La globalizzazione ha favorito l'insorgenza dei fondamentalismi

Intervista con Alain Dieckhoff

03 aprile 2026  |  Carole Pirker

Alain Dieckhoff

Mentre la pratica religiosa continua a scemare, i movimenti religiosi radicali hanno invece il vento in poppa. Come va interpretata questa evoluzione? È un sintomo della crisi della modernità? Un pericolo per la democrazia? Per la trasmissione radiofonica "Babel" della RTS Carole Pirker ha intervistato il sociologo Alain Dieckhoff, che per la casa editrice Albin Michel ha curato il saggio Radicalités religieuses. Au cœur d’une mutation mondiale (“Radicalità religiose. Al centro di un mutamento globale”).

Diverse tipoloigie di radicalismo

Cattolicesimo identitario, evangelicalismo, salafismo, buddismo militante o ebraismo ultraortodosso… Da una quindicina di anni la religione torna con forza sulla scena internazionale, soprattutto nelle sue forme radicali. Per comprendere questo mutamento e tracciare una cartografia mondiale delle radicalità religiose Alain Dieckhoff ha riunito le competenze di 17 esperti, tra cui lo storico Denis Pelletier e il politologo Olivier Roy.
Un ampio ventaglio di esempi nei movimenti ebraici, cristiani, musulmani, buddisti e indù permette di cogliere diverse tipologie di radicalità, la loro articolazione con il nazionalismo e il loro rapporto con la violenza, così come le varianti culturali, politiche e geografiche di questo nuovo fenomeno.

Secondo lei, Alain Dieckhoff, oggi, in varie parti del mondo, vi sono fedeli, religiosi e leader politici che mettono in campo la religione per proteggersi da un mondo secolare percepito come minaccia, ma anche per mettere in atto strategie di conquista o riconquista religiosa. Può fornire qualche esempio?

Sì, un esempio è l’inaugurazione da parte del presidente Trump di un ufficio della fede alla Casa Bianca dopo il suo ritorno al potere a gennaio 2025. Un altro è il primo ministro Narendra Modi, in India, che si bagna nelle acque del Gange in occasione di un gigantesco pellegrinaggio a febbraio 2025. Oppure quello di alcuni rabbini dell’esercito israeliano che danno una connotazione sacra alla guerra condotta da Israele a Gaza, mentre sul fronte opposto Hamas giustifica le proprie azioni, atti terroristici compresi, in nome di un'interpretazione jihadista dell’islam. Sono alcuni esempi recenti che dimostrano che oggi la religione è molto più presente rispetto a trent’anni fa.

Tuttavia, e gli studi lo dimostrano, assistiamo a un declino delle pratiche e delle credenze. Perché, allora, queste radicalità religiose ritornano con prepotenza? È paradossale, non crede?

Per quel che riguarda le pratiche e le credenze, soprattutto in Europa, è un fenomeno che in effetti continua. Tuttavia la ritrazione del religioso nella sfera privata, che si pensava sarebbe andata di pari passo con la secolarizzazione, non sta avvenendo. C’è invece una nuova presenza della religione nello spazio pubblico, anche in paesi che possono essere secolarizzati sul fronte delle pratiche e delle credenze. È un fenomeno inedito, ingente e imprevisto, che spesso assume la forma della radicalità religiosa.

La ritrazione del religioso nella sfera privata, che si pensava sarebbe andata di pari passo con la secolarizzazione, non sta avvenendo.

Si pensava che la modernità avrebbe marginalizzato il religioso. Invece, come lei afferma, ne osserviamo la ricomposizione. A che tipo di radicalità stiamo assistendo?

È molto importante distinguere tra due modalità: la radicalità pietista e la radicalità attivista. Mentre entrambe reclamano una pratica rigorosa ed esigono dai fedeli uno scrupoloso rispetto delle norme religiose, vi sono alcune differenze. La radicalità pietista richiede infatti un livello di intransigenza religiosa molto elevato. È il caso, per esempio, dell’ultraortodossia ebraica, di alcuni gruppi cristiani che costituiscono comunità il più possibile separate dalla città secolare che le circonda e, nell’islam, del salafismo. Ma al di là di questa esigenza di rigore religioso, che va di pari passo con un separatismo sociale dichiarato, non c’è alcun progetto politico. Non cercano di prendere il potere.

Al contrario, quindi, dei radicali attivisti…

Infatti gli attivisti non vogliono soltanto prendere il potere, ma anche imporre la loro visione del mondo all’intera società, credenti e non credenti. Costituiscono ovviamente una minaccia maggiore per i non credenti rispetto ai radicali pietisti che vivono separati, con una sorta di muro simbolico, e talvolta reale, che li separa dalla città secolare.

E chi possiamo trovare fra i radicali attivisti?

È il caso dei sionisti religiosi in Israele e di coloro che si richiamano al movimento dei Fratelli musulmani. Possiamo pensare anche a certi gruppi evangelicali, in particolare negli Stati Uniti, ma altresì ad alcuni cattolici, un elemento nuovo che non ci aspettavamo.

Quindi la religione si trova più che mai mescolata con la politica. È un pericolo per la democrazia?

Sì, perché questo mutamento è ovviamente inconciliabile con la tolleranza religiosa che dovrebbe esistere nelle società moderne, nelle quali la pluralità religiosa dovrebbe essere la norma. Quindi, al contrario, se si vuole legare lo Stato a una religione, generalmente quella della maggioranza, si entra quasi inevitabilmente in una logica discriminatoria nei confronti degli altri gruppi religiosi. È perciò un pericolo per la convivenza, quanto meno nelle società moderne.

Questo mutamento è inconciliabile con la tolleranza religiosa che dovrebbe esistere nelle società moderne contraddistinte dal pluralismo religioso.

Ma esistono anticorpi rispetto a questo mutamento?

Gli anticorpi devono essere in parte politici. L’imperativo, almeno nelle società democratiche, è di continuare a difendere e ridare nuovo vigore al modello democratico fondato sulla tolleranza. Oggi, però, il compito è arduo, perché questo modello democratico è in crisi. Non è messo in discussione solo dalle forme di radicalismo religioso, ma anche, in parte, dalla politica. Il problema si accentua quando queste posizioni vengono adottate dai partiti politici, in particolare da quelli populisti, alcuni dei quali promuovono un identitarismo di matrice cristiana. L’altro anticorpo, anch’esso una fiamma un po’ vacillante, è la mobilitazione del fatto religioso per propugnare il dialogo, la tolleranza e l’ecumenismo. Ma nelle società occidentali questa modalità più aperta del religioso, sulla scia del cristianesimo sociale degli anni ’70 e ’80, è oggi molto più debole.

Tale mutamento è un sintomo della crisi della modernità?

Chiaramente sì: nelle società più sviluppate, la modernità è andata di pari passo con un aumento dell’individualismo. Questo ha portato a ciò che in sociologia viene chiamata anomia delle società, cioè una sorta di atomizzazione dannosa per la convivenza. Una religiosità tenace pretende di rispondere a questo vuoto restituendo un senso al sentire collettivo. Inoltre, la dimensione del collettivo, finora sostenuta dalla politica nella forma della difesa dello Stato-nazione, è oggi in crisi. I movimenti populisti, che affermano di voler ridare senso al collettivo, se ne sono appropriati, talvolta alleandosi con alcuni gruppi religiosi radicali che vogliono, anch’essi, restituire un senso al vivere collettivo.

La modernità è quindi vissuta come una minaccia da queste nuove correnti integraliste o fondamentaliste…

Sì, e anche come un’impasse. La modernità che si preconizzava alla fine degli anni ’80 con la caduta del comunismo, grazie a una sorta di diffusione generalizzata tanto dell’economia di mercato quanto del liberalismo, non ha funzionato. Non vi è stata una diffusione generalizzata del modello liberale individualista e del relativo entusiasmo. Prevale piuttosto la disillusione. Non c'è dubbio che la crisi c’è, con imprenditori religiosi o politici che propongono le loro soluzioni. In alcuni paesi hanno successo. È per esempio il caso degli Stati Uniti, con una destra conservatrice e gruppi religiosi protestanti e cattolici che con essa si alleano, tutti uniti contro una modernità che considerano giunta a un’impasse e che obiettivamente lo è, in un certo senso.

La modernità che si preconizzava alla fine degli anni ’80 con la caduta del comunismo non ha funzionato.

Nel suo volume cita il caso dell’integralismo cattolico alla mons. Lefebvre, che veicola una visione in cui il cattolicesimo è vocato a occupare un posto privilegiato nello Stato, con alcuni dei suoi adepti che si ritrovano nel partito politico francese "Rassemblement national". Qui si nota chiaramente questo slittamento tra religione e politica.

Sì, assolutamente sì. È innegabile che nella corrente tradizionalista di mons. Lefebvre e dei suoi discepoli vi sia una visione cattolico-nazionalista, che era per esempio in voga nella Spagna franchista e che è presente oggi in certe correnti estreme negli Stati Uniti, con una domanda molto chiara di rifondazione della nazione americana come nazione cristiana con un governo fondato sulla legge biblica. Anche in questo caso ci troviamo senz’altro di fronte a una politicizzazione della religione.

Lo storico Denis Pelletier spiega che il cattolicesimo è diventato quella che lui chiama una “minoranza globale”. Quali sono le conseguenze di questo nuovo dato di fatto?

In effetti è presente praticamente ovunque nel mondo, ma è anche pressoché ovunque minoritario. In Africa e in Asia in ragione della presenza ben più massiccia di altre religioni e in Europa e in America a causa della secolarizzazione. Denis Pelletier mostra che il cattolicesimo non è mai stato tanto globalizzato come nel XX secolo, mentre è diventato minoritario nelle pratiche. Mette in luce questa situazione paradossale. Molti francesi, per esempio, hanno origini cattoliche, ma ben pochi oggi sono praticanti. In queste società storicamente cattoliche la minoranza dei praticanti tende a voler affermare un cattolicesimo molto forte, perché vuole difendersi da un mondo percepito come ostile e non più portatore dei valori della propria fede.

I due movimenti che più hanno beneficiato della globalizzazione sono il salafismo e l’evangelicalismo. Come spiegare il loro dinamismo?

La globalizzazione ha effettivamente favorito l’ascesa dell’evangelicalismo e del salafismo. Il loro dinamismo deriva dal fatto che propongono una modalità religiosa ampiamente slegata dalle culture locali. In altre parole il salafismo, per esempio, richiede una pratica rigorosa ma indipendente dalla cultura ospitante: si può praticare lo stesso tipo di islam sia che ci si trovi a La Mecca sia che ci si trovi a Bamako. Vale lo stesso per l’evangelicalismo. Sebbene sia storicamente molto più sviluppato in America del nord, in origine sotto forma di neopentecostalismo, può essere esportato, in particolare in Africa, perché anch’esso è ampiamente slegato dal substrato culturale. In altre parole si può essere evangelicali tanto a Chicago quanto ad Abidjan o altrove.

Il dinamismo dell’evangelicalismo e del salafismo deriva dal fatto che propongono una modalità religiosa ampiamente slegata dalle culture locali.

Che rapporto hanno questi movimenti religiosi radicali con la violenza?

Varia notevolmente. Negli ultimi anni, nel mondo del cristianesimo in senso lato, la violenza è stata relativamente limitata, a parte quella che ha trovato espressione per esempio negli Stati Uniti in alcuni attacchi contro cliniche che praticano l’interruzione di gravidanza. Nel mondo ebraico la violenza esiste in Israele. Non è messa in atto dagli ultraortodossi, ma dai sionisti religiosi che seguono una logica di scontro con i palestinesi. Rappresentando in Cisgiordania la punta di diamante della colonizzazione nei territori occupati, la loro è una logica di violenza deliberata. Abbiamo anche il caso dell’islam che, va sottolineato, è un universo religioso molto complesso e diversificato. Il movimento del jihadismo salafita, che si è sviluppato in una frangia estrema dell’islam salafita, rivendica anch’esso la violenza, tanto nelle società musulmane quanto attraverso attentati negli Stati Uniti o in Europa.

(Da: Réformés - le journalRTSreligion / cath.ch ; trad.: G. M. Schmitt)

Temi correlati

fondamentalismo religioni

Articoli correlati