La comunità

Quale comunità vuoi visualizzare?

Schiavi del 21. secolo in Europa

Secondo dati dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) nel 2018 nel mondo quaranta milioni di persone hanno subito una situazione di moderna schiavitù

in  diritti umani , etica , economia

Schiavi del 21. secolo in Europa

(David Métreau) Per l’ONU la tratta di esseri umani rappresenta un vero e proprio mercato globale con una cifra d’affari pari a trentadue miliardi di dollari. Secondo l’indice globale della schiavitù 2018 della fondazione australiana Walk Free, in Europa e in Asia centrale (Turchia e paesi dell’ex Unione Sovietica) le vittime della schiavitù sarebbero più di 3,5 milioni. In Francia le vittime sarebbero 129.000 e in Svizzera 14.000. Dietro questi dati si celano però realtà molto diverse. Si pone quindi la questione della definizione: di che cosa parliamo esattamente?

Non solo prostituzione
La Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale firmata a Palermo nel 2000 definisce la tratta di esseri umani come il fatto di “reclutare, trasportare, trasferire, ospitare o accogliere una persona mediante l’impiego della forza, della coercizione, dell’inganno o di altri mezzi a scopo di sfruttamento”. Questo comprende lo sfruttamento della prostituzione altrui, il lavoro forzato, prestazioni forzate, la schiavitù, l’asservimento e il prelievo di organi. Sono inclusi anche i matrimoni forzati.

Schiavi del 21. secolo in Europa

Molti migranti rappresentano una manodopera a buon mercato e malleabile per persone con pochi scrupoli

Sebbene la prostituzione sia la forma più diffusa e conosciuta di tratta di esseri umani in Europa occidentale, non è l’unica. “Il lavoro forzato o degradante è presente principalmente nei settori dell’edilizia, dell’agricoltura, della pesca, dell’industria - tessile in particolare - e del lavoro domestico”, indica Azziz Ahammout, direttore operativo dell’ONG Ressources Humaines Sans Frontières (RHSF, Risorse umane senza frontiere). Questa ONG con sede a Tolosa opera allo scopo di identificare le cause e le conseguenze che portano al lavoro forzato. Insieme con i suoi partner, associazioni, sindacati, Stati e imprese, interviene per lottare contro ogni forma di lavori forzati, in particolare nel subappalto, affinché “tutti possano vivere dignitosamente qui e lì”.

Rifugiati presi di mira
Il lavoro forzato - escluso lo sfruttamento sessuale - è aumentato in Europa negli ultimi anni. Azziz Ahammout vede ciò come una conseguenza della crisi migratoria del Medio Oriente e dell’Africa e l’arrivo di persone vulnerabili. “Molti migranti si trovano in situazioni irregolari. Non possono lavorare legalmente e non conoscono i propri diritti in termini di orario di lavoro o di salario minimo. Rappresentano una manodopera a buon mercato e malleabile per persone con pochi scrupoli”.

In nome della terra (Segni dei Tempi RSI La1)

L’agricoltura, con la sua elevata domanda di manodopera e il suo carattere stagionale, è un settore particolarmente interessato. In Italia il forte afflusso di immigrati è sfruttato da organizzazioni criminali, con grande disperazione degli agricoltori che subiscono così una concorrenza sleale che ne accelera il fallimento. Si tratta del sistema del “caporalato”, molto presente in particolare nella coltivazione del pomodoro. Una situazione denunciata da diversi anni dall’ONG Oxfam.

Il peso di un debito da rimborsare
Secondo l’OIL la metà delle vittime del lavoro forzato imposto da attori privati (perché in alcune regioni del mondo sono gli Stati a imporlo) è asservita per debito. “C’è un ricatto del debito, le persone sono sotto il peso di questo debito contratto per immigrare e lavorare. Ciò le costringe ad accettare situazioni degradanti”, indica Azziz Ahammout.

Schiavi del 21. secolo in Europa

Alcune delle vittime, donne molto giovani, erano obbligate a rimborsare debiti di 60.000 euro per il viaggio in Europa con un passaporto falso

Una condizione che si riscontra in particolare nella prostituzione coatta. Era il caso, per esempio, di una rete di sfruttamento della prostituzione nigeriana attiva a Parigi, smantellata nel 2016 e processata nel 2018. Alcune delle vittime, donne molto giovani, erano obbligate a rimborsare debiti di 60.000 euro per il viaggio in Europa con un passaporto falso. Erano costrette, a volte con la forza, a prostituirsi sette giorni su sette. “Anche una certa pressione familiare può spingere i lavoratori migranti ad accettare condizioni di lavoro disumane. Bisogna riportare il denaro per pagare gli studi, il cibo, le spese mediche”, sottolinea Azziz Ahammout.

Riscaldamento climatico e robotizzazione
A livello mondiale il direttore operativo scorge due fenomeni che rischiano di provocare un aumento dei casi di lavoro forzato: il riscaldamento climatico e le sue conseguenze sulle migrazioni degli agricoltori e la robotizzazione. “La robotizzazione è a mio avviso un pericolo per le situazioni di sfruttamento. I lavoratori poco qualificati nell’industria tessile, per esempio, finiranno per essere sostituiti da robot. Parliamo di milioni di lavoratori. Queste persone si ritroveranno disoccupate e si rivolgeranno a settori informali a rischio”. Per il direttore operativo di RHSF questa robotizzazione deve essere accompagnata dalla formazione.
Tramite organizzazioni come International Justice Mission, Caritas e HEKS (ente di aiuto delle chiese protestanti in Svizzera), i cristiani sono coinvolti nella lotta contro la tratta di esseri umani. “I cristiani svolgono un ruolo trainante e ci danno l’esempio su tali questioni”, afferma Azziz Ahammout.

Un occhio critico sulle multinazionali (Segni dei Tempi RSI La1)

Qual è il mio impatto sul lavoro forzato?
Quando parliamo di catena di subappalto, di migrazioni e di reti di prostituzione il semplice cittadino può sentirsi sopraffatto e avere la sensazione di possedere ben pochi strumenti d’intervento contro le diverse forme di schiavitù moderna. Tuttavia esistono leve mediante le quali ognuno può dare il proprio contributo al cambiamento.
“La prima cosa da fare è informarsi. Bisogna essere sensibilizzati su tutto ciò che ruota intorno alla tratta di esseri umani”, insiste Beatrice Käufeler, responsabile per la Missione cristiana per i paesi dell’Est dei progetti di lotta contro la tratta di donne e bambini. “Spesso la reazione delle persone è di dire: ‘La cosa non mi riguarda’. Tuttavia a volte, nostro malgrado, possiamo sostenere sistemi iniqui”.

Bangladesh, fame di giustizia (Segni dei Tempi RSI La1)

L’informazione precede l’azione. “Se non sai che una cosa esiste non puoi combatterla”, condivide Azziz Ahammout, dell’ONG Ressources Humaines Sans Frontières (RHSF, Risorse umane senza frontiere). Ahammout incoraggia i cittadini a porsi domande e a sviluppare uno spirito critico. Come mai il prezzo di questo pomodoro è così basso? E questa maglietta? Chi l’ha fabbricata? Che cosa c’è dietro? “Al di là dell’aspetto economico o ecologico è importante porsi domande. Sì, ci sono persone, e tra queste anche bambini, che lavorano a volte in condizioni disumane”.
Per Beatrice Käufeler se i cristiani non si sentono sempre toccati dalla prostituzione lo sono forse di più dalla pornografia. “Ci sono  molte persone sfruttate sessualmente nel campo della pornografia. Come il mondo secolare, anche la Chiesa è interessata”. Käufeler insiste sulla necessità di informare i cristiani al riguardo. Non si tratta di moralizzare, assicura, ma di incoraggiare le persone a prendere coscienza che certi atti possono avere conseguenze sugli altri. “Sostenere le organizzazioni che fanno qualcosa per agire contro questi crimini è già agire”.

Schiavi del 21. secolo in Europa

Nella lotta contro lo sfruttamento sessuale, Lauriane, impegnata a Parigi e a Nantes con le prostitute, sottolinea che c’è spazio per l’azione sia individuale sia delle Chiese. “Abbiamo bisogno di volontari sul campo quando usciamo di notte, ma anche di persone che possano poi seguire certe giovani donne, accoglierle e leggere la Bibbia con loro”.
Alcune di loro non parlano francese e hanno bisogno di aiuto per le procedure amministrative. “La preghiera, anche se è invisibile, è estremamente importante”, attesta Beatrice Käufeler. “È una risorsa che ha un impatto”. La responsabile di missione dà risalto a uno strumento d’intervento che i cittadini possiedono, gli svizzeri in particolare: “Possiamo essere attivi in politica e firmare mozioni. Ci sono comunque leggi che mancano”. Da qui la pertinenza, secondo lei, di un impegno civile contro ogni forma di asservimento. (da Christianisme aujourd'hui; trad. it. G. M. Schmitt)