Etiopia. Tra religione, potere e politica

Che cosa si cela dietro i violenti attacchi contro la Chiesa ortodossa etiope Tewahedo?

23 settembre 2026  |  Dereje Melese Liyew

La Chiesa ortodossa etiope Tewahedo è da oltre 1.600 anni tra le istituzioni più influenti dell’Etiopia. Chiesa e Stato sono strettamente intrecciati dall’adozione ufficiale del cristianesimo nel IV secolo fino al rovesciamento del regime imperiale nel 1974.

La Chiesa ha plasmato l’ordinamento politico, i sistemi educativi e l’identità culturale. Rimane tuttora tra le maggiori istituzioni religiose del paese, accanto all’islam e al cristianesimo protestante. Circa il 43% degli etiopi si identifica nel cristianesimo ortodosso, su una popolazione nazionale stimata in 135,5 milioni di abitanti.

La rivoluzione del 1974 ha segnato una svolta nel rapporto tra lo Stato e la religione. La giunta militare, denominata Derg, introdusse il laicismo. Lo status della Chiesa come religione ufficiale dello Stato fu abolito e le sue proprietà vennero confiscate dal regime. L’influenza della Chiesa e il suo ruolo nella vita della nazione scemarono di conseguenza.

Da quando il primo ministro Abiy Ahmed ha assunto il potere nel 2018, è emersa una tendenza significativa, contrassegnata da una crescente ostilità che si manifesta attraverso aggressioni verbali e fisiche contro l’istituzione. Attacchi contro chiese ortodosse, monasteri, rappresentanti del clero e fedeli sono stati documentati da organizzazioni per i diritti umani, istituzioni religiose, osservatori internazionali e studiosi.

Io sono un ricercatore di Scienze politiche specializzato in pace e sicurezza, nei rapporti Stato-religione e nelle dinamiche politiche nel Corno d’Africa. In un recente paper ho indagato i motivi per cui una delle istituzioni più antiche e influenti dell’Etiopia è divenuta bersaglio di tale ostilità pubblica.
Il mio studio si basa su interviste con studiosi della chiesa, funzionari governativi, leader religiosi ed esperti di pace e sicurezza. Si è fatto inoltre riferimento a focus group realizzati con membri della chiesa.
Un tema centrale emerso dalla mia ricerca è che la violenza contro le comunità religiose non inizia con la distruzione delle chiese e le aggressioni contro i fedeli. La violenza è tipicamente preceduta dalla diffusione sistematica di 
narrazioni storiche ostili
Tali narrazioni contro la Chiesa ortodossa vengono propagate da élite politiche, attivisti e personaggi mediatici. Per esempio, i racconti revisionisti si concentrano unicamente sul ruolo storico della chiesa nell’accaparramento di terre e potere nelle regioni meridionali. Ma minimizzano o cancellano la sua eredità come pilastro dell’alfabetizzazione, dell’architettura e della sovranità etiope.

Le mie conclusioni mostrano che le narrazioni ostili fungono da apripista alla violenza distruggendo la reputazione di un’istituzione. Quando un gruppo viene spogliato della sua legittimità, attaccarne gli edifici e i fedeli comincia ad apparire giustificabile o persino politicamente necessario.

I risultati del mio studio sono rilevanti perché in Etiopia, dove il 98% della popolazione si dichiara religioso, la gestione delle questioni religiose è di cruciale importanza ai fini della coesione nazionale e del più ampio processo di costruzione della pace.

Etichettature pericolose e violenza

L’immagine negativa della Chiesa ortodossa etiope come simbolo di dominio, esclusione e privilegio etnico è sempre più presente in influenti narrazioni politiche e intellettuali. Da cinque decenni queste rappresentazioni circolano attraverso i discorsi politici, i media tradizionali e i social media.

Tali narrazioni hanno operato un inquadramento storico della chiesa ortodossa, raffigurandola come uno strumento del dominio imperiale. L’hanno altresì rappresentata come un’istituzione associata principalmente all’identità amhara. Il legame con l’identità amhara attinge al predominio storico delle élite di lingua amarica nello Stato imperiale. I critici bollano la chiesa come simbolo della storica egemonia amhara piuttosto che riconoscerla come un corpo spirituale multietnico.

Dagli anni Settanta e ancora di più dopo il 1991 la Chiesa è stata raffigurata come uno strumento dell’espansione dello Stato imperiale e del suo dominio culturale. In queste narrazioni la Chiesa è associata alla propagazione del cristianesimo, della lingua amarica e dell’autorità politica imperiale nelle aree di nuova acquisizione. Viene poi presentata come parte di un più ampio processo di dominio culturale e politico.

Alcune di queste rappresentazioni negative distorcono la storia della chiesa o ne danno un’interpretazione selettiva. Allo stesso tempo non tengono conto dei suoi contributi alla società etiope. Marginalizzando o escludendo tali aspetti dell’esperienza e dei contributi storici della Chiesa, tali rappresentazioni possono essere intese come una forma di violenza epistemica. Il rischio è che questo genere di narrazione faccia sembrare la violenza fisica accettabile, giustificabile o irrilevante.

Religione, appartenenza etnica e Stato

Un secondo importante dato emerso dalla mia ricerca riguarda la crescente confluenza di identità etniche e religiose nell’Etiopia odierna. Lo studio mette a fuoco la tendenza a identificare una religione con uno specifico gruppo etnico. In Etiopia il cristianesimo ortodosso è spesso raffigurato come la religione di determinati gruppi etnici e non come una religione multietnica.

Questo aspetto è rilevante in quanto l’appartenenza etnica è divenuta una componente fondamentale dell’identità politica in Etiopia, conferendo una forte valenza politica al legame tra religione e gruppi etnici specifici. Associare le istituzioni religiose alle dispute etniche rischia di trascinarle all’interno di lotte identitarie e di potere su più vasta scala.

Ciò è apparso evidente nel 2023, quando vescovi della Chiesa ortodossa etiope Tewahedo nella regione di Oromia hanno auspicato un maggiore uso della lingua oromo, una delle lingue più parlate in Etiopia, nelle funzioni religiose, chiedendo inoltre una più ampia rappresentanza oromo nella leadership ecclesiastica. Le questioni legate alla lingua e alla rappresentanza etnica si sono intrecciate con le dispute sull’autorità della Chiesa e sulla politica regionale.

Di conseguenza le istituzioni religiose sono divenute bersagli in conflitti etnici, politici e armati che non riguardano primariamente la religione. Ciò porta altresì a chiedersi se lo Stato abbia fatto abbastanza per proteggere le chiese e il clero dagli attacchi.

Che cosa è necessario fare

Il mio studio non cerca di presentare la chiesa come un’istituzione impeccabile. Come altre istituzioni, la Chiesa ortodossa etiope ha teso a sviluppare dinamiche di potere complesse e ha dovuto affrontare problemi di governance. Ha sperimentato divisioni nella leadership, lotte per la rappresentanza e l’autorità e conflitti interni. Ma negare la storia e l’identità dell’istituzione o il suo contributo alla società significa andare ben oltre la semplice retorica. L’esclusione e la marginalizzazione della Chiesa ortodossa etiope Tewahedo possono aggravare la frammentazione sociale e rendere i suoi fedeli più vulnerabili alla discriminazione e alla violenza.

Concludo, sulla base dei risultati della mia ricerca, che fermare gli attacchi fisici rappresenta soltanto una parte di ciò che occorre fare. C’è altresì la necessità di compiere uno sforzo concreto per smantellare narrazioni che sono in conflitto con la legittimità, la dignità e la storia di specifiche comunità. Comprendere la relazione tra narrazioni e violenza può aiutare a prevenire ulteriori violenze. Può inoltre contribuire alla costruzione di un futuro più inclusivo e pacifico per l’Etiopia. (Da: The Convesation; trad.: G. M. Schmitt)

L’autore di questo articolo pubblicato da The Conversation e di cui proponiamo la traduzione, è Dereje Melese Liyew, docente e ricercatore di Scienze politiche presso l’Università di Debre Markos, in Etiopia, ed è specializzato in pace e sicurezza, religione e politica, transizioni politiche e geopolitica del Corno d’Africa. Possiede un master in Scienze politiche, ha pubblicato su autorevoli riviste internazionali e partecipa attivamente a ricerche e a dialoghi sulle politiche a livello regionale.

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