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Chiese contro la politica di chiusura

Gli Stati dell’Europa orientale chiudono le porte ai rifugiati. Ma alcuni rappresentanti delle Chiese chiedono maggiore solidarietà con i migranti in difficoltà

in  migrazione , Europa

Chiese contro la politica di chiusura

(Delf Bucher) All’improvviso nell’Ungheria di Viktor Orbán è divampata la resistenza. A dicembre centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza per protestare contro la nuova legge sul lavoro che permette alle imprese di esigere dai propri dipendenti fino a 400 ore di straordinario. Per i dimostranti una “legge schiavista”. Nel 2015 la situazione del mercato del lavoro era diversa. Mezzo milione di ungheresi, per la maggior parte giovani con una buona formazione, ha cercato fortuna in Europa occidentale a causa delle difficoltà economiche. Sintomatici al riguardo furono i manifesti con cui il governo tappezzò il paese nel 2015: “Se venite in Ungheria, non portate via posti di lavoro agli ungheresi!”

La paura di un’invasione
La campagna mostra che la nuova legge sul lavoro è direttamente collegata alla politica di chiusura del governo autoritario di Viktor Orbán. Il responsabile delle relazioni internazionali della Chiesa riformata ungherese, Balázs Ódor, non intende lasciarsi coinvolgere in questa discussione: “Chi argomenta da una prospettiva di fede deve basare la propria opinione sul Vangelo e non sul pragmatismo economico. Risolutiva è l’attenzione verso i rifugiati”.

In Europa non c’è una crisi dei rifugiati, bensì una crisi della solidarietà

Chiese contro la politica di chiusura

Ódor ha partecipato al Convegno sulla cooperazione delle Chiese organizzato dall'ente umanitario delle chiese evangeliche svizzere HEKS, lo scorso 19 gennaio, a Zurigo. "Non bisogna dimenticare che ai tempi del patto di Varsavia non conoscevamo l’immigrazione”, ha sottolineato Òdor. Perciò quattro anni fa la popolazione è rimasta scossa dalle immagini di stazioni sovraffollate e dagli arrivi di massa di migranti. “L’Ungheria ha dovuto accettare più rifugiati pro capite di qualsiasi altro paese europeo”, sostiene Ódor, il quale tuttavia ammette: “In Europa non c’è una crisi dei rifugiati, bensì una crisi della solidarietà”.

Spauracchio islamico
A ciò si aggiunge la paura diffusa in gran parte della popolazione di una islamizzazione dell’Europa. Nel 2015 il vescovo cattolico Laszlo Kiss-Rigo ha detto: “Non sono rifugiati. Questa è un’invasione. Arrivano al grido di Allahu Akbar. Ci vogliono conquistare”. Le paure di un’islamizzazione non sono diffuse soltanto in Ungheria, ma anche negli altri Stati del gruppo di Visegrád: Repubblica Ceca, Slovacchia e Polonia.

Chiese contro la politica di chiusura

Katharina Kunter, storica tedesca, specializzata in protestantesimo europeo, osserva che nel frattempo il quartetto si è allargato all’Austria e la sua richiesta di una linea più dura nella politica dell’Unione europea in materia di rifugiati ha suscitato risonanza anche in molti paesi dell’Europa occidentale. “Quando i media occidentali pongono l’accento sulla spaccatura tra oriente e occidente", afferma Kunter, "questo gioca a favore di governanti autoritari come Orbán. Possono presentarsi ancora meglio come salvatori dei valori tradizionali dell’occidente”.

Tracce sovietiche
Secondo Katharina Kunter le Chiese protestanti dell’Europa orientale appaiono più prudenti, sul tema dei rifugiati, rispetto alle loro partner dell’Europa occidentale perché in epoca sovietica hanno sviluppato uno stile diverso di devozione. Kunter descrive quel tipo di chiesa come “pia, pastorale e rimossa dalla sfera pubblica”.

HEKS salta nella breccia
Qualche tensione l’ha percepita anche Kalunba, l’organizzazione di aiuto ai rifugiati sostenuta dalla Chiesa riformata ungherese. Le sovvenzioni dell’Unione europea sono venute meno poiché il governo ungherese ha ritirato il bando per accedere ai finanziamenti. La HEKS e altre organizzazioni umanitarie sono quindi intervenuti per colmare il deficit di finanziamento.

Nella sua ultima visita Angela Elmiger, responsabile della HEKS per i progetti in Ungheria, ha constatato con una certa sorpresa che sempre più spesso imprese di medie dimensioni si sono rivolte a Kalunba alla disperata ricerca di lavoratori. Forse le necessità imprescindibili della politica economica riusciranno dopotutto a cambiare la politica ungherese per i rifugiati, sebbene sia più auspicabile la visione di Balázs Ódor di una “attenzione piena di grazia verso i rifugiati”. (da reformiert.info; trad. it. G. M. Schmitt; adat. P. Tognina)