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Bergamo riprende a vivere

Pastore valdese Winfrid Pfannkuche: "Ma 22 dei 60 anziani della nostra casa di riposo sono deceduti"

in  intervista , società

Bergamo riprende a vivere

La provincia italiana di Bergamo è stata per molte settimane nella morsa della pandemia di coronavirus. Winfrid Pfannkuche, pastore della comunità valdese di Bergamo, ha vissuto lo stato d’emergenza insieme con tutti gli altri. Dopo i primi allentamenti, afferma nell'intervista, la paura è ancora presente in città.

Pastore Pfannkuche, il 4 maggio in Italia sono entrati in vigore i primi allentamenti delle misure di protezione. Le strade di Bergamo sono ora di nuovo animate?
I primi giorni della cosiddetta “fase 2” hanno riportato un po’ di vita nelle strade, nei parchi e nelle piazze del Bergamasco. Ma non c’è stata alcuna esplosione di gioia. Le persone sono piuttosto preoccupate che con un’apertura prematura si accentui il rischio di una ripresa del contagio. Per questo motivo la transizione è stata tranquilla e disciplinata. Anche in chiesa non vogliamo forzare nulla. La paura degli ultimi mesi ci pervade ancora profondamente.

Fin dove si spingono nel concreto gli allentamenti?
Per la prima volta da molte settimane le persone possono uscire dalla propria abitazione per andare a passeggiare in città o per fare jogging. Inoltre possono andare a trovare i parenti e le coppie possono ritrovarsi, purché rispettino il distanziamento sociale e indossino la mascherina protettiva. Il comunicato del governo al riguardo è tuttavia un po’ vago. Non è chiaro, per esempio, quale sia il grado di parentela contemplato. E poi il divieto di viaggiare è ancora in vigore. Chi non ha un valido motivo non può lasciare la regione.

Winfrid Pfannkuche

Bergamo riprende a vivere

Bergamo è stata travolta dalla pandemia. In nessun altro posto in Italia c’è stato un numero così elevato di morti. Come ha vissuto l’inizio della crisi?
Nella nostra comunità valdese abbiamo ancora celebrato un culto, alla fine di febbraio, nel fine settimana della grande ondata di contagi. L’8 marzo c’è poi stato il lockdown ufficiale. All’inizio nessuno di noi voleva ammettere che la situazione a Bergamo fosse più drammatica rispetto a quella di altre regioni italiane. Ce ne siamo resi veramente conto soltanto quando abbiamo visto sfilare per le strade i camion militari con le bare e le sirene delle ambulanze ululavano ininterrottamente. O quando abbiamo visto le immagini delle decine di ambulanze ferme davanti all’ospedale di Bergamo. Era tutto molto inquietante.

Come hanno reagito le persone in questa situazione?
La gente di qui ha reagito in modo sorprendentemente calmo. Non c’è stato panico. Forse ha un po’ a che fare con la mentalità locale, di gente sobria e pragmatica la cui vita ruota essenzialmente intorno al lavoro. Tuttavia la paura era onnipresente. Anche con la mascherina protettiva quasi non osavamo andare a fare la spesa.

Chiesa evangelica valdese di Bergamo

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In qualità di pastore della comunità valdese locale anche la sua vita quotidiana è cambiata all’improvviso. Qual è stata la sfida più grande?
Personalmente mi ha toccato profondamente la morte in breve tempo a causa del virus di quattro membri della nostra piccola comunità. Assistere spiritualmente i parenti soltanto per via telefonica, senza poterli vedere, è stata una cosa insolita per me. Inoltre anche la maggior parte dei sopravvissuti era stata contagiata. Queste persone erano quindi doppiamente oppresse: da un lato non potevano più dire addio ai loro cari morti in ospedale e dall’altro erano loro stessi a letto ammalati e temevano per la propria vita. Questa situazione particolare ha richiesto un’assistenza spirituale più frequente e più intensa.

Quanto hanno sofferto le persone per il fatto di non aver più potuto dire addio ai loro cari?
È stato un peso enorme per le persone. Ho visto figli che per questo motivo non hanno portato in ospedale i propri genitori. Temevano che se lo avessero fatto non avrebbero potuto rivederli mai più. Il sistema sanitario era davvero sull’orlo del collasso. Quelle persone morivano a volte a casa in modo molto doloroso, senza morfina e senza cure mediche professionali. Anche ai funerali regnava la desolazione.

In che senso?
A causa del gran numero di morti il cimitero di Bergamo ha raggiunto rapidamente il limite delle sue capacità. Le bare si accumulavano nella cappella del cimitero. Anche il crematorio non riusciva a stare al passo con le cremazioni. Perciò la città ha iniziato a portare le bare in altre regioni. Per qualche tempo alcune famiglie non hanno nemmeno saputo dove si trovasse il loro defunto. Fortunatamente la situazione è nel frattempo migliorata. Il numero dei contagi è in rapido calo e anche il sistema sanitario si sta riprendendo.

Parziale ritorno alla normalità

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Con quale intensità è stata colpita dalla crisi la comunità valdese?
La pandemia non ha risparmiato nemmeno la nostra comunità. Nella nostra casa di riposo per anziani sono morti 22 dei 60 ospiti. È una tragedia umana.
Dal punto di vista finanziario ci ha danneggiato il fatto che con il divieto di celebrare i culti sono saltate anche le collette. Durante la quarantena ho puntato sui culti casalinghi e ho inviato le mie prediche ai membri via e-mail o whatsapp. Ho pregato tutti di tenere da parte qualche offerta da mettere nella colletta. Tuttavia è prevedibile che a causa della crisi la nostra comunità avrà grossi problemi finanziari. (da reformiert.; intervista di Heimito Nollé; trad. it. G. M. Schmitt)