A che pro siamo neutrali?

Una riflessione etico-teologica evangelica in vista della votazione del 27 settembre

03 settembre 2026  |  Manuel Schmid, membro della direzione della Chiesa evangelica riformata in Svizzera e responsabile del Dipartimento di teologia ed etica

(foto: Dana Rivers Kirby/Unsplash)

La Svizzera vota sulla propria neutralità. O almeno, la campagna in vista della votazione suggerisce che si andrà a decidere su questo principio fondamentale. Dal punto di vista cristiano si pone un’altra questione oltre a quella di una più rigorosa neutralità: che cosa ci consente la neutralità – e a chi serve?

Negli USA la Svizzera può diventare un modo di dire. Quando due amici litigano e un terzo rifiuta di schierarsi, quest’ultimo può dire: “I’m Switzerland” (“Io sono la Svizzera”). Bella Swan lo fa nel terzo capitolo della saga di Twilight, quando Edward e Jacob si scontrano ancora una volta: “From now on I’m Switzerland, Ok?” (“Da ora in poi io sono la Svizzera, ok?”). Nello slang americano ricorre persino l’espressione “I’m pulling a Switzerland on that one” (“Su questa cosa faccio la Svizzera”). Il significato è sempre lo stesso: non contate su di me. Non mi schiero con nessuno. Ne resto fuori.

Lo si può considerare ammirevole. Qualcuno deve mantenere la calma quando tutti gli altri si accapigliano. La neutralità può significare imparzialità, autolimitazione, prudente riserva e la capacità di non lasciarsi coinvolgere da ogni conflitto. Ma l’espressione ha anche una sfumatura meno lusinghiera. “I’m Switzerland” può anche stare per: “Non mettetemi in mezzo. Non intendo assumermi alcuna responsabilità. Vedete voi come risolverla”.

C’è una differenza tra mantenere le distanze per aprire nuovi margini di manovra e semplicemente evitare di assumersi rischi.

È sorprendente quanto già questo suggerisca l’ambivalenza etica della proverbiale neutralità svizzera. C’è una differenza tra non schierarsi e poter continuare a dialogare con entrambe le parti ed evitare invece di prendere posizione perché si teme il prezzo che ciò comporterebbe. Tra mantenere le distanze per aprire nuovi margini di manovra e semplicemente evitare di impegnarsi con coraggio.

Per la Svizzera la questione va ben oltre la battuta. La neutralità è tra le più potenti narrazioni politiche di questo paese. E il 27 settembre 2026 voteremo sulla sua formulazione futura.

Un’idea di grande successo

Ci sono buoni motivi per cui le svizzere e gli svizzeri tengono alla loro neutralità. Ha dato buona prova di sé per lunghi periodi.

La sua storia, tuttavia, è meno lineare di quanto narri a volte la memoria nazionale. La battaglia di Marignano del 1515 fa parte della memoria storica, ma l’idea che già lì sia nata la moderna neutralità svizzera è storicamente controversa. La svolta decisiva è avvenuta nel 1815. Dopo le guerre napoleoniche le grandi potenze europee riconobbero la neutralità perpetua della Svizzera a livello internazionale. Ciò rispondeva a un desiderio della Svizzera, ma allo stesso tempo agli interessi europei. Una Svizzera neutrale e stabile era anche nell’interesse delle potenze che dopo decenni di rivoluzioni e conflitti cercavano un nuovo ordine per il continente.

Nel 1848 la salvaguardia della neutralità fu inserita tra le competenze del nuovo Stato federale; nel 1907 i diritti e i doveri degli Stati neutrali vennero codificati nel diritto della neutralità fissato dalle convezioni dell’Aia. La prassi concreta della neutralità svizzera rimase tuttavia flessibile. Nel 1920 la Svizzera aderì alla Società delle Nazioni e partecipò per un certo periodo alle sue sanzioni economiche, salvo poi far ritorno a una neutralità “integrale” prima della seconda guerra mondiale. Dopo la fine della guerra fredda riprese ad adottare sanzioni e nel 2002 aderì alle Nazioni Unite.

La neutralità non è mai stata una modalità fissata una volta per tutte. Era una strategia politica la cui configurazione concreta è cambiata nel tempo.

È facile comprendere come sia comunque diventata una tradizione nazionale così forte. La Svizzera è stata risparmiata dalle grandi guerre del 20. secolo. Si è potuta profilare come ospite affidabile di organizzazioni internazionali. La Ginevra internazionale, le mediazioni diplomatiche e i cosiddetti mandati di potenza protettrice – con cui la Svizzera mantiene aperti canali di comunicazione tra Stati senza relazioni diplomatiche dirette – sono diventati tratti distintivi della politica estera svizzera. Nella coscienza collettiva la neutralità è stata associata alla pace e alla stabilità, alla continuità dello Stato e al successo economico. Si adattava inoltre molto bene a un paese che è composto da diverse lingue, confessioni e culture e che ha imparato a non risolvere le differenze interne con il predominio di una parte.Questa storia di successo non andrebbe sminuita. La questione decisiva concerne piuttosto le sue implicazioni per il presente.

Quanto vogliamo essere neutrali?

Proprio questo è il punto dell’iniziativa sulla neutralità: la Svizzera deve continuare a esercitare la propria neutralità in modo politicamente flessibile – o definirne in futuro i limiti in modo più rigoroso nella Costituzione?

Il contesto politico immediato è l’attacco russo su larga scala contro l’Ucraina nel febbraio 2022. Poco dopo, il Consiglio federale ha adottato in larga misura le sanzioni dell’Unione europea contro la Russia. Per gli iniziativisti era stato superato un limite: una Svizzera che adotta sanzioni economiche contro una delle parti in guerra perde la propria credibilità come paese neutrale.

L’iniziativa mira quindi ad ancorare la neutralità in modo più dettagliato e vincolante nella Costituzione. La Svizzera dovrà avere una neutralità espressamente “permanente e armata”, non dovrà aderire ad alleanze militari o difensive e non collaborerà con esse salvo nel caso in cui sia oggetto di un’aggressione militare o in presenza di atti preparatori in vista di una simile aggressione. Soprattutto, però, non dovrà fondamentalmente adottare “misure coercitive non militari” nei confronti di Stati belligeranti. Fanno eccezione gli obblighi verso le Nazioni Unite e i provvedimenti volti a impedire l’elusione di sanzioni adottate da altri Stati. Allo stesso tempo la proposta di articolo costituzionale vincola espressamente la Svizzera ad avvalersi della propria neutralità per impedire e risolvere i conflitti e a rendersi disponibile come mediatrice.

Sarebbe quindi ingiusto accusare semplicemente di isolazionismo gli iniziativisti. Il loro testo costituzionale lega espressamente la neutralità alla mediazione di pace. La differenza fondamentale risiede altrove: l’iniziativa limita maggiormente la libertà d’azione dei futuri consiglieri federali e parlamentari. Non vuole solo garantire che la Svizzera rimanga neutrale, ma sancire in modo più rigoroso la configurazione politica della neutralità.

In realtà non si vota fondamentalmente sulla neutralità della Svizzera, ma su quanto margine di manovra politico la Confederazione debba conservare nell’ambito della propria neutralità.

Rivolgere uno sguardo al nord mostra quanto sia profondamente cambiata la situazione in materia di politica di sicurezza. Per decenni Finlandia e Svezia avevano puntato sulla non adesione ad alleanze militari. Dopo l’attacco russo all’Ucraina entrambe le democrazie sono giunte alla conclusione che alla luce delle nuove circostanze questa strategia non offriva più una sicurezza sufficiente. Il 4 aprile 2023 la Finlandia ha aderito alla NATO, seguita dalla Svezia il 7 marzo 2024.

Questo non significa che la Svizzera debba fare lo stesso. La nostra storia, la nostra situazione e la nostra cultura politica sono diverse. Ma la Finlandia e la Svezia ricordano qualcosa che nel dibattito svizzero si tende facilmente a dimenticare: la neutralità non è un principio morale sovratemporale. È una risposta politica e di sicurezza a determinate condizioni storiche. Se tali condizioni mutano, deve essere almeno possibile chiedersi come la neutralità possa perseguire al meglio il suo scopo nelle nuove circostanze.E con ciò arrivo a una frase della campagna a favore dell’iniziativa che mi attrae e mi irrita allo stesso tempo.

“No alla guerra”

I promotori hanno fatto ruotare la loro campagna intorno alle parole: “No alla guerra”. Sono parole che suscitano la mia adesione spontanea e anzi risvegliano in me una convinzione e un desiderio profondi.

In quanto teologo nutro spiccate simpatie pacifiste. Mi hanno sempre affascinato in particolare le tradizioni riformate di sinistra e anabattiste: il loro rifiuto di accettare precipitosamente la violenza come inevitabile mezzo della politica; il loro ricordare che Gesù non benedice i vincitori ma gli operatori di pace; la loro inquietante domanda se i cristiani possano credibilmente parlare della pace di Dio mentre allo stesso tempo trovano continuamente nuove ragioni per cui nei casi concreti si debba purtroppo sparare.

“No alla guerra” è uno slogan che vorrei poter sottoscrivere per profonda convinzione.

Ma che cosa ne consegue?

Dall’attacco russo contro l’Ucraina il pacifismo è in una posizione difficile. Viene accusato di preservare la propria purezza morale a spese di coloro che vengono effettivamente attaccati. L’espressione “pacifismo da salotto” riassume il sospetto in una formula polemica: da una distanza di sicurezza è facile esigere che gli altri rinuncino alla difesa armata.

Questa critica tocca un punto sensibile. Alcune settimane dopo l’inizio della guerra in Ucraina ho cercato di descrivere, in un testo sul “prezzo della pace”, perché continuo comunque a credere nella possibilità di una resistenza nonviolenta. Ancora oggi ritengo determinante che il pacifismo non può significare infliggere ad altri il sacrificio che non si è disposti a compiere in prima persona. La nonviolenza è eticamente convincente soltanto se aumenta il proprio impegno anziché diminuirlo. Chi non vuole sparare non può da ciò derivare il diritto di stare in disparte. Le più avvincenti tradizioni di nonviolenza cristiana cercano proprio quella terza possibilità tra uccidere e stare a guardare: intervenire, proteggere, disturbare, mediare, sensibilizzare l’opinione pubblica, condividere il peso del conflitto.

Qui il pacifismo e la neutralità si toccano in modo particolare. Entrambi possono nobilitare il ritiro. Ma entrambi possono anche rappresentare una forma esigente di lavoro attivo per la pace.Per questo motivo lo slogan “no alla guerra” non mi basta. Mi interessa la frase che ne dovrebbe derivare: che cosa fa invece un paese che si tiene fuori dai conflitti militari?

Il privilegio della neutralità

Forse è d’aiuto esprimere innanzitutto qualcosa di scomodo: la neutralità svizzera non è in primo luogo un conseguimento storico. È prima di tutto un privilegio.

Basta guardare la carta geografica per rendersene conto. La Svizzera si trova oggi al centro di una delle aree più stabili e ricche del mondo. Francia, Germania e Italia sono membri della NATO. La Svizzera non fa parte dell’alleanza, ma vive in un ordine di sicurezza europeo sostenuto essenzialmente da questa. Nel 2023 il Dipartimento federale della difesa ha descritto questo legame in modo straordinariamente schietto: grazie alla propria posizione geografica la Svizzera beneficia di un contesto stabile e indirettamente della protezione della NATO – senza contribuire in alcun modo a tale protezione.

Non è un’accusa morale. È un mero dato di fatto geopolitico. Nello scenario odierno rilevante di un attacco militare convenzionale proveniente dall’est europeo la Svizzera non si trova in prima linea. Un aggressore dovrebbe prima superare l’ordine di sicurezza e, di regola, attraversare i territori di Stati organizzati in alleanze e che dispongono di notevoli mezzi militari per la loro difesa. La deterrenza di cui anche noi beneficiamo è quindi garantita in larga misura da altri.

La Svizzera può permettersi la propria neutralità anche perché altri non sono neutrali.

L’argomento del passeggero clandestino, che viene talvolta sollevato, ha in questo caso un fondo di verità. Ma definire la Svizzera una “opportunista” mi sembra un giudizio troppo riduttivo. Anche la Svizzera investe nella propria difesa, collabora con altri sulla politica di sicurezza e fornisce notevoli contributi internazionali in altri settori. E, soprattutto, la situazione attuale non può essere semplicemente proiettata a ritroso sulla seconda guerra mondiale.

Allora la Svizzera era quasi completamente circondata dalle potenze dell’Asse. Non venne occupata per svariati motivi: la mobilitazione dell’esercito e i costi che un attacco avrebbe comportato; la strategia del Ridotto nazionale; gli interessi economici e strategici delle parti in conflitto; le concessioni svizzere accordate sotto notevoli pressioni; l’andamento della guerra – e la fortuna storica. Il rapporto della Commissione indipendente di esperti sulla Svizzera nella seconda guerra mondiale ha affermato espressamente che, sebbene la neutralità abbia avuto un ruolo centrale nel calcolo svizzero di allora, il paese era stato risparmiato “anzitutto grazie alla lotta risoluta degli alleati e a un destino favorevole”. Proprio quest’ultimo punto mi sembra importante.

Anche storicamente la neutralità non è mai stata una formula magica di protezione. Le Alpi non erano merito nostro. Come non lo era la situazione geopolitica. E nemmeno il fatto che nel 1815 le grandi potenze europee considerassero che una Svizzera neutrale e stabile fosse nel loro interesse. Anche lo sviluppo di un ordinamento giuridico internazionale a protezione dei piccoli Stati, la decennale stabilizzazione dell’Europa occidentale dopo il 1945 e lo spazio di protezione militare al cui centro oggi viviamo, sono conquiste a cui la Svizzera ha contribuito – ma che non ha in alcun modo ottenuto da sola. Perciò vorrei ribaltare una diffusa narrazione nazionale:

La Svizzera non è sicura semplicemente perché è neutrale. Può permettersi la propria neutralità anche perché può sentirsi al sicuro grazie a condizioni eccezionalmente favorevoli.

Un motivo di gratitudine più che di orgoglio

Tale consapevolezza non sminuisce in alcun modo il valore della neutralità. Relativizza, però, l’idea che si tratti di una conquista soprattutto svizzera – il risultato di una particolare saggezza politica, di coerenza, di lungimiranza. Chi osserva più da vicino scopre, accanto a ciò che la Svizzera ha realizzato da sé, molto che si è semplicemente ritrovata: circostanze di cui beneficia senza averle create.

Ciò cambia l’atteggiamento con cui parliamo della nostra neutralità. Se il nostro benessere dipende essenzialmente da presupposti che non abbiamo generato noi, rimangono ben pochi motivi per l’autocompiacimento e le reciproche pacche sulle spalle.

Il primo e più appropriato sentimento che gli svizzeri dovrebbero provare pensando alla loro neutralità non è l’orgoglio, ma la gratitudine.

L’orgoglio ha a che fare con i propri meriti. Siamo orgogliosi di qualcosa che abbiamo raggiunto, conquistato, difeso o creato. La gratitudine nasce altrove. Risponde a qualcosa che ci capita, che riceviamo, che non controlliamo completamente e che non ci siamo semplicemente meritati.

Per l’etica politica cristiana questa distinzione non è irrilevante. La gratitudine non significa ammirare commossi ciò che si è ricevuto e per il resto continuare come prima. Cambia la domanda. “Che cosa ci siamo meritati” diventa: “Che cosa facciamo con ciò che ci è stato dato?”.

Le parole di Gesù nel vangelo di Luca sono a questo riguardo una chiave ermeneutica esigente: “A chi molto è stato dato, molto sarà richiesto”. Oppure, nella traduzione pop del celebre motto di Spider-Man: “Da un grande potere derivano grandi responsabilità”. Ciò che vale per i superpoteri si applica anche alle situazioni geopolitiche particolari: possibilità di intervento particolari generano responsabilità speciali.

Questa logica è scomoda. I privilegi non conferiscono un rango morale superiore. Ci assegnano un compito.Se la nostra posizione geografica è più sicura di quella dell’Ucraina, della Georgia o della Moldavia, se da generazioni il nostro territorio è stato risparmiato dalla guerra, se il nostro benessere e la nostra stabilità ci garantiscono risorse diplomatiche che molti altri paesi non possiedono, allora la domanda che interessa dal punto di vista cristiano non è: “Come manteniamo questa fortuna il più possibile intatta?”, ma piuttosto: “Che cosa possiamo fare, proprio grazie a questo, per gli altri?”.

La distanza che apre a scenari altri

In questo modo emerge il lato più forte della neutralità svizzera. Dal 1980 la Svizzera rappresenta gli interessi USA in Iran. Laddove Washington e Teheran non intrattengono alcuna relazione diplomatica, un mandato di potenza protettrice svizzero mantiene aperto un canale di comunicazione minimo. Nel 2009 la Svizzera ha assunto mandati reciproci di potenza protettrice tra Russia e Georgia. Simili mandati non bastano a risolvere i conflitti. Ma mantengono i collegamenti laddove le relazioni dirette sono interrotte.

A ciò si aggiungono la mediazione e l’accompagnamento nei processi. Negli anni passati la Svizzera ha accompagnato numerosi negoziati di pace. In Mozambico, dopo la ripresa della guerra civile, ha contribuito a un processo che si è concluso nel 2019 con la firma di un accordo di pace. Fornisce consulenza specializzata nei negoziati per il cessate il fuoco, la condivisione del potere, la strutturazione dei processi e l’elaborazione del passato. E Ginevra offre un’infrastruttura che quasi nessun altro luogo vanta in una simile concentrazione: ONU, CICR, rappresentanze diplomatiche, organizzazioni internazionali, esperti e ONG.

Non bisogna comunque creare un mito al riguardo. La neutralità non è né una condizione necessaria né una condizione sufficiente per una mediazione di successo. Anche gli Stati non neutrali mediano. Decisivi sono quindi la discrezione, la perizia, l’affidabilità, i contatti, le risorse e la fiducia delle parti in conflitto. La Svizzera non detiene il monopolio della pace. Ma dispone di particolari possibilità di intervento:

Non: “Siamo neutrali per poterne restare fuori”. Ma: “Manteniamo una certa distanza in modo da poter intervenire laddove le parti in conflitto e le alleanze non sono più in grado di farlo”.

La distanza garantita dalla neutralità non è allora fine a sé stessa, bensì una risorsa. Ciò significa altresì che la neutralità non richiede indifferenza morale. Il diritto della neutralità obbliga uno Stato a determinati comportamenti nei confronti delle parti in conflitto; non gli vieta di distinguere tra giusto e sbagliato. La Svizzera può denunciare una violazione del diritto internazionale, condannare violazioni dei diritti umani e chiamare aggressore un aggressore. Già la dottrina della neutralità svizzera ufficiale non prevede alcun obbligo di “neutralità ideologica”. Secondo l’attuale interpretazione svizzera, anche le sanzioni economiche non sono fondamentalmente incompatibili con il diritto della neutralità.

Questa è una differenza cruciale. Chi opera una distinzione morale tra un aggressore e un aggredito non è quindi una parte in conflitto.

E chi vuole continuare a portare entrambe le parti al tavolo dei negoziati non deve comportarsi come se non ci fosse alcuna differenza tra una parte e l’altra.

Operatori di pace anziché spettatori silenti

A questo punto la questione politica della neutralità coincide con un’annosa questione teologica. Il Sermone sul monte di Gesù è uno dei testi sulla scorta dei quali i cristiani si confrontano da secoli sulla rilevanza politica della nonviolenza del Vangelo. Non credo che da singole parole di Gesù sia possibile ricavare un programma di politica estera fatto e finito. La politica mondiale non può essere governata con versetti biblici.

L’etica della pace gesuanica, però, contiene una provocazione di cui anche la ragione politica può sempre avvalersi. Si rifiuta di ridurre a due sole alternative le nostre possibilità di intervento: reagire o arrendersi. Ricorrere alla violenza o non fare alcunché. Dominare o ritirarsi.

Proprio la tradizione cristiana anabattista e nonviolenta ha sempre cercato di elaborare, muovendo da queste premesse, una “terza via”. Non nel senso di una comoda via di mezzo tra carnefice e vittima. Quando uno Stato ne aggredisce un altro non ci sono ragioni etiche per stabilire una equidistanza artificiale tra aggressore e aggredito.

La terza via indica piuttosto un’altra forma di intervento: resistenza senza far propria la logica dell’avversario; intervento senza esercitare la violenza; prendere le parti delle persone minacciate senza ridurre ogni conflitto alla sola alternativa tra vittoria e sconfitta.

È più impegnativo del non prendere posizione.

“Beati gli operatori di pace”, leggiamo nel Sermone sul monte. La scelta del termine “operatori” è decisiva. Gli operatori di pace non sono spettatori silenti. Creano spazi in cui si può di nuovo dialogare. Interrompono le escalation. Si frappongono tra le parti in conflitto. Proteggono le persone, documentano i crimini, supervisionano gli scambi di prigionieri, rendono possibile l’accesso umanitario, costruiscono relazioni che in un secondo momento potrebbero forse portare a un cessate il fuoco.

Chi prende sul serio la nonviolenza deve fare di più, non di meno.

Lo stesso dovrebbe valere per una neutralità eticamente responsabile.

Una neutralità cristianamente responsabile non sarebbe l’arte di restare indenni, bensì l’arte di lasciarsi toccare e interpellare in modo diverso.

In ciò risiede forse davvero una vocazione svizzera che scaturisce da una situazione di partenza unica nel suo genere. Non nel senso grandioso e patetico di una nazione con un particolare mandato morale. Per questo anche la nostra storia offre troppe ragioni per mantenerci modesti.

Bensì nel senso concreto di un’opportunità politica: disponiamo di qualcosa che in un mondo polarizzato costituisce una rarità. L’accesso alle diverse parti. La credibilità istituzionale. Un luogo accettato a livello internazionale per i negoziati. Risorse. Discrezione. Esperienza. Una fitta rete di organizzazioni internazionali. La libertà di non stringere vincoli di alleanza militare.

La domanda è: “Che cosa ne facciamo?”.

Quando la neutralità diventa fantasia di purezza

Infatti, anche la neutralità ha le sue tentazioni. Può trasformarsi in una fantasia di purezza: restiamo fuori dagli sporchi conflitti degli altri e possiamo quindi guardarli dall’alto in basso con le mani più pulite. Può diventare economicamente conveniente: concludere i migliori affari possibili con tutte le parti fintanto che non ci schieriamo politicamente in modo troppo netto. Può servire da immunizzazione retorica: non appena una decisione comporta un costo o irrita una delle parti, la si denuncia come una violazione della neutralità.

La storia svizzera offre ragioni sufficienti per diffidare di tali immagini di sé. Anche durante la seconda guerra mondiale la neutralità formale non significava innocenza morale. Sotto una massiccia pressione la Svizzera dovette fare concessioni economiche; allo stesso tempo, la sua politica in materia di rifugiati e parte delle sue relazioni economiche con le potenze dell’Asse, in particolare, sono state successivamente oggetto di forti e giustificate critiche. Proprio questo dimostra quanto poco le questioni morali di quegli anni possano essere ridotte alla semplice alternativa “neutrale” o “non neutrale”.

La neutralità non ci sottrae alla responsabilità. Anche l’inazione ha conseguenze.

Questo è uno dei fondamenti dell’etica cristiana. La colpa non nasce soltanto dal compiere il male. Può nascere anche laddove omettiamo di compiere il bene che avremmo la possibilità di compiere. La lettera di Giacomo formula questo concetto in modo sferzante: “Chi dunque sa fare il bene e non lo fa, commette peccato”.

Non è una facile risposta alla questione delle sanzioni. Le sanzioni possono rivelarsi inefficaci, colpire la popolazione civile, generare conseguenze politiche indesiderate. Ogni singola misura deve essere valutata in base all’efficacia, alla proporzionalità e alle conseguenze umanitarie. Ma l’alternativa etica non è agire e rendersi colpevoli o restare neutrali e sottrarsi alla responsabilità.Anche l’omissione di una sanzione produce effetti. Anche il mantenimento di relazioni economiche ha un effetto. Anche il silenzio ha un effetto. Anche la distanza può giovare al più forte. La neutralità non ci sottrae alla responsabilità di soppesare questi effetti.

A cosa serve la nostra neutralità

Ma torniamo all’imminente votazione: capisco che cosa rende attraente l’iniziativa sulla neutralità. In un’epoca di crescenti tensioni geopolitiche essa promette chiarezza. Intende impedire che la Svizzera venga lentamente trascinata dentro logiche di alleanza. Ricorda che la neutralità perde credibilità quando viene interpretata in modo arbitrario. E afferma espressamente che la Svizzera deve avvalersi della sua speciale posizione per prevenire e risolvere conflitti. Queste istanze meritano una discussione seria. Tuttavia, dal punto di vista qui sviluppato, l’iniziativa non mi convince.

Essa trasforma infatti una strategia storicamente flessibile in una dottrina fissata nella Costituzione. In particolare l’ampio divieto di sanzioni autonome contro Stati belligeranti priva la Svizzera di uno strumento non militare con cui può reagire a gravi violazioni dell’ordine internazionale. Allo stesso tempo, la rigida limitazione della collaborazione con alleanze militari o difensive riduce il margine di manovra in materia di politica di sicurezza.

È possibile auspicare tali limitazioni, ma non vanno confuse con la neutralità stessa. Anche in caso di bocciatura dell’iniziativa la Svizzera rimarrebbe neutrale. La votazione riguarda le possibilità politiche che essa dovrebbe conservare nell’ambito di questa neutralità.

La questione cruciale non è come la Svizzera possa essere neutrale nel modo più puro e inattaccabile possibile. Ciò che conta è a quale scopo essa voglia impiegare la propria neutralità.

Dal punto di vista dell’etica cristiana mi sembra che vi sia un criterio di valutazione più importante rispetto a quello della maggiore purezza possibile della nostra neutralità: quale configurazione rende la Svizzera più idonea a promuovere la pace, a rafforzare il dritto internazionale, ad assistere le persone minacciate e a mantenere aperte le possibilità di dialogo?

Ciò può richiedere moderazione in una prima situazione, una chiara condanna in una seconda, sanzioni in una terza e la rinuncia alle sanzioni in una quarta. Può significare dialogare con Stati con cui altri non dialogano più. Oppure assumersi costi politici per difendere un ordinamento giuridico del quale noi stessi beneficiamo in misura straordinaria.

Forse è proprio questa la responsabilità di un paese privilegiato e neutrale: non vincolarsi precipitosamente a un’unica forma di neutralità, bensì conservarsi la libertà necessaria per servire realmente la pace in conflitti continuamente cangianti. Allora anche lo slogan “No alla guerra” assume un significato più esigente.

“No alla guerra” non basta se con ciò si intende soprattutto: nessuna guerra per noi.

Un programma di pace cristianamente responsabile dovrebbe andare oltre: poiché viviamo in una situazione di sicurezza straordinaria, poiché abbiamo possibilità che altri non hanno, impieghiamo ciò che abbiamo a disposizione affinché anche per gli altri la guerra diventi meno probabile e sia nuovamente possibile immaginare la pace.

Allora la neutralità non sarebbe più un baluardo dietro il quale la Svizzera si protegge dai conflitti del mondo. Sarebbe uno spazio di libertà che mantiene aperto proprio per poter intervenire in modo diverso in questi conflitti.

La questione decisiva non è quindi quanto la Svizzera possa essere neutrale e impermeabile, bensì a quale scopo le serva questa neutralità. (Da: Blog CERiS; trad.: G. M. Schmitt)

Nota: il Consiglio della Chiesa evangelica riformata in Svizzera (CERiS) rinuncia ad una indicazione di voto in vista del 27 settembre. Tuttavia, ha redatto una presa di posizione ufficiale sull’iniziativa sulla neutralità, che si può leggere in tedesco cliccando qui.

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