La pace non si impone sui corpi delle donne

La pace che Gesù annuncia è una pace che si costruisce accompagnando, non condannando

03 febbraio 2026  |  Elisabetta Tisi, parroca cattolica cristiana

Quando il papa parla di aborto come del “più grande distruttore della pace”, come ha fatto recentemente in Vaticano, di quale pace stiamo parlando, e su chi ricade il suo costo?

Definire l’aborto “il più grande distruttore della pace” mentre si tace sulle violenze, sulle disuguaglianze, sulle solitudini, sulle maternità forzate, significa spostare il fuoco. E soprattutto significa continuare una lunga tradizione ecclesiale in cui la morale si trasforma in controllo e la fede in dominio.

Una Chiesa che parla dei corpi delle donne senza ascoltarle non sta annunciando il Vangelo. Sta difendendo un ordine patriarcale rivestito di linguaggio religioso. E questo è già stato fatto, troppe volte, sempre a spese delle stesse. C’è qualcosa di profondamente stonato in una Chiesa che continua a intervenire con forza normativa sul corpo delle donne, mentre resta quasi muta quando quei corpi attraversano il dolore, la perdita, il lutto.

Il corpo femminile viene evocato spesso nei discorsi ufficiali come una sorta di territorio da difendere. Ma quando quel corpo sanguina per una gravidanza felice che si è improvvisamente interrotta, quando resta vuoto dopo un’attesa spezzata, quando una donna e un uomo perdono involontariamente un figlio che non è mai nato, allora troppo spesso la Chiesa scompare. Non c’è parola. Non c’è rito. Non c’è spazio. E questo silenzio dice molto.

Sto lavorando per la Chiesa cattolica cristiana ad un rito per accompagnare le famiglie in questo lutto. E questo mi obbliga a una domanda: come può una Chiesa occuparsi con tanta insistenza del corpo delle donne quando genera, e così poco quando perde?

Il lutto perinatale è un dolore invisibile nel nostro tempo. Non lascia fotografie, non lascia ricordi condivisi, spesso non lascia nemmeno un nome. I genitori restano soli con un’assenza che il mondo minimizza e che le Chiese, per secoli, hanno faticato persino a riconoscere. Eppure, lì c’è una ferita reale. Un amore che non ha avuto tempo di diventare storia, ma che esisteva già come promessa e come attesa. Un rito per il lutto perinatale non è un dettaglio pastorale. È una presa di posizione teologica: quel dolore conta, quella vita, anche se brevissima, ha lasciato traccia, quei genitori non sono soli. E dice, implicitamente, che il corpo delle donne non è un oggetto morale, ma un luogo sacro di relazione e di fede.

Quando una Chiesa parla sopra le donne, senza dar loro voce, quando interviene con giudizi morali ma non costruisce spazi di ascolto e quando difende principi ma non accompagna le ferite, allora non sta annunciando il Vangelo. Sta esercitando potere. Prendersela ancora una volta con il corpo delle donne significa proprio pretendere obbedienza senza offrire prossimità. Il lutto perinatale smaschera questa contraddizione in modo brutale. Perché lì non c’è nulla da controllare. C’è solo una perdita. E una richiesta silenziosa di senso.

Nel Vangelo, Gesù non ha paura dei corpi feriti. Li tocca e si lascia toccare. Quando incontra le donne, non le riduce mai a funzioni biologiche, a simboli, a uteri parlanti. Le incontra come soggetti, come persone capaci di parola e di decisione. E soprattutto, non sottrae mai la parola a chi soffre. Una teologia evangelica degna di questo nome dovrebbe partire da qui: dal corpo come luogo teologico, non come problema da risolvere.

In Svizzera viviamo in una società dove le Chiese hanno ancora una qualche voce pubblica. Proprio per questo la responsabilità è grande. Ogni parola pronunciata sui corpi femminili pesa. Ogni silenzio pesa ancora di più. Se le Chiese vogliono essere credibili, devono smettere di parlare solo quando si tratta di affermare limiti, e cominciare a parlare, e soprattutto ad agire, quando si tratta di accompagnare perdite.

“Il più grande distruttore della pace”: la pace che Gesù annuncia è una pace che non teme le domande delle donne, né le loro scelte difficili. È una pace che si costruisce accompagnando, sostenendo, e non certo sorvegliando o condannando.

Credo che il compito di ogni Chiesa non sia quello di dettare leggi ai corpi, ma di stare accanto alle persone nei luoghi dove la vita fa male, dove le decisioni pesano: nella nostra vita umana, dove difficilmente esistono soluzioni pure. E se davvero vogliamo parlare di pace, allora cominciamo dal riconoscere che i corpi delle donne non sono territorio di conquista morale, ma luoghi sacri di vita, di relazione e di responsabilità.

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