Iran, bahá’í come capri espiatori

La persecuzione silenziosa di una minoranza pacifica

10 febbraio 2026  |  Feri Mazlum

Teheran, capitale dell'Iran (foto: Sajad Nori/unsplash)

Mentre l’Iran attraversa una delle fasi più drammatiche della sua storia recente, segnata da profonde tensioni sociali, repressione delle proteste popolari e un pesante bilancio di vittime, il governo iraniano sembra ricorrere ancora una volta a una strategia ben collaudata: individuare un capro espiatorio interno su cui scaricare colpe e paure. A farne le spese, come già accaduto sistematicamente in passato, è la comunità bahá’í, la più grande minoranza religiosa non musulmana del Paese.
A lanciare l’allarme è la Baha’i International Community (BIC), che denuncia un’intensificazione delle persecuzioni e una rinnovata campagna di incitamento all’odio contro i bahá’í attraverso i media statali iraniani. Un copione che si ripete puntualmente nei momenti di crisi nazionale, dall’immediato periodo successivo alla Rivoluzione islamica del 1979 fino ai giorni nostri.
Negli ultimi giorni, programmi trasmessi dal Canale 2 della televisione di Stato hanno diffuso accuse infondate contro membri della comunità bahá’í, arrivando a mandare in onda presunte “confessioni” di due fedeli, trasmesse il 1° febbraio dall’Islamic Republic of Iran Broadcasting (IRIB). Secondo organizzazioni per i diritti umani, tali confessioni sarebbero state chiaramente estorte sotto coercizione, minacce e pressioni psicologiche, una pratica tristemente documentata nelle carceri iraniane da decenni.
La messa in onda di confessioni forzate rappresenta un’ulteriore escalation nella persecuzione di una comunità che già da oltre quarant’anni subisce arresti arbitrari, detenzioni, esclusione dall’istruzione superiore, confisca di beni e sistematiche restrizioni alla libertà religiosa.
“Questo è un ulteriore tentativo del governo iraniano di falsificare la verità e di presentare menzogne alla propria popolazione”, ha dichiarato Simin Fahandej, rappresentante della BIC presso le Nazioni Unite a Ginevra. “Durante ogni periodo di crisi nazionale, le autorità hanno costantemente usato i bahá’í come capri espiatori. È uno schema ricorrente, ormai evidente”.
Le accuse rivolte alla comunità bahá’í – che vanno dalla cospirazione politica al tradimento nazionale – non sono mai state supportate da prove concrete. Eppure, continuano a essere riproposte con regolarità, alimentando un clima di sospetto e ostilità che rende i bahá’í bersagli facili di repressione e discriminazione.
Questa persecuzione appare ancora più stridente se si considera la natura della fede bahá’í, nata in Iran nel XIX secolo e oggi diffusa in oltre 180 Paesi del mondo. I bahá’í costituiscono una comunità globale profondamente impegnata nella promozione della pace, dell’uguaglianza tra uomini e donne, dell’educazione universale e dell’unità del genere umano. Ovunque vivano, i bahá’í sono incoraggiati a contribuire attivamente al benessere della società, a collaborare con le istituzioni e a lavorare per il progresso morale e materiale dei propri Paesi.
In Iran, nonostante decenni di persecuzioni, la comunità bahá’í ha sempre mantenuto una linea di assoluta non violenza. “I bahá’í in Iran, nonostante le false accuse e le crudeli persecuzioni, hanno sempre risposto esclusivamente con resilienza e servizio al proprio Paese”, ha sottolineato Fahandej, aggiungendo: “Hanno senpre rifiutato di adottare le stesse tattiche di odio e ingiustizia dei loro persecutori”.
Questo rifiuto della violenza non è una scelta strategica, ma un principio religioso fondamentale. I bahá’í credono nella veridicità, nella giustizia e nel dialogo come strumenti di trasformazione sociale. Anche di fronte a pressioni estreme, molti hanno rifiutato di rinnegare la propria fede in cambio di benefici materiali o della libertà, dimostrando una coerenza morale che ha attirato, nel tempo, il rispetto di ampi settori della società civile iraniana.
Durante una recente Sessione speciale del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite dedicata all’Iran, la BIC ha ricordato che, accanto alla persecuzione pluridecennale dei bahá’í, un numero crescente di cittadini iraniani – di diverse religioni, etnie e orientamenti – sta oggi subendo gravi violazioni dei propri diritti fondamentali. In questo contesto, la comunità bahá’í ha espresso solidarietà verso tutte le vittime della repressione, ribadendo che la lotta per la giustizia riguarda l’intera società iraniana. “Tutti gli iraniani, di ogni religione ed estrazione, meritano di partecipare alla costruzione del futuro della loro nazione. È un diritto umano fondamentale che nessun governo può negare”, ha concluso Fahandej.
Dopo oltre quattro decenni di persecuzioni, i bahá’í in Iran continuano a considerare il Paese come la loro patria, una terra che ritengono sacra e alla quale restano profondamente legati. Il loro desiderio di vedere riconosciuti i propri diritti non nasce da rivendicazioni separatiste, ma dalla volontà di contribuire pienamente al progresso e al benessere dell’Iran.
La Baha’i International Community (BIC) ha infine rivolto un appello alla comunità internazionale affinché condanni senza ambiguità l’uso dei bahá’í come capri espiatori e continui a vigilare sulla situazione dei diritti umani nel Paese. In gioco non c’è soltanto il destino di una minoranza religiosa, ma il rispetto dei principi fondamentali di giustizia, verità e dignità umana per tutto il popolo iraniano.

(L'autore di questo articolo è un autorevole esponente della Comunità bahá’í nel canton Ticino. La rubrica radiofonica della RSI "Chiese in diretta" lo aveva incontrato qualche mese fa. È possibile riascoltare l'intervista a cura di Gaëlle Courtens cliccando qui).

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