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Spiritualità di Tintin eroe del fumetto

Religione e spiritualità del personaggio del giovane reporter, il primo monumento mondiale al fumetto, creato da Hergé

in  cultura

Spiritualità di Tintin eroe del fumetto

(Frédérik Casadesus) Quello che il generale Charles de Gaulle considerava il suo unico rivale ha compiuto novant’anni il 10 gennaio. Preoccupato di difendere il bene dal male, Tintin, con il suo fedele cagnetto bianco, è per sempre fissato nella sua giovinezza. Oltre duecentotrenta milioni di albi venduti, traduzioni in tutte le lingue, migliaia di pagine di esegesi - dalla sociologia fino alla psicanalisi passando per la geopolitica -, possiamo dire che le avventure del giovane reporter costituiscono il primo monumento mondiale al fumetto.

Tintin e Milou

Spiritualità di Tintin eroe del fumetto

In origine Georges Remi, alias Hergé, pensava soltanto a intrattenere i lettori del Petit Vingtième, supplemento settimanale per i più giovani del quotidiano cattolico Le Vingtième Siècle. Ma il notevole successo immediato lo ha rapidamente convinto che il suo personaggio era destinato a sedurre il mondo intero. Dopo aver inviato Tintin dai sovietici e poi in Congo - due epopee in cui anticomunismo e colonialismo trovavano spudoratamente espressione - Hergé decise di lanciarsi in mare aperto e offrì avventure straordinarie in terre lontane: America, Asia, la caccia al tesoro, la conquista della luna. Si tratta di un corpus eccezionale, nel quale mi propongo di rintracciare l’ispirazione religiosa.

In compagnia del fido Haddock

Spiritualità di Tintin eroe del fumetto

È ben nota la formazione culturale e spirituale di Hergé. “Era uno scout cattolico e, sino alla fine dei suoi giorni, rimase fedele a queste sue radici”, spiega lo scrittore e giornalista Pierre Assouline. “Fu affidato al magistero intellettuale dell’abate Wallez, un ammiratore di Mussolini, noto antisemita, che gli assegnò responsabilità editoriali sin da giovanissimo. Hergé avrebbe potuto, almeno dopo la guerra, prendere le distanze e giustificare quella frequentazione con la sua giovane età, ma non lo fece mai”. Basta questo a classificare Hergé tra i modelli di un cattolicesimo oltranzista? Ovviamente no. A dispetto delle amicizie strette prima e durante la guerra con personalità favorevoli al collaborazionismo, il creatore di Tintin non cadde mai nell’estremismo. “Influenzabile”, secondo la sua stessa definizione, non si impegnò mai in modo esplicito.

Tintin tradotto in tutto il mondo

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Il pastore Jean-Pierre Molina, presidente della giuria del Premio ecumenico del fumetto, ad Angoulème, ricorda che Tintin dà prova di una grande solidarietà nei confronti dei popoli oppressi, per esempio gli amerindi e i cinesi attaccati dai giapponesi: “È un boy scout che ha interiorizzato lo scautismo. Tintin si inserisce tra gli attivisti della causa umanitaria. La fede cristiana, nelle sue varianti sociali, porta alla difesa delle cause perse; bisogna riconoscere che Tintin si schiera sempre da questa parte”.

Riferimenti religiosi
Tuttavia, se si esclude il personaggio del missionario e la sua casa sormontata da una croce in Tintin in Congo, non si trova alcun indizio religioso in nessuno dei suoi albi. Possiamo certamente notare che la prima versione di Coke in stock, pubblicata a puntate, si apriva con un’immagine di Nestore, maggiordomo del capitano Haddock, che legge i Pensieri di Pascal. Ma quest’immagine è scomparsa dalla storia pubblicata in volume.

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Come si spiega che un cattolico così convinto abbia inserito così pochi riferimenti alla propria religione nella sua opera? “È voluto”, ritiene Pierre Assouline. “Dopo i primi due albi, in cui l’eroe era un belga bianco e cattolico che evangelizzava i piccoli neri, Hergé ha voluto rendere il suo personaggio universale. A tal fine ha sfumato il suo carattere belga e soprattutto si è premurato di decristianizzarlo”. Le avventure di Tintin ne mantengono comunque alcuni colori.

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“Georges Remi era mentalmente molto indipendente”, sottolinea il filosofo Michel Serres. “Era animato da un misticismo che andava ben oltre il clericalismo”. Secondo questo celebre uomo di lettere, che fu amico di Hergé, la religione si manifesta in tre modi nelle avventure di Tintin: la critica del feticismo, rappresentata dalla statuetta con l’orecchio spezzato, i cui diamanti vengono infine perduti; la presa di distanza nei confronti delle superstizioni quando Tintin sfrutta la sua conoscenza delle eclissi per ottenere la sua liberazione così come quella dei suoi compagni; infine la figura del buon samaritano reincarnatosi nello yeti nella storia Tintin in Tibet. “Quando l’eroe chiede al suo amico Chang perché non chiami abominevole l’uomo scimmia, lui gli risponde che è stato il suo salvatore”, analizza Michel Serres. “Si tratta qui di una concezione cristiana della relazione con l’altro: si prende coscienza che l’uomo più abominevole del mondo può essere buono quando si compie un percorso, in senso letterale come in senso figurato, quando si sale a certe altitudini”. Cattolico aperto al buddismo - al punto, si dice, di aver persino pensato di convertirvisi -, Hergé dimostrava un eclettismo spirituale di cui la sua creatura beneficiava.

Tintin e l'affare girasole

Tuttavia nessuno immagina un Tintin luterano, calvinista o pentecostale. “È inserito in un movimento maggioritario”, analizza Jean-Pierre Molina. “Mentre è sempre un cavaliere senza macchia e senza paura, non è mai un contestatore né una vittima di persecuzioni che lo riguarderebbero in nome di una qualsiasi appartenenza”. Ma per il resto sfugge a ogni classificazione, non si lascia incasellare. Preferisce saltare da una casella all’altra. (da Réforme; trad. it. G. M. Schmitt; adat. P. Tognina)