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Un partito evangelico in Svizzera

Nel 2019 il Partito evangelico svizzero PEV, in corsa per le elezioni federali del 20 ottobre, celebra il proprio centenario

in  Svizzera , politica , protestantesimo

Un partito evangelico in Svizzera

(Marie Destraz) François Bachmann, vicepresidente del PEV, sottolinea che il Partito evangelico svizzero "non evangelizza, ma fa politica", e ripercorre un secolo di impegno politico guidato dalla forza dei valori cristiani.

Quest’anno il Partito evangelico svizzero (PEV) compie cento anni. Come spiega il fatto che sia tuttora in vita?
Il PEV è nato nel 1919 in un contesto postbellico fatto di tensioni e polarizzazioni politiche. Allora i fondatori del partito coltivavano l’ambizione di tendere verso una pacificazione che favorisse il dialogo, una linea che abbiamo sempre mantenuto. Dobbiamo la nostra longevità anche al fatto di essere stati precursori su svariate questioni. All’epoca il nostro emblema era peraltro il gallo che, dall’alto del campanile della chiesa, vede più lontano e annuncia la tempesta in arrivo.

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Nel 1919 la nostra prima battaglia, che conducemmo insieme ad altri, fu per l’introduzione di un giorno di riposo settimanale, la domenica, per tutti e senza condizioni. Ciò avrebbe permesso di ritrovarsi e di rigenerarsi, in famiglia, in chiesa, nella natura. Già nel 1944 abbiamo proposto di legiferare sulla protezione di laghi e fiumi. La salvaguardia dell’uomo e del suo ambiente in modo duraturo è sempre stata una nostra preoccupazione. Siamo guidati da un messaggio millenario, non c’è dunque da sorprendersi che siamo centenari.

Il PEV mostra chiaramente la propria appartenenza cristiana. Quali sono i valori da voi propugnati?
Sin dalla fondazione del partito i suoi membri si lasciano guidare dai principi dell'evangelo nelle prese di posizione politiche su questioni di interesse pubblico. I valori cristiani che sosteniamo sono la giustizia, la dignità umana, la sostenibilità, la solidarietà, il rispetto del Creato. I nostri membri e i nostri elettori, provenienti da tutte le classi sociali, vi si identificano e il nostro elettorato è rimasto fedele. Il nostro lavoro politico è un appello: in quanto cristiani abbiamo il dovere di insorgere contro l’ingiustizia.

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In che rapporti siete con l’Unione democratica federale UDF?
L’UDF è nata da una corrente del PEV che riteneva che il partito non si lasciasse guidare abbastanza dalla Bibbia. Ma noi non vogliamo instaurare una teocrazia né infarcire le nostre prese di posizione di versetti biblici. L’UDF è più a destra del PEV, i suoi valori sono più conservatori dei nostri. Non condividiamo tutte le loro posizioni. Noi, per esempio, abbiamo deciso di ritirarci dalla Marcia per la vita (manifestazione antiabortista) a Berna, che non permette più di condurre un dibattito pubblico. Oggi questo raduno non è più un’opportunità di condurre un dibattito pubblico, si tratta semplicemente di due fazioni che si oppongono, sotto la protezione della polizia.

Poco meno di cinquemila iscritti, due seggi in Consiglio nazionale e trentasette seggi nei legislativi cantonali. Questi numeri indicano che siete un partito di minoranza. Perché il PEV non riesce a sfondare?
Le ragioni sono diverse. L’uso del sistema proporzionale e la frammentazione del centro danneggiano i piccoli partiti, come il nostro, nella ripartizione dei seggi dopo un’elezione. Stringendo alleanze con altri, come il Partito popolare democratico, il Partito verde liberale o il Partito borghese democratico, per esempio, possiamo far valere le nostre idee. La sfida è allora quella di non annacquare i nostri valori.

Un partito evangelico in Svizzera

Il nome del vostro partito non dà adito a pregiudizi?
Non abbiamo alcun motivo di cambiare un nome che esprime chiaramente quali sono le nostre radici. Ovviamente questo comporta che dobbiamo continuamente spiegare che non siamo una Chiesa, che non evangelizziamo, ma facciamo politica. I nostri valori si riflettono nelle nostre proposte di legge e nei dibattiti in commissione.

In Svizzera il numero degli evangelici appartenenti a chiese libere è in crescita. È un fenomeno dal quale traete vantaggio?
Gli alleati non si trovano sempre là dove si crede di trovarli. Molti evangelici non gradiscono il fatto che facciamo politica, perché pensano che non sia così che si serve il Signore. Ogni cristiano è tenuto a pregare per le autorità, ma secondo la nostra lettura è essenziale anche votare e impegnarsi nella società. Sarebbe forse necessario fare un po’ di educazione civica tra gli evangelici. Per quanto mi riguarda, l’impegno di cristiano non mi impedisce di impegnarmi in politica, al contrario.

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Il 20 ottobre si svolgeranno le elezioni federali. Quali sono i punti principali del vostro programma?
Il nostro programma si riassume in quattro punti. Ci impegniamo per la lotta contro la tratta e lo sfruttamento degli esseri umani, poiché ognuno ha diritto a un lavoro e a condizioni di vita dignitose. Lavorando per un’imprenditoria etica, si tratta di trovare condizioni quadro che permettano ai più deboli e alla generazione degli ultracinquantenni di trovare il proprio posto nel mercato del lavoro. Terzo punto: istituire una vera politica intergenerazionale, ad esempio per quanto riguarda modelli abitativi modulabili o ancora il coinvolgimento dei più anziani nella custodia dei più giovani, interessante tanto a livello economico quanto in termini di condivisione tra generazioni. Vogliamo inoltre sviluppare l’offerta di cure palliative come alternativa al suicidio assistito.
Infine stiamo redigendo una carta delle religioni. Basata sul rispetto dell’altro, la dignità umana, la parità tra uomo e donna, la libertà di coscienza e la trasparenza finanziaria, fornirebbe una base comune in vista del riconoscimento delle comunità religiose nei cantoni. (ProtestInfo; trad. it. G. M. Schmitt; adat. P. Tognina)