Vuoi la pace? Parla con il nemico!

In Germania il movimento ecumenico per la pace pubblica un contro-documento alla nuova etica della pace dell’EKD

11 giugno 2026

(celi/ve) “Chi vuole la pace deve parlare con il nemico”: così si intitola il “Manifesto ecumenico per la pace” (Friedensschrift) pubblicato l’11 maggio e presentato online lo scorso 5 giugno, che ha immediatamente suscitato attenzione nel dibattito tedesco e internazionale.

Una pubblicazione scomoda

Il documento è firmato da un gruppo redazionale di quattro esperti — Ralf Becker, Karen Hinrichs, Heinrich Schäfer e Theodor Ziegler — su mandato di un plenum di circa 60 rappresentanti del movimento ecumenico per la pace, riuniti attorno all’Istituto ecumenico di teologia della pace di Ulma nel Baden-Württemberg.
Il documento nasce esplicitamente come riflessione critica al Memorandum sulla pace (Friedensdenkschrift) che la Chiesa evangelica in Germania (EKD) ha pubblicato nel novembre 2025. Il programma radiofonico “Chiese in diretta” della RSI a febbraio ne aveva parlato con il teologo valdese Fulvio Ferrario (per riascoltare l’intervista clicca qui). Nel testo l'EKD afferma che il possesso di armi nucleari possa essere “politicamente necessario”. Per i firmatari del recente Manifesto ecumenico sulla pace, questa posizione è inaccettabile. La teologa e vescova luterana Margot Käßmann, che aveva già espresso critiche al documento dell’EKD, lo ha ribadito chiaramente: “Le armi nucleari devono essere abolite. Ho visitato sia Hiroshima che Fukushima. Non riesco a capire come si possa anche solo lontanamente giustificare un’arma di quel potere distruttivo”.

Il Discorso della montagna

La tesi centrale del documento è teologicamente solida e politicamente scomoda: il Discorso della montagna è compatibile con la moderna ricerca sulla pace. Shalom - la pace biblica - non significa soltanto assenza di guerra: significa giustizia, benedizione, vita buona. Gli estensori del nuovo documento evidenziano come il concetto di “logica della pace” (Friedenslogik), sviluppato dalla ricerca sociologica, mostri che i conflitti si possono risolvere per via diplomatica e civile. È possibile. È praticabile. È preferibile. E per i cristiani non può essere una opzione a tempo.

Prima la trave nell’occhio

Il documento applica alla politica estera l’immagine evangelica della “trave nell’occhio”: prima di indicare il peccato altrui, bisogna fare autocritica. In concreto: lo scritto analizza il ruolo negativo dell’Occidente nell’escalation dei conflitti nel mondo e in Europa, esempi paradigmatici di occasioni perdute per costruire una pace duratura in Europa. Non è giustificazionismo nei confronti di chi aggredisce: è la richiesta di applicare il diritto internazionale universalmente, anche al proprio comportamento. Anzi a partire da noi stessi.

Le chiese come chiese della pace

Le chiese, dice il documento, “adempiono alla loro missione solo come chiese della pace”. Non una posizione tra le tante: un obbligo costitutivo. In tempi di riarmo massiccio, le chiese sono chiamate a pronunciarsi chiaramente per il disarmo militare e per l’adesione di tutti gli Stati al Trattato ONU sulla proibizione delle armi nucleari: “È un mito che la pace si possa raggiungere con la violenza militare e la minaccia”. Käßmann ha aggiunto: “Le chiese devono farsi sentire con più forza. Non bastano nuove forniture di armi: servono chiari appelli alla de-escalation e ai negoziati. Bisogna parlare anche con Putin”.

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