglie di Gardi Sugdup hanno già dovuto lasciare la loro isola, poiché la Nonna Mare rivendica ciò che le appartiene”, ha detto Jocabed Solano proveniente da Guna Yala, nel territorio panamense di Guna Dule. “Se Nabgwana è una sola, le tre COP devono smettere di procedere separate. Noi non la possediamo. Noi siamo la sua famiglia. E con la famiglia non si negozia. Ci si prende cura”.
La sessione, denominata “Prospettive indigene ed ecumeniche per le tre COP”, faceva parte del programma del Consiglio ecumenico delle chiese (CEC) promosso al Faith Hub della COP17, uno spazio riservato alle voci indigene.
Jocabed Solano è direttrice di Memoria Indígena, un collettivo di base, ed è membro del gruppo di riferimento che guida la Rete ecumenica dei popoli indigeni del CEC. Ha evocato l’immagine del Congresso Guna e del suo sagla, l’autorità tradizionale che canta alle sessioni del loro Parlamento. “Nel nostro Congresso il sagla non parla da una sedia ma canta da un’amaca che si muove con il vento e il mare. Qui si cerca di rispondere a crisi esistenti seduti su sedie che non si muovono mai. È tempo di salire sull’amaca”. Ha parlato anche dell’articolo 8(j) della Convenzione sulla diversità biologica, un trattato delle Nazioni Unite che chiede ai governi di rispettare e preservare le conoscenze e le pratiche delle popolazioni indigene e delle comunità locali. “I popoli indigeni non portano le loro conoscenze tradizionali come semplici dati per un rapporto. Portiamo sistemi di conoscenza dotati di leggi, scienza e spiritualità proprie. Un sistema non può essere estrapolato. Deve essere riconosciuto, rispettato e finanziato”, ha aggiunto.
Molto più a nord rispetto a Guna Yala, le terre dei Sámi subiscono pressioni di un altro genere. Sara Keränen, una giovane Sámi della Chiesa evangelica luterana finlandese, ha parlato dello “sfruttamento delle nostre terre e delle nostre acque in nome dell’attività mineraria e della selvicoltura”. Ha altresì sollevato la “questione del colonialismo verde, che significa che le nostre terre ci vengono sottratte in nome della transizione ecologica”.
Come Solano, Keränen non separa le persone dalla terra. “Non siamo separati dalla natura, ne facciamo parte”, ha detto. Mantenere la terra “nelle mani di chi da sempre si prende cura della terra e delle acque non è soltanto un modo per garantire i diritti e i mezzi di sostentamento dei popoli indigeni, ma anche un modo per proteggere la biodiversità del territorio”. Questa cura si basa sul sapere. “Noi in quanto popoli indigeni sappiamo come usare la terra in modi sostenibili affinché tutte le specie possano vivere in armonia le une con le altre, compresi gli esseri umani”, ha concluso Keränen.
Jazmin Soto Mayta, una giovane della Chiesa evangelica luterana boliviana che lavora con le comunità indigene Aymara, ha rivolto lo sguardo alle prossime generazioni: “Salvaguardare la biodiversità significa prima di tutto garantire i diritti degli indigeni e preservare il sapere ancestrale. Esortiamo i leader mondiali presenti alle tre COP a investire nell’apprendimento intergenerazionale, perché custodire la saggezza ancestrale nei nostri territori garantisce la sopravvivenza di tutti…”.
Ad Antalya, in Turchia, apre tra pochi giorni la COP31 sul clima, la terza conferenza ambientale delle Nazioni Unite di quest’anno, dal 9 al 20 novembre. Il CEC partecipa a tutti e tre gli appuntamenti nell’ambito del Decennio ecumenico di azione per la giustizia climatica (2025-2034), il suo impegno decennale a favore della giustizia climatica.