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Una presidente per i riformati svizzeri

Rita Famos vuole succedere a Gottfried Locher e diventare presidente della Chiesa evangelica riformata in Svizzera

in  protestantesimo , Svizzera , intervista

Una presidente per i riformati svizzeri

Sono due donne ad essersi candidate per succedere a Gottfried Locher alla testa della Chiesa evangelica riformata in Svizzera. Una di esse è la pastora Rita Famos che si era già candidata, senza successo, due anni fa. Il portale cattolico d'informazione kath.ch l'ha intervistata. Ecco alcuni stralci di quella intervista.

Rita Famos, chi è il suo cattolico preferito?
Sono persone con cui collaboro con successo a livello di base, per esempio nell’assistenza spirituale ospedaliera, nell’associazione ecumenica “Paarberatung und Mediation” (“Consulenza di coppia e mediazione”), o le mie amiche cattoliche.

Ha già celebrato la santa cena o l’eucaristia con un sacerdote cattolico?
Certamente. Ho iniziato l’attività pastorale nel 1993 e l’ospitalità eucaristica era una cosa ovvia. Era del tutto normale stare all’altare con un sacerdote cattolico. Purtroppo successivamente le cose sono cambiate.

Che cosa pensa di papa Francesco?
All’inizio ero alquanto euforica ed entusiasta per la ventata d’aria fresca da lui portata. Ma poi, come molti, ho sviluppato una certa disillusione. Sono delusa, per esempio, perché non sono stati compiuti progressi nella questione delle donne o del ruolo dei laici. La sua teologia si sta rivelando conservatrice.

Rita Famos

Una presidente per i riformati svizzeri

Che rapporto ha col vescovo Felix Gmür? Se venisse eletta lui sarebbe suo collega in qualità di presidente della Conferenza dei vescovi svizzeri...
È simpatico. Ha frequentato lo stesso liceo di mio marito, il liceo cantonale Alpenquai di Lucerna. Siamo della stessa generazione e ciò facilita molte cose. Apprezzo la sua schiettezza, per esempio sulla questione delle donne, o il fatto che trovi il documento vaticano troppo clericale. Potrò sicuramente condurre un buon dialogo ecumenico con lui.

Gerhard Pfister, presidente del PPD, ha detto: “Per me il signor Locher è uno dei rari rappresentanti delle Chiese nazionali ad essere anche competente in politica”...
Non so come Gerhard Pfister sia arrivato a questo. Conosco molte persone competenti in politica. Credo che lui semplicemente non le conosca.

Gottfried Locher aveva accesso a Palazzo federale. Anche lei si adopererà per avere un badge?
Non ci si può concentrare soltanto sulla Sala dei passi perduti. Anche le autorità federali e il personale specializzato sono buoni interlocutori per il lavoro di lobby.

I cattolici non hanno problemi con l’idea di un vescovo riformato o con un presidente che porta al collo una croce ugonotta. Perché tutta quella avversione da parte dei riformati?
Molti riformati temono che indossare insegne equivalga a rinunciare alla nostra identità. Abbiamo un’altra concezione dei funzionari.

Rita Famos

Una presidente per i riformati svizzeri

Un’altra accusa che veniva spesso rivolta dai riformati a Gottfried Locher era che frequentava "soltanto i pii”. Che c’è di male nell’essere devoti?
Assolutamente nulla. Io sono una persona molto pia. Per me essere pii vuol dire essere radicati spiritualmente, vivere la spiritualità in modo autentico. Non è un insulto. L’accusa riguardava piuttosto gli ambienti evangelicali e biblici-conservatori. Vale a dire gruppi all’interno della Chiesa riformata che interpretano la Bibbia in modo molto conservatore.

Perché l’ecumenismo è importante per lei?
Anche solo per motivi pratici: ci occupiamo degli stessi temi, come l’assistenza spirituale ospedaliera o l’assistenza spirituale nelle carceri. Possiamo andare avanti soltanto ecumenicamente. Ma anche per motivi teologici. Se non vogliamo un ghetto confessionale dobbiamo fare affidamento sull’ecumenismo. Con l’ascolto e con il dialogo si apre la nostra comprensione reciproca e ampliamo i nostri orizzonti.

Lei é stata impegnata nella Comunità di lavoro delle Chiese cristiane in Svizzera (CLCC). Qual è stato lì il suo più grande successo?
Il riconoscimento del battesimo nel 2014. Riformati e cattolici riconoscevano già da prima i rispettivi battesimi, ma dal 2014 il riconoscimento funziona senza complicazioni anche con altre comunità cristiane. Un altro successo è la discussione sul Piano di studio 21: abbiamo invitato al tavolo i responsabili delle decisioni e siamo riusciti a ottenere una migliore collocazione di religione e etica nel piano di studi.

E la sua più grande delusione?
Non sono sicura che siamo sempre riusciti a essere davvero curiosi gli uni degli altri. Ero sempre delusa quando non riuscivamo a mantenere un dibattito autentico.

Durante il lockdown, in primavera, il vescovo Felix Gmür ha detto: “Purtroppo il Consiglio federale ha dimenticato le Chiese”. Che cosa farebbe lei affinché in futuro il Consiglio federale non dimentichi le Chiese?
Sono convinta che non siamo stati dimenticati, bensì non abbiamo preso sufficientemente posizione. Ispirandomi liberamente a un noto motto: “Intessi reti nel tempo e le avrai nel momento del bisogno”. Dobbiamo costantemente curare le relazioni e mantenere vivi i nostri temi in modo da potervi tornare rapidamente in situazioni difficili. Ma va altresì detto che le Chiese sono organizzate anche a livello cantonale e a quel livello siamo stati molto ascoltati.

Che posizione ha nei confronti dell’iniziativa per multinazionali responsabili?
Trovo che sia un bene che le organizzazioni umanitarie sollevino la questione delle responsabilità delle imprese. Tuttavia l’iniziativa ha molti punti deboli. Mi dispiace che ora la questione si ponga a livello legislativo. Ciononostante voterò a favore dell’iniziativa.

Avvengono abusi anche tra i riformati. I protestanti in Germania hanno commissionato uno studio. I riformati dovrebbero fare lo stesso?
I riformati sono consapevoli che abusi e violenze non si sono fermati davanti alle loro porte. Per questo molte Chiese membro e l’anno scorso anche la CERS hanno sviluppato linee d’azione, istituito sportelli per le segnalazioni e nominato partner esterni. Adesso si tratta di attuare queste misure in modo rigoroso puntando a una cultura della tolleranza zero. Sarebbe certamente da prendere in considerazione anche uno studio sull’elaborazione degli abusi avvenuti. (da kath.ch; intervista a cura di Raphael Rauch; trad. it. G. M. Schmitt; adat. P. Tognina)