COP27. Chiese per la giustizia climatica

HEKS: Le multinazionali svizzere devono contribuire alle compensazioni

04 novembre 2022

In Namibia il cambiamento climatico ha causato la desertificazione di quella che oggi si chiama "Deadvlei" (foto: Bernd Dittrich/unsplash)

(ve/gc) Al centro della prossima Conferenza delle parti sul clima in agenda dal 6 al 18 novembre a Sharm el-Sheikh (Egitto) dovrebbere essere il tema della “giustizia climatica”. La COP27 stavolta è ospitata proprio dall'Africa, uno dei continenti più poveri e più colpiti dall'emergenza climatica, anche se è tra le regioni del mondo che meno vi hanno contribuito. Come rimediare? Gli addetti ai lavori parlano di "loss and damage" (perdite e danni): a fine COP26, svoltasi un anno fa a Glasgow, era iniziata una trattativa sul fatto che i paesi più ricchi (e spesso più responsabili delle emissioni di gas serra) dovrebbero impegnarsi in aiuti economici concreti per la ricostruzione e il sostegno a paesi che affrontano disastri climatici. Su questo passaggio spingono non solo i paesi in via di sviluppo, ma anche numerose chiese, da tempo preoccupate per la salvaguardia del Creato, e che insieme alla società civile chiedono che “giustizia climatica sia fatta”.

La Svizzera si prenda le sue responsabilità

Non solo i paesi più ricchi e più inquinanti, come la Svizzera, devono sostenere finanziariamente il Sud del mondo più colpito da fenomeni climatici estremi, ma anche le grandi multinazionali svizzere che contribuiscono in modo significativo al cambiamento climatico: è l’opinione di Yvan Maillard Ardenti, responsabile del programma per la giustizia climatica della HEKS (Ente di aiuto delle chiese evangeliche svizzere). I cosiddetti “inquinatori privati”, come li chiama Maillard Ardenti, dovrebbero anch'essi partecipare al fondo di compensazione per i danni legati al clima, si legge in un comunicato diffuso da Alliance Sud. Resta tuttavia complessa la questione dell'identificazione e quantificazione dei danni e dei collegamenti relativi alla crisi del clima, questione che dovrà essere affrontata a Sharm el-Sheik. 

Nord del Kenya, per procurarsi l'acqua bisogna fare lunghi tragitti (foto: Tucker Tangeman/unsplash)

Il Consiglio ecumenico portavoce dei più vulnerabili

Il Consiglio ecumenico delle chiese (CEC), da decenni impegnato sul fronte della salvaguardia del Creato, per parte sua manderà una delegazione al summit per il clima. “La delegazione del CEC contribuirà ai lavori sensibilizzando sulla dimensione spirituale e sottolineerà la necessità di aspetti sia scientifici che religiosi per affrontare il cambiamento climatico e promuovere la giustizia climatica”, si legge in un comunicato stampa diffuso alla vigilia della COP27.
L'11ª Assemblea del CEC, svoltasi a settembre a Karlsruhe, aveva approvato una dichiarazione intitolata "Il pianeta vivente: alla ricerca di una comunità globale giusta e sostenibile", nella quale si legge: "L'emergenza climatica è una crisi etica, morale e spirituale frutto dell’ossessione per il profitto”. Il CEC non mancherà dunque a far sentire “le voci, le esperienze e le prospettive dei gruppi più colpiti e più vulnerabili: bambini, giovani, disabili, donne, popolazioni indigene, piccoli agricoltori e comunità povere ed emarginate”. Voci, che secondo il CEC “necessitano di un’attenzione particolare in tutti i negoziati sui cambiamenti climatici e sulla sostenibilità ambientale". Tra gli altri messaggi la delegazione del CEC si farà portavoce anche della necessità di accelerare una giusta transizione verso le fonti energetiche rinnovabili.

Karlsruhe, attivisti cristiani per il clima durante l'11ª Assemblea del CEC (foto: Paul Jeffery/WCC)

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