Lo dice l’esecutivo della Chiesa nazionale riformata
(ve) Il Consiglio della Chiesa evangelica riformata in Svizzera (CERiS) si oppone all’iniziativa popolare federale "200 franchi bastano! (Iniziativa SSR)" in votazione il prossimo 8 marzo. In una lunga ed articolata presa di posizione diffusa il 23 gennaio il Consiglio CERiS spiega che non si tratta principalmente di una misura di politica finanziaria, bensì di una scelta di carattere sociale e democratico. A rischio sarebbe il ruolo che i media di servizio pubblico rivestono nei processi di coesione nazionale, nella formazione dell’opinione democratica e nel dialogo in un Paese multilingue e pluralistico come la Svizzera. Per l’esecutivo della CERiS i media di servizio pubblico rappresentano un pilastro essenziale della democrazia e fanno parte delle sue strutture fondamentali, non essendo riducibili a un semplice oggetto di risparmio economico.
Sul fronte dell’informazione più prettamente religiosa e dei contenuti spirituali come culti e messe veicolati dalla SSR, il Consiglio della CERiS fa notare che “le espressioni della vita cristiana, profondamente radicate nell’identità e nella tradizione di una grande parte della popolazione e della cultura svizzera, già adesso sono trattate in modo marginale e rischiano di scomparire del tutto dalla programmazione del servizio pubblico in caso di accettazione dell’iniziativa”. Inoltre, il Consiglio della CERiS dice di “temere una riduzione massiccia o addirittura la soppressione delle redazioni religiose, tanto in Romandia quanto in Ticino e nella Svizzera tedesca, il che comporterebbe una perdita generalizzata delle competenze giornalistiche nel trattamento dei temi religiosi in tutta la loro diversità sociale, culturale e globale”.
La CERiS è l’unione delle 24 chiese evangeliche riformate cantonali e della Chiesa metodista unita. Complessivamente rappresenta circa 1,5 milioni di protestanti.
Di seguito la presa di posizione del Consiglio CERiS nella sua intgeralità:
23.01.2026
L’iniziativa popolare federale "200 franchi bastano!" propone di ridurre l’attuale canone radiotelevisivo da 335 a 200 franchi per nucleo familiare, esentando completamente le imprese da questo obbligo. Qualora l’iniziativa fosse accettata, la SSR vedrebbe soppressa circa la metà delle sue entrate attuali.
Il Consiglio della Chiesa evangelica riformata in Svizzera (CERiS) non affronta questa iniziativa come una semplice questione di politica finanziaria, bensì come una questione di grande rilevanza sociale e democratica. La domanda centrale è la seguente: quale ruolo svolgono i media di servizio pubblico nella coesione, nella formazione dell’opinione democratica e nel dialogo in un Paese plurilingue e pluralistico come la Svizzera?
I media di servizio pubblico, un’infrastruttura democratica
I media di servizio pubblico non sono un semplice complemento per gli interessati, ma una parte essenziale dell’infrastruttura pubblica di cui una democrazia funzionante ha bisogno. In Svizzera, con il suo sistema di democrazia diretta e le votazioni regolari, uno spazio informativo comune e affidabile è di importanza fondamentale.
La SSR garantisce un’informazione indipendente, equilibrata e di portata nazionale, che spiega i processi politici, li contestualizza e mette in luce diverse prospettive. In questo modo contribuisce in maniera decisiva affinché le decisioni democratiche possano essere prese sulla base di informazioni condivise.
In un panorama mediatico sempre più frammentato, dominato da piattaforme globali e da logiche algoritmiche, questa funzione acquista un’importanza crescente. Le piattaforme internazionali non si assumono alcuna responsabilità nei confronti dello spazio pubblico democratico svizzero. Un servizio pubblico forte e indipendente, impegnato per il bene comune, è quindi tanto più necessario.
Regioni linguistiche, diversità e coesione
La Svizzera si caratterizza per la sua diversità linguistica e culturale. Oggi solo la SSR garantisce una produzione completa di contenuti giornalistici, culturali e sociali nelle quattro lingue nazionali. Ciò assicura che le prospettive di tutte le regioni siano rappresentate nello spazio pubblico nazionale.
Un’offerta completa alla radio, alla televisione e online in quattro lingue, prodotta da diverse sedi, costa oggi circa 92 centesimi al giorno per nucleo familiare. Questo modello è unico e riflette una scelta politica consapevole a favore della coesione e del dialogo.
Una riduzione della metà del canone costringerebbe la SSR a risparmiare più di quanto essa spenda attualmente per ciascuna regione linguistica. La diversità linguistica e regionale non potrebbe più essere mantenuta nella sua forma attuale. Benché l’articolo 27 della legge sulla radiotelevisione obblighi la SSR a produrre programmi nelle regioni linguistiche interessate, i risparmi non potrebbero essere compensati mediante una centralizzazione. Essi comporterebbero inevitabilmente perdite in termini di qualità, ampiezza o diversità dell’offerta.
Servizio pubblico e democrazia: molto più di un’offerta mediatica
Le democrazie funzionanti dispongono generalmente di forti media pubblici. I media di servizio pubblico svolgono un ruolo centrale nell’educazione politica, nella formazione dell’opinione e nel dialogo sulle questioni fondamentali della società.
La democrazia diretta si fonda sul fatto che cittadine e cittadini prendano regolarmente decisioni su questioni complesse. Questa forma di partecipazione politica presuppone che le informazioni siano accessibili, comprensibili e degne di fiducia. Un servizio pubblico indebolito minerebbe questa condizione e accelererebbe la frammentazione dello spazio pubblico comune.
Di conseguenza emergerebbero sottospazi pubblici sempre più chiusi, nei quali le opinioni tenderebbero a rafforzarsi a vicenda invece di essere messe in discussione. Per una democrazia che dipende dal negoziato, dal compromesso e dalla comprensione reciproca, si tratterebbe di uno sviluppo problematico.
Disinformazione e perdita di fiducia
In tutto il mondo si osserva come la libertà dei media sia sotto pressione. Il giornalismo rigoroso è scomodo perché illumina, verifica e critica. Proprio per questo è indispensabile per le società democratiche.
La disinformazione non si limita a notizie false. Spesso è collocata in modo mirato, diretta strategicamente e mira a seminare sfiducia e a influenzare i processi democratici. Quando le persone non sanno più a quali fonti affidarsi, perdono fiducia nelle istituzioni, nella scienza e nella politica.
Studi dimostrano che le offerte mediatiche della SSR figurano costantemente tra le più affidabili in tutte le regioni linguistiche. In un’epoca in cui la disinformazione è in aumento, indebolire proprio questa offerta sarebbe contraddittorio.
Inoltre, l’iniziativa impedirebbe alla SSR di proseguire la sua trasformazione digitale e di raggiungere in particolare i giovani. Questi ultimi utilizzano in modo significativo le offerte online della SSR, anche per contenuti politici. Un indebolimento finanziario frenerebbe questa evoluzione e amplierebbe il divario tra lo spazio pubblico democratico e la giovane generazione.
Lo spazio pubblico, una condizione preliminare – e non un prodotto del mercato
Lo Stato di diritto liberale dipende da condizioni che non può creare da solo: fiducia, orientamento, senso di responsabilità e volontà di dibattito pubblico. Queste condizioni non nascono automaticamente, ma richiedono istituzioni solide e spazi di comunicazione affidabili.
I media di servizio pubblico non sono semplicemente un servizio pagato dai cittadini, ma un’istituzione che appartiene loro. La SSR è l’espressione di una missione democratica comune: rendere possibile e plasmare uno spazio pubblico nell’interesse di tutti. Lo spazio pubblico non è una merce come le altre, ma una risorsa democratica. Il servizio pubblico contribuisce a mantenerlo aperto, anche laddove l’attenzione non è facilmente monetizzabile.
I media privati e le piattaforme digitali apportano contributi importanti, ma sono sottoposti a una forte pressione economica e seguono altre logiche. Essi non possono garantire da soli la funzione integratrice e stabilizzatrice del servizio pubblico. Indebolire il servizio pubblico significa consegnare lo spazio pubblico agli interessi commerciali e rischiare di impoverire il dibattito democratico.
Minore spazio alle espressioni della fede cristiana ed erosione delle competenze religiose
Il Consiglio della CERiS teme che, in caso di accettazione dell’iniziativa, vengano sciolte le partnership uniche in Svizzera tra radio, televisione e centri mediatici ecclesiastici. Già nel 2016 la RTS aveva rivisto il proprio accordo con Cath-Info e con il suo equivalente protestante Médias-pro per la diffusione di contenuti spirituali e religiosi a causa di una mancanza di mezzi. Questa decisione aveva suscitato grande preoccupazione: 27.000 persone avevano firmato una petizione affinché le misure annunciate – la soppressione dei magazine radiofonici e televisivi – fossero riconsiderate e attenuate.
In Romandia, la redazione religiosa della RTS tratta regolarmente i fenomeni religiosi in tutta la loro diversità e affronta in modo giornalistico le diverse forme di religiosità e spiritualità, in Svizzera e nel mondo. Nel 2021, un’ulteriore riduzione aveva già portato alla scomparsa dell’unico programma televisivo dedicato alla religione. Oggi, una riduzione del canone a 200 franchi potrebbe comportare la soppressione di altre offerte centrali nel campo della religione e della spiritualità, come:
Nella Svizzera tedesca, i media ecclesiastici hanno già dovuto subire riduzioni qualitative e tagli alle trasmissioni di culti a causa delle pressioni finanziarie. Reformierte Medien, la casa editrice delle Chiese riformate della Svizzera tedesca e della Chiesa evangelica metodista, si oppone con forza all’iniziativa popolare.
Le espressioni della vita cristiana, profondamente radicate nell’identità e nella tradizione di una grande parte della popolazione e della cultura svizzera, sono già trattate in modo marginale e rischiano di scomparire del tutto dalla programmazione del servizio pubblico in caso di accettazione dell’iniziativa.
Inoltre, è da temere una riduzione massiccia o addirittura la soppressione delle redazioni religiose, tanto in Romandia quanto in Ticino e nella Svizzera tedesca, il che comporterebbe una perdita generalizzata delle competenze giornalistiche nel trattamento dei temi religiosi in tutta la loro diversità sociale, culturale e globale.
Conclusione
I media di servizio pubblico, come altre istituzioni, sono confrontati con grandi sfide. L’adesione e la fiducia non sono più scontate e devono essere costantemente rinnovate. Ciò non significa tuttavia che tali istituzioni debbano essere indebolite. Al contrario: chi vuole un rinnovamento deve garantire la capacità di agire.
L’iniziativa di riduzione non coglie la portata di questa situazione. Riduce una sfida strutturale a una questione di costi e rischia così di danneggiare in modo duraturo un’infrastruttura democratica fondamentale.
Il Consiglio della Chiesa evangelica riformata in Svizzera (CERiS) raccomanda pertanto di respingere l’iniziativa SSR. Un "no" all’iniziativa di riduzione non è un’espressione di nostalgia, ma un giudizio realistico sulle condizioni necessarie a una democrazia funzionante. Chi desidera che lo spazio pubblico rimanga anche in futuro un luogo di dialogo – e non un semplice mercato dell’indignazione – non dovrebbe indebolire i media di servizio pubblico, bensì aver fiducia nella loro capacità di rinnovarsi e sostenerli in questo percorso.