Quali analogie con l’epoca dello schiavismo?
(RNS) Esiste una similarità tra le attuali proteste contro le tattiche di deportazione di massa del Dipartimento della sicurezza interna degli Stati Uniti d’America e quel che accadde dopo l’approvazione del Fugitive Slave Act, la legge sugli schiavi fuggitivi, del 1850. All’epoca non erano gli immigrati senza documenti a essere arrestati dal governo - con grande sgomento dei manifestanti - ma chi, dagli Stati del sud, fuggiva dalla schiavitù.
La legge, parte del “Compromesso”, un pacchetto di misure tese a mantenere integri gli Stati Uniti, sospendeva l’habeas corpus (per cui il governo non doveva giustificare la detenzione di un individuo), agli schiavi fuggiti negava un processo con giuria, prevedeva indennità più elevate per i funzionari che si pronunciavano a favore degli schiavisti e ordinava a tutti i cittadini la collaborazione nella cattura dei fuggitivi, pena una multa e persino l’incarcerazione. La legge suscitò una resistenza negli Stati del nord, non soltanto da parte di cittadini afrodiscendenti e bianchi, ma anche da parte dei Parlamenti locali. Il Vermont fece da apripista approvando una legge che ordinava ai propri funzionari giudiziari e di polizia di prestare assistenza agli schiavi catturati. Le giurie dei tribunali degli Stati del nord si rifiutavano di dichiarare colpevoli le persone accusate di aver violato la legge. L’Underground Railroad, la “ferrovia sotterranea” (quella rete clandestina che veniva in aiuto agli schiavi in fuga, ndr) andava a pieno regime.
Tra i protestanti, che dominavano la vita religiosa del paese, le opinioni erano divise. Da un lato c’erano gli abolizionisti che credevano che la disubbidienza civile in questo caso fosse giustificata dalla “legge superiore” di Dio. All’estremo opposto c’erano i radicali favorevoli alla schiavitù: secessionisti per i quali, come fa notare lo storico Richard Carwardine, “gli appelli dei nordisti alla legge superiore dimostravano la spaventosa evoluzione di una teologia corrotta e di ‘eresie morali e politiche’ negli Stati liberi”. A prescindere dalle loro idee sulla schiavitù, tuttavia, la maggior parte dei leader evangelici, negli Stati del nord e in quelli del sud, predicavano il sostegno alla legge al fine di preservare l’Unione. Nelle parole di Ichabod Spencer, ministro presbiteriano a Brooklin, New York, circolate ampiamente in un sermone che denunciava i suoi colleghi abolizionisti, “se avremo ribellione, disunione e guerra civile, a cui questi principi malvagi e queste frenesie tendono, la colpa di tali ministri non sarà lieve!”.
Oggi colpisce quanto l'opinione religiosa sia diversamente orientata. Nel contesto delle proteste in corso nel Minnesota, il sostegno all’approccio dell’amministrazione giunge prevalentemente dai radicali di destra. Il pastore Doug Wilson, che si definisce cristiano nazionalista, ha lodato gli agenti federali per il duro colpo inferto alla sinistra. Gli influencer MAGA Eric Metaxas e Jack Posobiec, per parte loro, denunciano le proteste come un’“insurrezione comunista”. Conservatori religiosi più tradizionali, invece, si sono limitati prevalentemente ad attaccare i radicali anti-ICE che hanno interrotto la funzione domenicale alla Cities Church di Saint Paul. Riguardo all’operato degli agenti federali – persino riguardo all’uccisione di Renée Good e Alex Pretti – hanno avuto poco o nulla da dire. Esempio emblematico: il vescovo cattolico Robert Barron, della diocesi di Winona-Rochester nel Minnesota, una personalità dei media nazionali che sostiene regolarmente l’amministrazione Trump, ha criticato ripetutamente l’interruzione della funzione in chiesa, ma a oggi non ha speso una sola parola su Pretti, anche lui cattolico.
I leader religiosi centristi, al contrario, hanno espresso opinioni avverse alla politica dell’immigrazione di Trump e hanno manifestato sostegno ai numerosi ministri di culto che si sono uniti alle proteste sul campo. Si va dall’appello della National Association of Evangelicals a “stare al fianco dei nostri vicini immigrati”, alla richiesta di 300 leader cattolici che si sono rivolti al Senato statunitense affinché definanzi l’U.S. Immigration and Customs Enforcement (ICE), il Controllo immigrazione e dogane degli Stati Uniti, a meno che non venga riformato, fino a una dichiarazione congiunta di tutte le correnti non ortodosse dell’ebraismo in cui si condanna l’applicazione violenta della legge sull’immigrazione (mentre gli ebrei ortodossi, come gli evangelicali conservatori, non si esprimono).
Perché oggi l’opinione religiosa è più critica nei confronti dell’applicazione della legge federale sull’immigrazione rispetto a quanto lo era 176 anni fa nei confronti del Fugitive Slave Act, la legge sugli schiavi fuggitivi? Qualsiasi risposta deve prendere le mosse da un paio di osservazioni.
In primo luogo le manifestazioni in grande maggioranza pacifiche si sono svolte nell’ambito del primo emendamento. E in secondo luogo l’applicazione della legge, senza una specifica autorizzazione da parte del Congresso, ha ripetutamente violato il diritto all’equo processo. In altre parole, i manifestanti non hanno avuto bisogno di invocare una legge superiore. Quella vecchia legge laica era dalla loro parte.
Il professore Mark Silk, autore di questa riflessione, è collaboratore editoriale dell'agenzia stampa statunitense Religion News Service (RNS). La traduzione è a cura di G. M. Schmitt.