La solidarietà di HEKS
(ve/gc) A poche ore dall’inizio degli attacchi deliberati di Israele e Stati Uniti contro l’Iran lo scorso 28 febbraio, la violenza e il caos si sono rapidamente estesi a tutta la regione mediorientale, compreso il Libano. Ancora una volta a pagarne il prezzo più alto è la popolazione civile, che vive tra bombardamenti, sfollamenti e una crescente crisi umanitaria.
Le Nazioni Unite hanno espresso forte preoccupazione per l’escalation militare in Libano, dove i bombardamenti israeliani e gli ordini di evacuazione di massa da parte dell’esercito israeliano stanno provocando una grave emergenza umanitaria e potrebbero configurare violazioni del diritto internazionale.
Da giorni il Libano è di nuovo sotto attacco da parte di Israele, dopo che il movimento sciita Hezbollah ha lanciato razzi verso il nord dello Stato ebraico. La capitale Beirut e la Valle della Bekaa sono state colpite da raid israeliani, mentre il sud del Paese è stato di fatto invaso dall’esercito israeliano.
In queste ore il presidente libanese Joseph Aoun ha accusato Hezbollah di mettere a rischio la stabilità nazionale. “Volete il crollo del Paese”, ha dichiarato, invitando ad avviare negoziati “diretti” con Israele per porre fine alla guerra. Il movimento sciita ha accolto con favore la nomina di Mojtaba Khamenei come nuova guida suprema dell’Iran, segnale che molti analisti interpretano come un ulteriore rafforzamento dei legami tra Teheran e il gruppo paramilitare libanese.
Intanto il numero degli sfollati continua a crescere rapidamente: centinaia di migliaia di persone stanno abbandonando le zone più colpite e si riversano verso il nord del Libano, spesso senza avere un luogo dove trovare riparo.
Tra chi sta cercando di organizzare l’assistenza ai civili c’è Dima Wehbi, direttrice nel Paese dell’Ente di aiuto delle chiese evangeliche in Svizzera HEKS. Vive a Beirut con la sua famiglia e coordina la collaborazione con diverse organizzazioni partner locali.
In un’intervista al portale ref.ch ha raccontato il caos dei primi giorni dell’emergenza: “Nei primi due giorni nessuno era preparato ad accogliere chi fuggiva dal sud del Libano. Non c’erano alloggi pronti, mancavano cibo e materassi. Il primo giorno sono stati creati circa 50 centri di accoglienza, oggi sono poco più di 400. Ma 390 sono già pieni. A Beirut molti sfollati vivono per strada nonostante il freddo. Gruppi di vicinato portano loro zuppa calda, acqua e altri alimenti”.
Secondo Wehbi, la popolazione non si era ancora ripresa dal precedente conflitto con Israele del 2024: “Molte persone sfollate allora non erano ancora riuscite a tornare a casa e ora sono costrette a fuggire di nuovo. Gli attacchi israeliani sono più intensi rispetto a due anni fa e la situazione è ancora più catastrofica. Le conseguenze psicologiche sono enormi: aumentano lo stress mentale, la violenza contro donne e bambini, la depressione e in alcuni casi anche l’autolesionismo”.
Per questo motivo HEKS ha avviato programmi di protezione e assistenza psicologica e pedagogica per le persone più vulnerabili.
Mentre i bombardamenti continuano e il numero dei morti e degli sfollati cresce di ora in ora, funzionari libanesi e organizzazioni internazionali temono che la crisi possa trasformarsi in una delle più gravi emergenze umanitarie della regione negli ultimi anni.
HEKS opera da anni nelle zone colpite insieme alla sua partner locale, l’associazione Najdeh. Grazie a questa presenza sul territorio, è stato possibile reagire rapidamente alla crisi e ampliare gli aiuti d’emergenza. Parallelamente, HEKS continua a sostenere anche la popolazione civile in Israele e nei Territori occupati palestinesi, dove l’escalation militare ha reso molte comunità particolarmente esposte e vulnerabili. HEKS ha avviato una raccolta fondi per sostenere gli interventi di emergenza e fornire aiuti immediati alle migliaia di famiglie costrette a lasciare le proprie case. Per donare clicca qui.