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In attesa di un porto sicuro

Salvate al largo delle coste libiche dalle ONG tedesche Seawatch e Sea-Eye, sono 49 le persone in balia delle onde che da giorni attendono l’assegnazione di un porto sicuro

in  migrazione

In attesa di un porto sicuro

(Gaëlle Courtens) Una delegazione internazionale si è recata il 4 gennaio a bordo della “Seawatch 3”, a poche miglia dall’Isola di Malta. Tra loro Christiane Groeben, vicepresidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia FCEI. “L’equipaggio della Seawatch 3, che da giorni e in condizioni difficili sta ospitando a bordo 32 persone salvate in mare, sta facendo un lavoro straordinario!”, ha affermato Christiane Groeben al ritorno dalla visita effettuata sulla nave a poche miglia dall’isola di Malta.
La delegazione internazionale era composta da politici, soprattutto tedeschi e italiani, ma anche giornalisti ed esponenti della società civile nell’ambito dell’Alleanza “United4Med”. La FCEI nei giorni scorsi ha definito “uno scandalo” la situazione di stallo creatasi intorno alla mancata assegnazione di un “porto sicuro” per i naufraghi, e chiede una rapida soluzione a quella che rischia di diventare una drammatica violazione del diritto alla protezione internazionale.

Christiane Groeben

In attesa di un porto sicuro

Voglia di raccontarsi
Unica rappresentante di chiese della delegazione, la vicepresidente della FCEI Groeben ha potuto incontrare alcuni degli ospiti della nave e farsi un quadro della situazione a bordo. “Gli ospiti della nave sono rimasti sottocoperta durante tutta l’operazione di scarico dei rifornimenti, durato un paio di ore. Terminato il trasbordo, chi se la sentiva era invitato a venire a poppa a parlare con noi. Sono saliti quasi tutti”, spiega Groeben, che ha avuto modo di intrattenersi con un minore della Guinea, due donne e due bambini. “Il ragazzo, un sedicenne, con cui ho parlato più a lungo, si lamentava del freddo che faceva sulla nave, soprattutto di notte. In generale, mi ha sorpreso la loro voglia di raccontarsi. Di far conoscere le loro storie, le loro origini, il viaggio nel deserto, le vicissitudini in Libia. Qualcuno ha mostrato le ferite inflitte dalle guardie dei lager libici. Alcuni mi hanno salutato dicendomi ‘God bless you’, e a mia volta, ho dato loro la mia benedizione”. Groeben ha affermato di essere tornata arricchita da questa esperienza, con “la certezza che anche per gli ospiti della nave questo era percepito come un momento importante e positivo, che dava loro voce”.

In attesa di un porto sicuro

Voglia di toccare terra
“Improvvisamente un uomo, stufo di essere bloccato sulla nave da 14 giorni, si è buttato in mare, forse credendo di poter nuotare fino alle coste maltesi, che sembravano vicine. C’è stato un momento di concitazione, ma l’equipaggio ha gestito con competenza la situazione”, racconta Groeben, che prosegue: “Un momento traumatico per gli ospiti della ‘Seawatch 3’ è stato il cambio dell’equipaggio. Hanno visto le persone che si sono prese cura di loro fare le valige e scendere sul rimorchiatore, che faceva rotta verso la terra ferma, mentre loro erano costretti a rimanere sulla nave”.

Un profugo vuole raggiungere Malta

In attesa di un porto sicuro

Gli evangelici italiani a più riprese hanno lanciato appelli al governo di Giuseppe Conte, affinché onorasse i suoi obblighi previsti dal diritto interazionale: quello, cioè di offrire un porto sicuro ai naufraghi, in modo da poter esercitare il diritto costituzionale di avanzare domanda di asilo.

Per un ‘corridoio europeo’
In collaborazione con la Chiesa evangelica del Land Baden, la FCEI, insieme alla Diaconia valdese, ha già pronto un piano di accompagnamento e accoglienza dei 49 naufraghi delle due navi, con destinazione Heidelberg. “Le chiese della città tedesca garantiscono ospitalità, e noi abbiamo i finanziamenti e le possibilità tecnico-logistiche per fare il trasferimento in sicurezza con quello che potremmo chiamare un ‘corridoio umanitario europeo’”, conferma Groeben, sottolineando la sinergia delle chiese evangeliche italiane e tedesche creatasi su questo fronte. Per Groeben si tratta di “un’idea che non deve valere solo per questi 49 profughi, ma che dovrebbe diventare prassi. Certo, prima serve subito un porto sicuro, e poi serve l’accordo dei rispettivi governi. Comunque, volendo è tutto pronto. Chiediamo a chi di competenza di valutare insieme i passi politici necessari. Ce la possiamo fare anche questa volta? - "Schaffen wir das?", per citare le parole della cancelliera teedsca Angela Merkel -, ci vuole cooperazione e bisogna smettere di far finta che il problema non esista”.

In attesa di un porto sicuro

Responsabilità cristiana
“Come cristiani abbiamo la responsabilità di agire”, ha affermato la vicepresidente della FCEI, di origine tedesca, citando la “Jahreslosung” - il versetto biblico scelto dalle chiese cristiane tedesche per l’anno 2019, tratto dal Salmo 34,15: “Cerca la pace e procacciala”. “È un monito diviso un due parti: sulla prima parte i nostri governati sembrano essere tutti d’accordo, mentre sembra più problematica la seconda. La pace non solo va proclamata, ma procacciata attivamente: si tratta di un impegno concreto. La pace va difesa, ma bisogna anche farla accettare agli altri, cambiare le coscienze. Ecco il nostro impegno di cristiani”, conclude Groeben.

Partenariato con le ONG
Recentemente la FCEI, attraverso il suo Programma rifugiati e migranti “Mediterranean Hope”, ha allargato il suo partenariato con le ONG operative in mare: non solo con la spagnola “Proactiva Open Arms”, ma da poche settimane anche con la tedesca “Seawatch” e i suoi partner, come la svizzera “Humanitarian Pilots Inititive” che con il suo velivolo “Moonbird” garantisce la ricognizione di imbarcazioni in difficoltà dall’aria. Quest’ultima vede il sostegno finanziario anche della Chiesa evangelica in Germania (EKD).