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Il piano Trump per Israele

Per il segretario generale del Consiglio ecumenico delle chiese quello di Trump e Netanyahu non è un piano di pace, bensì un ultimatum. Sulla stessa linea le chiese mediorientali e americane "mainline"

in  America , cristianesimo , politica , Medio Oriente

Il piano Trump per Israele

(gc/ve) “Il piano di Trump e Netanyahu per la Palestina e Israele è un ultimatum, non un cammino verso la pace”: all’indomani della presentazione del cosiddetto “accordo del secolo” del presidente americano Donald Trump e del premier israeliano Benjamin Netanyahu, il pastore luterano Olav Fykse Tveit, segretario generale del Consiglio ecumenico delle chiese (CEC), ha rilasciato una dichiarazione che non lascia spazio ad equivoci: “è un piano concepito senza la reale partecipazione del popolo palestinese”, pertanto va rifiutato. La proposta, intitolata "Dalla pace alla prosperità: una visione per migliorare la vita del popolo palestinese e israeliano", è stata presentata il 28 gennaio a Washington D.C.

Soluzione dei “due Stati”
Tveit ha esortato la comunità internazionale a non sostenere la proposta americano-israeliana. Secondo il segretario generale dell’organismo ecumenico che raccoglie 350 chiese in tutto il mondo, serve “un piano coerente con i principi del diritto internazionale in materia di occupazione militare e diritti umani". In definitiva, qualsiasi "soluzione" che non sia basata su un principio di giustizia e su una soluzione negoziata tra le parti in causa, “sarà uno strumento di oppressione", ha detto Tveit, che considera la "soluzione dei due Stati" la via migliore per la coesistenza pacifica tra palestinesi e israeliani.

Olav Fykse Tveit

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Chiese mediorientali contrarie
Sulla stessa linea anche il Consiglio delle chiese cristiane in Medio Oriente (MECC): “la causa palestinese è una causa legittima”, ha ricordato lo scorso 31 gennaio la segretaria generale del MECC, la libanese Souraya Bechealany. Per Bechealany, l’approccio USA-Israele, che prevede un’“inaccettabile compravendita” - per cui i palestinesi dietro lauti compensi dovrebbero rinunciare ai loro diritti -, “distrugge l’essenza stessa della resistenza del popolo palestinese”. “Dal 1948 il popolo palestinese sta sanguinando, e il Medio Oriente tutto ha sofferto innumerevoli conflitti e guerre - ha affermato Bechealany -. È il momento di giungere ad una pace vera e giusta, che non si può ottenere con accordi unilaterali”. Anche dal MECC - che ha assicurato le sue preghiere per la pace - è stato lanciato un appello alla comunità internazionale, affinché venga messa la parola fine a tanta ingiustizia.

Souraya Bechealany

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Chiese USA: non è un piano di pace
Il Consiglio nazionale delle chiese cristiane degli Stati Uniti (NCCCUSA) - che raccoglie le chiese protestanti mainline e alcune chiese ortodosse in rappresentanza di 45 milioni di credenti -  il 3 febbraio ha ricordato come “da molti anni il NCCCUSA sostiene la soluzione dei due Stati, il diritto dei rifugiati a tornare alle loro case, lo smantellamento degli insediamenti e l'istituzione di Gerusalemme come città internazionale condivisa”. Per il NCCCUSA la proposta di Trump non potrà risolvere i conflitti nella regione, anzi: “niente del nuovo piano dà vita alla speranza di giustizia e di pace”. Il NCCCUSA, che definisce i territori palestinesi “a chiazze” come un “blocco di formaggio svizzero piuttosto che uno Stato-nazione”, ricorda che il concetto di Stato è legato a quello di un territorio compatto con confini chiari, e aggiunge: “è indegna l’offerta ai palestinesi di una ricompensa di 50 miliardi di dollari per accettare questa ‘soluzione’ insostenibile”.

Il no dei Patriarchi
“L’Accordo del secolo” è stato oggetto di pesanti critiche anche da parte delle massime cariche cristiane in Terra Santa, secondo cui causerà “più sangue e tensioni”. Anche i patriarchi insistono sull’idea dei due Stati in linea con il diritto internazionale. Inoltre chiedono che sia garantito un canale di comunicazione con l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), “la sola entità riconosciuta a livello internazionale in grado di rappresentare il popolo palestinese”.
Per quanto concerne lo status di Gerusalemme, i Patriarchi ricordano la loro visione, secondo cui la Città Santa deve essere aperta e condivisa dai due popoli, palestinese e israeliano: “Gerusalemme deve essere condivisa anche dai fedeli delle tre principali religioni monoteiste, mentre la custodia dei luoghi santi deve restare appannaggio del regno Hashemita (la Giordania). La resurrezione di nostro Signore Gesù Cristo a Gerusalemme ricorda a tutti noi i sacrifici che sono serviti per assicurare la giustizia e la pace in Terra Santa”.

Il piano Trump per Israele

Gerusalemme deve essere aperta e condivisa dai due popoli, palestinese e israeliano

Infine, i leader cristiani si rivolgono a tutti i partiti politici, alle fazioni e ai leader palestinesi, “perché si incontrino e discutano di tutte le dispute oggi sul tavolo. Essi devono mettere fine allo stato di conflitto interno, archiviare le divisioni e adottare una posizione unitaria verso la formazione di uno Stato basato sulla pluralità e sui valori democratici”, concludono il Patriarca Teofilo III del Patriarcato greco-ortodosso, il Patriarca Norhan Manougian, del Patriarcato della Chiesa apostolica armena ortodossa, mons. Pierbattista Pizzaballa, amministratore apostolico del Patriarcato latino, p. Francesco Patton, Custode di Terra Santa e i capi del Patriarcato copto ortodosso di Gerusalemme, del Patriarcato siriano ortodosso, del Patriarcato etiopico ortodosso, del Patriarcato melkita, dell’Esarcato Maronita, della Chiesa episcopale di Gerusalemme e del Medio Oriente, della Chiesa evangelica luterana di Giordania e Terra Santa, dell’Esarcato siro cattolico e dell’Esarcato armeno cattolico.

L’11 febbraio all'ONU
Il presidente dell’Autorità nazionale palestinese Abu Mazen ha annunciato la rottura di ogni relazione con Israele e la sospensione di tutti gli accordi respingendo nel modo più netto il “piano di pace” USA, che ha ribattezzato “schiaffo del secolo”. Ora si prepara a presentare il prossimo 11 febbraio all’ONU un “piano alternativo” per la pace in Medio Oriente.