Iran. Svanito l’ultimo barlume di levatura morale degli USA

Un giorno la storia considererà la decisione di Trump un atto di follia

02 marzo 2026  |  Daoud Kuttab

Daoud Kuttab presenta il suo libro “Stato di Palestina ADESSO!” promosso dalla Società Dante Alighieri di Amman (Giordania) il 16 febbraio 2026

(RNS) – La più nota citazione sulla guerra afferma che la prima vittima dei conflitti è la verità, ma per i musulmani e altre persone religiose in Medioriente la principale vittima dell’Operazione “Furia epica” potrebbe essere l’ultimo barlume di levatura morale. Che cosa ha spinto Washington a questa guerra non provocata e con i negoziati ancora in corso?
L’unica risposta che si sia riusciti a dare qui in Medioriente è che Israele, che ha sferrato l’attacco principale, ha trascinato in guerra l’amministrazione statunitense. Israele e i suoi sostenitori al Congresso, puntellati dalla potente lobby pro-Israele AIPAC, erano anche all’origine della decisione di Donald Trump di rompere l’accordo del 2015 sul nucleare tra l’Iran e i PC+1 - i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’ONU più la Germania - noto come Joint Comprehensive Plan of Action. L’accordo mirava a limitare il programma nucleare iraniano in cambio della revoca delle sanzioni, ma Trump voleva un accordo suo, non quello negoziato dal presidente Barack Obama, e Israele ne voleva uno che limitasse non soltanto la capacità nucleare dell’Iran, ma anche i missili balistici che potevano minacciare il suo popolo.
È certo che Trump non sta compiacendo il pubblico americano. Un sondaggio realizzato all’inizio di febbraio dall’Università del Maryland ha mostrato che il 21% degli americani e appena il 40% dei repubblicani erano favorevoli a un attacco contro l’Iran. Poiché non si è preoccupato di ottenere l’approvazione del Congresso, la tendenza di quest’organo non è nota, ma entrando in guerra Trump ha ignorato il consiglio dei leader del suo stesso partito e a quanto pare anche quello del suo principale consigliere militare.
L’attacco ha avuto luogo mentre gli Stati Uniti conducevano colloqui indiretti con l’Iran che, stando ai più recenti indicatori, stavano prendendo la giusta direzione. Venerdì il ministro degli esteri dell’Oman, che comunicava le proposte a entrambe le parti e che era quindi al corrente delle discussioni, era apparso alla televisione statunitense CBS per chiedere al popolo americano di fare tutto il possibile per impedire la guerra che adesso è in pieno svolgimento.
Potremmo non sapere per anni che cosa abbia indotto Trump a venire meno alla promessa fatta in campagna elettorale di essere un presidente contrario alla guerra e le poche congetture immediate non sono molto soddisfacenti. Anche l’attuale primo ministro israeliano, ammirato da Trump, sta lottando per la propria sopravvivenza politica e contro le accuse di comportamento criminale. Una guerra è la sola speranza per Benjamin Netanyahu di convincere gli israeliani a riconfermarlo alla guida del paese alle prossime elezioni.
Ma Trump non è tipo da mettere a rischio la propria carriera politica per il futuro di un altro leader. Una possibile motivazione potrebbero essere gli Epstein Files: nonostante le censure, ne emergono rivelazioni sempre più vicine a Trump e una guerra è un buon modo per distogliere l’attenzione. Forse sta dando retta ai cristiani sionisti, che rappresentano una parte della sua base politica. O probabilmente sogna che se trasformerà l’Iran in una democrazia, nel Medioriente prevalentemente autocratico, verrà infine insignito anche lui del premio Nobel per la pace.
Ma Trump dovrebbe trarre lezione dalla guerra in Iraq di George W. Bush, le cui ripercussioni si fanno sentire ancora oggi. Bush seguì l’illusione di Netanyahu che liberarsi di un dittatore mediorientale - due decenni fa si trattava di Saddam Hussein - avrebbe portato la pace. Invece abbiamo un Iraq che sembra sempre di più uno Stato cliente dell’Iran.
I regimi ideologici come l’Iran sono meno inclini alla resa. È improbabile che gli attacchi dal cielo cambieranno le cose sul campo e conquistare un paese vasto e potente come l’Iran con truppe di terra non sarà un “gioco da ragazzi”, per usare l’espressione usata da Donald Rumsfeld prima che l’Iraq diventasse un pantano.
Ora l’uccisione da remoto dei principali leader o anche il crollo totale del regime rischia di far emergere una leadership molto più radicale. L’assassinio nel corso degli anni di leader islamici di Hamas ha suscitato, in linea di massima, leader ancora più radicali.
Qualcuno potrebbe sostenere che dopo i primi attacchi e quando entrambe le parti si saranno riprese ci saranno buone possibilità di raggiungere un accordo. Ma nel mondo musulmano gli attacchi infliggeranno enormi danni agli Stati Uniti. Mentre la maggior parte dei governi del Golfo Persico hanno denunciato gli attacchi iraniani contro le basi statunitensi sul loro territorio, i popoli della regione, i musulmani iraniani e gli altri sciiti in Iraq e in Libano, gli Huthi nello Yemen e i giovani arabi e musulmani ovunque nel mondo si sentono attualmente più vicini al popolo iraniano che ai loro stessi leader.
Gli Stati Uniti stanno scoprendo in modo concreto ciò di cui tutti gli altri sono già al corrente da tempo: il suo potere nel mondo
 non deriva soltanto dalla sua forza militare, ma anche dalla sua autorità morale. Il detto: “Ingannami una volta e la colpa è tua, ingannami due volte e la colpa è mia” mi sembra azzeccato al riguardo. L’America è stata ingannata e trascinata in una guerra inutile che metterà ulteriormente in pericolo gli americani e la politica americana. A che cosa si debba questa decisione insensata nessuno lo sa, ma un giorno la storia la considererà un atto di follia. (Da: RNS; trad.: G. M Schmitt; le opinioni espresse in questo commento non riflettono necessariamente quelle di Religion News Service)

Daoud Kuttab è l’editore di milhilard.org, un sito di notizie focalizzato sui cristiani in Palestina, Israele e Giordania. Per “altreconomia” ha appena pubblicato in italiano Stato di Palestina ADESSO!

 

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