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In Cina credere è rischioso

Dagli anni ‘80 un numero crescente di cinesi si è convertito al cristianesimo, ora aumenta la repressione del regime comunista contro le chiese domestiche

in  Asia , cristianesimo , libertà religiosa

In Cina credere è rischioso

(Matthias Müller) La stanza modestamente arredata è dominata da un grande letto. Dall’unica finestra penetra la luce del primo mattino. Su un calorifero è sistemata una semplice croce di legno. Una Bibbia e un innario sono poggiati su un tavolo. Uno dopo l’altro bussano con cautela alla porta. La piccola stanza si riempie di credenti di una comunità protestante. L’appartamento si trova in un anonimo condominio di Pechino. Dall’esterno nulla fa pensare a un incontro religioso. La comunità, ufficialmente illegale perché non registrata, vuole preservare la propria indipendenza e non è disposta ad affiliarsi alla cosiddetta “Associazione patriottica delle tre autonomie”, l’organizzazione ombrello governativa delle chiese protestanti.

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Costretti a nascondersi
Questo spirito di ribellione ha già procurato tante sofferenze ai membri della comunità. Alcuni raccontano del periodo trascorso in carcere perché non erano e non sono disposti a rinunciare alla propria fede. Il pastore è stato in carcere per due anni. In seguito non gli è più stato permesso di esercitare la sua precedente professione di docente universitario. Nessuno vuole parlare delle rappresaglie di cui sono vittime i figli.

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All’inizio del culto i 15 credenti riuniti intonano un inno. La musica di accompagnamento giunge sferragliante da un registratore a cassette. Negli inni tutto gira intorno all’amore di Dio e di Gesù. I fedeli cantano con fervore, sebbene l’edificio non sia insonorizzato. A quali pericoli si espongano, lo mostra il destino toccato al pastore.

Denunce esplosive
Dopo le preghiere, il pastore dà inizio alla predicazione. Parla con calma di predestinazione e della via della croce. Alludendo alle disgrazie che hanno colpito i fedeli, dice che tutti erano consapevoli delle difficoltà che la via della croce avrebbe comportato. Dio pone davanti a prove così dure soltanto persone di cui sa che le supereranno. E cristiani come loro sono in grado di sopportare la sofferenza. Dio creò Satana affinché essi sapessero che cos’è la sofferenza. “Grazie a ciò in paradiso sapremo tanto più apprezzare quanto staremo bene”.

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Non ci vuole molta fantasia per leggere in quelle parole che, per i fedeli, Satana è diventato una realtà nella forma del Partito comunista.

Il panorama religioso
Il cristianesimo arrivò in Cina già nel VII secolo. Nel periodo della Repubblica di Cina tra il 1911 e il 1949 due politici di primo piano, Sun Yat-sen e Chiang Kai-shek, aderirono al cristianesimo. Ma il Partito comunista, al potere dal 1949, è ufficialmente ateo.
Malgrado ciò, o forse proprio per questo, molti cinesi sono in cerca di spiritualità. Lo dimostra anche il numero crescente di cristiani. Quanti siano esattamente è difficile da stimare. La maggioranza appartiene a una chiesa domestica protestante o alla chiesa cattolica clandestina. Stando a fonti spesso citate in Cina ci sarebbero 70 milioni di cristiani, di cui 58 milioni protestanti e 12 milioni cattolici.

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Accanto al buddhismo, al taoismo e all’islam, la Costituzione cinese menziona tanto il cattolicesimo quanto il protestantesimo tra le religioni riconosciute. E ciò in effetti accorda ai credenti anche la possibilità di svolgere attività religiose e di condurre riunioni senza dover dipendere dall’approvazione da parte del governo. Tuttavia la realtà in Cina è un’altra.

Aumentano le rappresaglie
Obiettivo del Partito comunista è di subordinare i gruppi religiosi al Partito e allo Stato. La cultura tibetana viene repressa da decenni. Stessa sorte tocca agli uiguri, musulmani, nella provincia occidentale dello Xinjiang. Dopo l’accordo tra Pechino e il Vaticano i cattolici sperano in tempi migliori, ma in passato le autorità di polizia cinesi hanno proceduto spesso con brutale rigore contro la chiesa cattolica clandestina e il suo clero.

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Anche per i protestanti la situazione diventa più difficile. Nei mesi scorsi centinaia di croci sono state rimosse da luoghi di culto o le chiese sono state distrutte. Le autorità non si fermano nemmeno davanti agli edifici di culto delle comunità religiose legalizzate. Pastori e membri delle chiese domestiche illegali vengono vessati e finiscono in prigione.
A settembre è stata sciolta a Pechino la Zion Church, una delle più grandi chiese domestiche della Cina. E a dicembre le autorità hanno proceduto contro la Early Rain Covenant Church nella metropoli sudoccidentale di Chengdu. Sono stati arrestati il pastore Wang Yi, critico nei confronti del Partito comunista, il suo assistente Li Yingqiang e un centinaio di membri della comunità.

Culto nella Zion Church di Pechino

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Controlli severi
Da quando il presidente cinese Xi Jinping è salito al potere, nel 2012, la situazione è peggiorata anche per i membri della piccola comunità di Pechino. La moglie del pastore riferisce di un episodio che rivela il livello di sorveglianza di cui sono oggetto. Voleva recarsi insieme con altri credenti a un evento religioso in Corea del Sud, ma nessuno del gruppo ha potuto lasciare il paese: le autorità conoscevano la lista completa dei partecipanti.

Nei mesi scorsi centinaia di croci sono state rimosse da luoghi di culto o le chiese sono state distrutte

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La moglie del pastore, pur di andare a trovare il marito in prigione, ha affrontato la perdita del lavoro. Anche lei ha conosciuto il carcere. Per sedici mesi è stata torturata e maltrattata. Quando si mise alla guida di un gruppo di donne che protestavano contro la cattiva alimentazione fu posta in isolamento. “Ho dovuto passare cinque o sei giorni in una cella grande sì e no quanto il tavolino da cucina che abbiamo davanti”, dice. (da Neue Zürcher Zeitung; trad. G.M. Schmitt; adat. G. Courtens e P. Tognina)