Se ne parla in un nuovo volume a cura della pastora Rita Famos
Le donne in posizioni manageriali da tempo non sono più una rarità. Ma ancora oggi, quelle che ricoprono ruoli di leadership devono confrontarsi con strutture obsolete, pregiudizi e modelli di ruolo ormai superati. Il nuovo volume "Leadership. Weibliche Perspektiven" (TVZ Verlag) a cura di Rita Famos, recentemente riconfermata per un altro mandato alla testa del Consiglio della Chiesa evangelica riformata in Svizzera (CERiS), vuol essere un invito a favore della visibilità, dell’equità e di una nuova cultura della leadership per tutti e tutte coloro che si occupano di parità di genere e cambiamento sociale.
Cosa dobbiamo intendere quando parliamo di leadership in prospettiva femminile? Ne parliamo in una doppia intervista ecumenica con due esponenti del mondo ecclesiastico: Rita Famos, pastora e presidente della CERiS, che in tema ha appena dato alle stampe il volume da lei curato (vedi copertina a sinistra) con 18 contributi, tutti al femminile; e con Simone Curau-Aepli, fino all’anno scorso presidente delle Donne cattoliche svizzere (Katholischer Frauenbund), tra coloro che vi hanno partecipato con un contributo. L'introduzione del volume è a firma della consigliera federale Karin Keller Sutter. Al centro i concetti di responsabilità e potere.
Quando la leadership è diventata importante per lei, Rita Famos?
Rita Famos: Mi sono sempre assunta ruoli attivi di responsabilità: nel ministero pastorale, ma anche già al liceo o nel gruppo giovanile. Lì ho fatto le mie prime esperienze di leadership, sebbene all’epoca non usassi ancora questo termine.
Quando all’inizio degli anni Duemila sono diventata decana del capitolo dei pastori di Uster (ZH) e quindi presidente di un gruppo regionale di pastore e pastori, ho cominciato a riflettere: che cosa significa, come donna, ricoprire questo ruolo in una cerchia prevalentemente maschile? Che cos’è realmente la leadership e che cos’è la leadership femminile?
Simone Curau-Aepli, lei è una leader ante-litteram…
Simone Curau-Aepli: mio marito e io dirigevamo insieme un’impresa di costruzioni e la mia responsabilità era soprattutto nel settore operativo-amministrativo. Quando però rispondevo al telefono succedeva quasi sempre la stessa cosa: “Salve, signorina, mi passa il suo capo?”.
La leadership non veniva dunque associata a lei in quanto donna?
Simone Curau-Aepli: È arrivato un momento in cui non l’ho potuto più sopportare e ho abbandonato l’azienda. In seguito mi sarei però trovata a confrontarmi nuovamente con tali questioni.
Che cos’è in fondo la leadership?
Simone Curau-Aepli: La responsabilità di guidare.
Rita Famos: Per me significa coinvolgere un gruppo di persone in un ambito per poi modellarlo insieme. Avere una visione. La leadership è quindi una pratica relazionale.
Simone Curau-Aepli: Per me è importante il mandato dal basso. Tanto nell’azienda, quanto in seguito come presidente del Frauenbund Schweiz, per me era fondamentale essere legittimata dalle persone e ricevere da loro il mandato per il ruolo di guida. Non ci si nomina leader da sé, è necessaria un’ampia base.
Rita Famos: Sono assolutamente d’accordo.
C’entra il ruolo che abbiamo in relazione con altri, per gli altri?
Rita Famos: … anche per una causa o per una organizzazione.
Simone Curau-Aepli: Ci vuole un obiettivo comune - una necessità.
Leadership e chiesa: perché in questo ambito non basta l’amore per il prossimo?
Rita Famos: L’amore per il prossimo è alla base di tutto – e la leadership è una funzione al servizio dell’organizzazione. Per determinati compiti sono necessarie anche qualifiche specifiche.
E nella chiesa cattolica romana, Simone Curau-Aepli?
Simone Curau-Aepli: Ricordo l’incontro con un vescovo. Gli chiesi perché non usasse il suo potere per cambiare certe cose nella sua diocesi, nel suo ambito. Mi rispose che non aveva alcun potere. Mi sembrò che si considerasse un mero esecutore di ordini. Non si percepiva alcuna assunzione di responsabilità o consapevolezza della leadership.
Rita Famos: Nel contesto riformato la leadership è sempre condivisa. Il Sinodo è il massimo organo di guida, poi ci sono i Consigli. Il fatto che la presidenza sia una carica a tempo pieno le conferisce un ruolo di spicco, ma essa lavora nel contesto del Consiglio. E il Sinodo decide sempre come assemblea di delegati.
Quali sono le sfide specifiche della leadership nella chiesa riformata?
Rita Famos: La guida attraverso gli organi collegiali e il Sinodo rappresenta una grande sfida, perché i processi vanno concretizzati insieme. Conquistare il consenso di un comitato è un lavoro enorme. Questo mi mette alla prova, perché non posso semplicemente dire: “Facciamo così”. Di conseguenza i processi di cambiamento sono lenti e c’è il rischio di una diluizione della responsabilità: alla fine qualcuno deve pur assumersi la responsabilità, a prescindere dal risultato, soprattutto nelle situazioni di crisi.
Nella chiesa cattolica romana le strutture di leadership sono viste con diffidenza.
Simone Curau-Aepli: Questo, però, riguarda esclusivamente i vescovi, ovvero la componente pastorale della chiesa. L’ambito statale-ecclesiastico, che gestisce anche le finanze, è organizzato in modo fortemente democratico. Vedo chiese cantonali che tendono sempre più ad autolegittimarsi, estendendo le loro decisioni democraticamente legittimate anche alla sfera pastorale. Vorrei che accadesse più spesso.
Più democrazia, quindi, per l’intera chiesa?
Simone Curau-Aepli: Oggi la chiamiamo sinodalità, termine introdotto da papa Francesco.
Non è fondamentalmente la stessa cosa?
Simone Curau-Aepli: È una traduzione, ma non coincide del tutto. A San Gallo, per esempio, c’è ora una donna alla guida dell’Ufficio per la formazione dei ministeri diocesani: è lei che si occupa dei percorsi formativi di tutti gli assistenti spirituali, laici e sacerdoti. Ha detto di voler lavorare in modo sinodale. All’inizio delle riunioni e nei momenti di confronto si osserva un minuto di silenzio. Poi ogni persona ha a disposizione lo stesso tempo di parola e si fanno frequenti pause. Tutti devono essere ascoltati. Sono metodi autonomi che vanno oltre le decisioni democratiche a maggioranza.
Sembra quasi l’approccio del “New Work”.
Simone Curau-Aepli: Sì, forse la sinodalità va proprio nella direzione del “New Work”.
La chiesa cattolica romana discrimina strutturalmente le donne. Questo fa una differenza per quanto riguarda la leadership?
Simone Curau-Aepli: Senza dubbio. Le donne e gli uomini non ordinati sono di per sé esclusi da una parte essenziale della leadership.
Come presidente del “Frauenbund Schweiz” lei ha ricoperto un ruolo di leadership in questa struttura discriminatoria. Come ha vissuto questa situazione?
Simone Curau-Aepli: Nella mia associazione non ho subito discriminazioni. In questo senso ho occupato un posto che mi era aperto e l’ho plasmato. Incaricata dalla base, ho individuato proprio in questo il mio compito: impegnarmi per il cambiamento, strutturale e anche culturale.
La libertà di occupare un proprio spazio esiste quindi anche in una struttura che discrimina?
Simone Curau-Aepli: Solo entro certi limiti.
Rita Famos, nella CERiS le donne godono di pari diritti a tutti i livelli?
Rita Famos: Formalmente sì. Le donne – almeno nella Chiesa evangelica riformata in Svizzera – possono ricoprire qualsiasi ruolo. Per arrivare a questo punto, però, ci sono voluti 100 anni.
Bisogna tuttavia interrogarsi sulla presenza effettiva delle donne nei sinodi, nei consigli parrocchiali e nei ministeri pastorali. Attualmente le donne occupano tra il 40 e il 50% dei seggi nei sinodi e a livello di presidenze delle chiese cantonali le donne sono 11 su un totale di 25. C’è quindi ancora un po’ di strada da fare per arrivare alla parità effettiva e avere équipe davvero miste.
Il livello di parità salariale è relativamente elevato: pastore e pastori ricevono lo stesso stipendio. Allo stesso tempo, però, vi sono professioni ecclesiali svolte prevalentemente da donne, come le catechiste, che hanno una retribuzione inferiore.
È anche il risultato di una buona leadership negli ultimi 100 anni, anche da parte delle donne?
Rita Famos: Ci sono voluti modelli e figure di riferimento, ma voglio sottolineare che è il risultato di un lavoro di squadra. All’inizio c’erano donne credenti che leggevano la Bibbia e che semplicemente non accettavano l’idea di essere considerate persone di seconda categoria e che hanno cominciato a dirlo apertamente. Poi ci sono state le teologhe che hanno analizzato in modo nuovo la Bibbia – per tanto tempo letta in chiave patriarcale – e l’hanno interpretata con una sensibilità di genere. Sono state necessarie anche decisioni politiche nei sinodi, nelle parrocchie e nelle assemblee parrocchiali.
Lei ha un modello personale?
Rita Famos: Mia madre. Era monoparentale e ha cresciuto da sola i tre figli. Per me è un modello, perché fin da piccola non mi sarebbe mai venuto in mente di mettere in dubbio che una donna potesse farsi valere da sola.
Anche le consigliere federali, sia quelle del passato, sia quelle attuali sono figure di riferimento per me. Al pari di teologhe come Marga Bührig o delle prime presidenti delle chiese cantonali, che hanno contribuito a plasmare la chiesa con determinazione.
A volte penso: con una buona leadership si dovrebbe poter superare la discriminazione delle donne nella chiesa cattolica romana – perché ci sono ancora ostacoli? E: una donna può pensarla così?
Simone Curau-Aepli: La realtà è che, a livello strutturale, non abbiamo in mano le leve per agire. Naturalmente una donna può pensarla così e porsi questa domanda. Personalmente a volte mi chiedo se vorrei davvero che il papa, in quanto “capo” della Chiesa cattolica romana, cancellasse la discriminazione con un tratto di penna. O se invece non preferirei continuare a percorrere la strada più lunga.
Come vede questa dinamica dall’esterno, Rita Famos?
Rita Famos: Trovo che ci siano segnali incoraggianti e che nella Chiesa cattolica romana molte cose stiano andando nella direzione giusta. Sempre più donne assumono ruoli dirigenziali di alto livello e questo cambierà l’istituzione. E come ho già detto: nella nostra chiesa ci sono voluti 100 anni.
Non sta semplicemente cercando di essere diplomatica?
Rita Famos: No, lo penso sinceramente. Ci vuole un respiro molto lungo. Ho studiato nella Germania Est e nessuno avrebbe mai ritenuto possibile che un giorno all’improvviso il muro sarebbe caduto. Questa esperienza ha reso molto più ottimistico il mio approccio alle previsioni su ciò che è possibile e ciò che non lo è.
Quindi nessun fallimento della leadership femminile nella Chiesa cattolica romana?
Rita Famos: No, non è affatto un fallimento delle donne cattoliche. Al contrario: ammiro tutte le mie colleghe cattoliche per la loro straordinaria resistenza. E non dobbiamo dimenticare che la grande maggioranza delle chiese e delle istituzioni a livello mondiale ha ancora un’impronta patriarcale. Non si tratta soltanto di questa chiesa specifica, ma anche di quelle ortodosse, di molte correnti evangelicali e della maggior parte delle altre tradizioni religiose. Per molti il cammino non è ancora concluso.
Simone Curau-Aepli: Se proprio dobbiamo parlare di fallimento, allora devo dire che il pesce puzza dalla testa. Si tratta in definitiva di un fallimento istituzionale.
Rita Famos, nel suo contributo lei scrive: “L’accesso paritario dei generi alle posizioni dirigenziali e alle strutture di leadership non è un ‘nice-to-have’, bensì un imperativo teologico”. Come motiva questo imperativo?
Rita Famos: A partire dal racconto della Genesi e dal fatto che l’uomo e la donna sono creati a immagine di Dio: niente ci legittima a sostenere che determinati ruoli possano essere ricoperti soltanto da un determinato genere. Il testo più antico della Bibbia, il Canto di Miriam, è di una donna, la profetessa Miriam – ed è del resto un canto, non una predica, non una catechesi, non una dettagliata professione di fede. Nel capitolo 16 della lettera ai Romani sono menzionate diverse donne: l’apostola Giunia, la diacona Febe, la missionaria Prisca – i primi ministeri a delinearsi erano già ricoperti da donne.
Dal punto di vista della rilettura femminista della Bibbia ritengo che una società e una chiesa danneggino sé stesse se non rispettano la diversità dei generi e delle persone. Affidare la guida di un’organizzazione o di una società soltanto alla metà dei talenti escludendo a priori l’altra parte significa disperdere un grande potenziale. E, molto semplicemente, non è conforme alle Scritture.
Condivide questa analisi, Simone Curau-Aepli?
Simone Curau-Aepli: Sì, naturalmente. Nel mio contributo anch’io faccio riferimento al racconto della Creazione. Non dico che Dio ha creato l’uomo e la donna, quanto piuttosto il maschile e il femminile. Perciò mi piace molto il titolo del libro: “Prospettive femminili”. Per me sono aggettivi di tratti essenziali presenti in ogni essere umano, negli uomini come nelle donne, in chi si colloca nel mezzo e in chi non si riconosce in nessuna di queste categorie.
Negli ultimi duemila anni sono state soprattutto le caratteristiche maschili a essere valorizzate nella leadership. Le qualità femminili sono qualcosa di diverso e io credo che attraverso di esse si sia schiusa una nuova dimensione della società, della guida e della chiesa. Il femminismo è la più grande rivoluzione che ci sia mai stata finora ed è per di più sostenibile…
Rita Famos: … e nonviolenta. Vorrei aggiungere, a questo proposito, qualcosa riguardo al fondamento teologico della parità: la più antica professione di fede, che si trova nella lettera ai Galati, capitolo 3, versetto 28, recita: “Non c’è qui né Giudeo né Greco; non c’è né schiavo né libero; non c’è né maschio né femmina; perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù”. E Cristo, quando è asceso al cielo, non ha nominato alcun vicario. Ha dato un mandato a discepoli e discepole: lo ritengo un punto fondamentale in relazione all’imperativo teologico.
Il suo contributo nel libro, Simone Curau-Aepli, inizia con il timore di non essere certa di farcela – di non saper scrivere sulla leadership. Da dove viene questa paura?
Simone Curau-Aepli: Credo che noi donne ci portiamo dietro un fardello grande e pesante: per generazioni non siamo state ritenute all’altezza di molte cose.
Il calcio femminile è un buon esempio: fino agli anni Settanta la questione non era se le donne sapessero giocare a calcio, ma se fosse loro permesso. Per fare un altro esempio, a me da bambina non era permesso fare la chierichetta: più avanti mi è stato concesso avere le mestruazioni, ma ministrare all’altare no. In tutti questi condizionamenti vedo un trauma che si è impresso a fuoco dentro di noi: “Posso farlo? Sono all’altezza? Come mi vorrebbero gli altri? A chi devo risultare gradita? Quali critiche mi saranno rivolte?”.
E sebbene anche io abbia avuto come modelli una mamma forte – che tra l’altro è ancora tra noi – e una nonna altrettanto forte, questi condizionamenti continuano a farsi sentire.
Conosce anche lei questa paura, Rita Famos?
Rita Famos: Sì, assolutamente. Quando nel bel mezzo della crisi che ha coinvolto il mio predecessore mi è stato proposto di candidarmi alla presidenza della CERiS, mi sono immediatamente domandata: “Sarò all’altezza?”. E ovviamente anche: “Voglio davvero farmi questo?”.
Ho trovato per esempio molto difficile il mio primo anno di ministero come pastora, perché mi chiedevo costantemente: “Sono all’altezza? Sono in grado di soddisfare le aspettative?”.
Vorrei però aggiungere che, allo stesso tempo, sono convinta che porsi proprio queste domande è un aspetto importante di una buona leadership. Tutte le donne che hanno contribuito al libro raccontano di essersi inizialmente domandate: “Sono la persona giusta?”. È un’autoriflessione importante, sia per gli uomini sia per le donne con funzioni dirigenziali.
A parlare nel libro sono esclusivamente donne. Come mai?
Rita Famos: Ho invitato anche alcuni uomini, ma non hanno voluto contribuire.
Hanno motivato il loro rifiuto?
Rita Famos: Ho chiesto a diversi uomini se volessero scrivere un contributo per un libro sulla leadership femminile. Un mio collega, per esempio, mi ha detto di aver sempre lavorato sotto la guida di donne e di essersi trovato benissimo con loro, ma quando poi gli ho chiesto se volesse scrivere qualcosa al riguardo… ha detto di no.
Come se lo spiega?
Rita Famos: Non lo so. Forse avevano la sensazione che fosse il mio libro, o il “nostro” libro in quanto donne.
Qual è stata la sua reazione?
Rita Famos: Mi è dispiaciuto, perché il mio obiettivo non è certo quello di istituire un matriarcato. Sono piuttosto convinta della necessità di una leadership mista, di una responsabilità condivisa tra i generi. Adesso, però, trovo che sia diventato davvero un bel libro. Il “nostro” libro.
La storica della chiesa e ministra di culto della Chiesa cristiano cattolica Angela Berlis ha intitolato il suo contributo al libro: “Come le donne trovano il proprio potere”. Come avete trovato voi il vostro potere?
Simone Curau-Aepli: Per me l’accesso alla parola “potere” è un lungo processo. Preferisco in realtà parlare di “potere d’incidere”. Nel contesto della leadership posso stabilire priorità e lasciare in questo modo il segno.
In passato, come presidente del Frauenbund Schweiz, ma anche in ambito politico con Donne PPD (oggi Donne del Centro), abbiamo spesso riflettuto su fin dove vogliamo spingerci nella rivendicazione del potere. Ci sono donne che hanno decisamente respinto l’eventualità. Attraverso tutti questi processi mi rendo conto che il potere in sé non ha nulla di sbagliato, ma l’abuso di potere sì.
Rita Famos, la parola “potere” la irrita?
Rita Famos: Mi piace molto il termine inglese “empowering”, che per me è sinonimo di “dare forza”. Ho trovato il mio spazio di potere proprio attraverso esperienze che mi hanno dato forza: essere rieletta, per esempio, con sole due astensioni è un’esperienza che dà forza. O quando le persone ti dicono: “Puoi farcela!”.
Presso noi riformati, tuttavia, il potere è sempre condiviso e di questo sono estremamente grata. Perché il potere esige urgentemente e necessariamente la riflessione, interlocutori critici e think tank per trovare le soluzioni migliori. Per me, inoltre, il termine “potere” ha a che fare con il verbo: fare qualcosa, lasciare il segno e farlo insieme con altri.
Come si affrontano i propri errori in un ruolo di responsabilità? Che cosa significa fare “leadership” in quel caso?
Rita Famos: Mi baso sul concetto fondamentale della Riforma secondo cui ogni essere umano dipende dalla grazia. L’obiettivo non può essere quello di trovare leader “perfetti”. Dio non si aspetta la perfezione dalle persone, nemmeno in chi ricopre funzioni dirigenziali. Una cultura positiva dell’errore è essenziale per la crescita delle organizzazioni.
E se a lei capitasse di commettere un errore?
Rita Famos: Ammetterlo, imparare da esso e andare avanti.
Simone Curau-Aepli, lei non è stata certamente la prima presidente del Frauenbund Schweiz, ma di sicuro ne ha segnato la storia. E lei, Rita Famos, è la prima presidente della Chiesa evangelica riformata in Svizzera. Come vorreste essere ricordate, un domani, in questi ruoli?
Simone Curau-Aepli: Per me è stato memorabile lo sciopero delle donne nella chiesa del 2019: donne con stivali rosa e mitre vescovili rosa hanno partecipato allo sciopero delle donne con un proprio messaggio, ecumenico, teologicamente solidissimo – e allo stesso tempo solidale con le istanze di molte, anzi di tutte le altre donne. Così vedo la mia presidenza: come chiesa siamo immerse nella società, contribuiamo a sostenerla e a plasmarla e facciamo sentire la nostra voce.
Rita Famos: Vorrei essere ricordata come colei che ha cercato di unire i riformati, con la diversità che ci contraddistingue, per farli camminare insieme. Per contrastare il rischio di una frammentazione federalista in cui ognuno procede da solo. È una sfida che io e altri vediamo per la nostra chiesa: riuscire a presentarci uniti all’interno e con un’identità riconoscibile all’esterno. Ovviamente non so ancora se questo intento andrà a buon fine. Mi piacerebbe inoltre essere ricordata come una persona che ha incoraggiato altri e altre a ricoprire il proprio ruolo e ad assumere la leadership su temi che stanno loro a cuore.
E il libro vuol essere un contributo in tal senso?
Rita Famos: Esatto. Vuole incoraggiare e dare forza. (Da: forum-magazin.ch; trad.: G.M. Schmitt; adat.: G. Courtens)
Il nuovo volume a cura di Rita Famos verrà presentato il 9 settembre alle 18.30 allo Stellwerk Bern (Parkterrasse 16). Con interventi - tra le altre - di: Johanna Haberer (Podcast “Unter Pfarrerstöchtern”); past. Esther Straub (presidente della Chiesa cantonale zurighese); Maya Graf (consigliera agli Stati); Karin Lenzlinger Diedenhofen (presidente Camera di commercio zurighese). Ingresso libero.