… ma che ne è della Bibbia?
Nel 1487, papa Innocenzo VIII promulgò la bolla Inter multiplices: d'ora in avanti nessun tipografo avrebbe potuto stampare senza sottoporre la propria opera all'arcivescovado, pena la scomunica. Roma aveva appena inventato l’imprimatur, il diritto di dire al pensiero umano: “Passerai attraverso di me”.
Trent’anni dopo, Martin Lutero avrebbe bruciato la bolla che lo condannava. La stampa aveva già vinto.
Passano cinque secoli. Ed ecco che Leone XIV pubblica, lo scorso 25 maggio, Magnifica Humanitas, la prima enciclica dedicata all’intelligenza artificiale (IA). Il papa mette in guardia dal rischio di costruire una nuova torre di Babele tecnologica, scollegata dall’etica e dal bene comune. Il testo è bello, dignitoso, sincero, ben intenzionato.
Ma il gesto è lo stesso del 1487: un’istituzione che continua a immaginarsi al di sopra di una tecnica che non padroneggia, per assegnarle dei limiti che non può imporre. Leone XIV ha scelto il suo nome annunciando che voleva fare per la rivoluzione digitale ciò che Leone XIII aveva fatto per la rivoluzione industriale con la Rerum Novarum. Ma la Rerum Novarum parlava agli uomini della loro condizione. La Magnifica Humanitas parla a una macchina che non ascolta, credendosi a prescindere dispensatrice di lezioni. Il passo è un po’ troppo ambizioso.
L’Indice fu abolito nel 1966, cinque secoli dopo Gutenberg. Scommettiamo che Roma comprenderà l’IA entro gli stessi tempi. Intendiamoci bene: disinnescare l’IA è un compito che riguarda tutti, così come comprendere la potenza e le logiche della tecnologia. Jacques Ellul ce lo diceva già negli anni ’40-’50. Come mai il papa non ha ritenuto opportuno e necessario ribadire che è il libro, cioè la Bibbia con i suoi racconti sempre innovativi, a costituire il primo passo per salvaguardare e rafforzare l’intelligenza umana contro ogni minaccia?
(Tratto dalla rubrica quotidiana di Réforme "L'œil de Réforme", che non esprime la linea editoriale del settimanale dei protestanti francesi; trad.: G. Courtens)