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Chiese polacche dicono no all'odio

Dopo l’omicidio del sindaco di Danzica, Pawel Adamowicz, le chiese polacche di minoranza lanciano un appello alla riconciliazione. Intervista al pastore luterano Grzegorz Giemza

in  Europa , società , cristianesimo

Chiese polacche dicono no all'odio

(Gaëlle Courtens) Basta con la spirale dell’odio! No al pregiudizio e all’intolleranza! Sì al dialogo e alla riconciliazione! L’accorato appello arriva dal Consiglio ecumenico polacco in seguito all’omicidio del sindaco di Danzica, Pawel Adamowicz, accoltellato da uno psicolabile il 13 gennaio scorso durante una manifestazione pubblica di beneficienza nella città portuale polacca.

Pawel Adamowicz

Chiese polacche dicono no all'odio

È in lutto Danzica, città simbolo delle lotte operaie di "Solidarność" prima della caduta del muro di Berlino. Oggi rivendica il suo carattere di città aperta, accogliente e solidale. Le immagini della popolazione scesa in strada a fiumi dopo l’annuncio della morte del sindaco hanno fatto il giro del mondo. Tutti in piazza per rendere omaggio al loro Primo cittadino e alle sue idee. Adamowicz credeva in una Danzica europeista e multietnica, e per questo era in rotta di collisione con il governo polacco della destra sovranista.

Clima teso e linguaggio violento
Da tempo la Polonia, paese a grande maggioranza cattolica tra i meno secolarizzati d’Europa, è politicamente divisa e il clima che si respira è dei più tesi. La notizia del brutale assassinio di Adamowicz ha acceso gli istinti più bassi nel discorso pubblico e sui social media. Ora il Consiglio ecumenico polacco - un organismo nato nel 1946 dalle macerie della seconda guerra mondiale e che raccoglie sette chiese di minoranza - ha suonato il campanello d’allarme e chiamato la popolazione ad abbassare i toni.

Grzegorz Giemza

Chiese polacche dicono no all'odio

Abbiamo intervistato il pastore Grzegorz Giemza della Chiesa evangelica luterana della Confessione di Augusta, nonché direttore del Consiglio ecumenico polacco.

Come ha reagito la popolazione all’assassinio del sindaco di Danzica, Pawel Adamowicz?
È stato uno choc. Nessuno se l’aspettava. È successo durante una serata pubblica di beneficienza, c’era un clima di festa, e poi all’improvviso questo atto brutale - uno choc. Nei giorni successivi in tutto il paese si è scatenata un’ondata di “hate speech”, di discorsi di odio, espressione di una violenza nel linguaggio che fa in fretta a diventare violenza tout-court. Uno stile, quello della contrapposizione feroce, presente anche nel dibattito politico e nei media. E l'uccisione del sindaco di Danzica è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Qual è lo scopo del vostro appello?
Come chiese di minoranza nel paese abbiamo preso l’iniziativa per dire una parola forte di riconciliazione. Volevamo far sentire la nostra voce ed entrare nel dibattito sul come dobbiamo relazionarci con gli altri, per passare dallo scontro al confronto. Come parliamo con gli altri? E come parliamo degli altri se non condividiamo le stesse opinioni?

Danzica, funerali Adamowicz

Chiese polacche dicono no all'odio

In che misura le chiese di minoranza possono mettere un argine a questa deriva nella società polacca?
Le chiese, nella società, hanno un compito. E le chiese di minoranza ne hanno uno specifico: per nostra natura abbiamo una grande esperienza su come vivere e agire positivamente con una maggioranza. In una società a stragrande maggioranza cattolica, viviamo sulla nostra pelle la condizione di diaspora. È forse uno dei motivi che ci ha spinto a fare questa dichiarazione comune contro l’odio: sappiamo che il pluralismo c’è, esiste, e non dev’essere una cosa che disturba. Al contrario. Le diversità devono e possono convivere nel rispetto reciproco.

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Chiese polacche dicono no all'odio

In un momento come questo, di crisi per il paese, il fatto che le chiese cristiane di minoranza abbiano parlato con una sola voce, può avere una risonanza nel contesto sociale?
Credo che le chiese siano delle “specialiste delle crisi”. In fondo, anche guardando alla storia sono sempre state investite da qualche crisi. Le chiese hanno sviluppato metodi, più o meno efficaci, per conviverci e affrontarle. E qui il concetto della riconciliazione è cruciale. Dal punto di vista dal Consiglio ecumenico polacco questo dà dignità alla nostra iniziativa. Se riusciamo come cristiani a comunicare che il Signore ci ha riconciliati, allora questa visione della diversità riconciliata la possiamo anche tramandare. Possiamo lavorare sul concetto della riconciliazione non solo come un’idea, ma come elemento della vita vissuta, anche tra le diverse tradizioni cristiane.
Quindi, sì. È molto importante che le chiese del Consiglio ecumenico polacco abbiano preso la parola. Insieme siamo una grande minoranza. Abbiamo gli ortodossi, i cristiano-cattolici, diverse denominazioni protestanti, chiese libere e battisti - è un’ampia piattaforma di chiese. Ed è importante aver detto tutti assieme: basta con l’aggressività verbale. Abbiamo voluto dire una parola cristiana e mettere in chiaro che ci sono limiti che non vanno superati.

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Cosa si augura per il futuro del suo paese?
Di prendersi del tempo. Come polacchi dovremmo riflettere di più sulla nostra storia. Non tanto la storia del paese, ma delle singole persone. Gli individui e le famiglie hanno storie complesse. Basti pensare alla circostanza che nell’arco della storia, anche recente, c’è chi è nato in un certo paese, cresciuto in un altro, e morto in un altro ancora, senza essersi mai mosso dalla propria abitazione. La Polonia è questa. Abbiamo una storia complicata, che si intreccia anche con l’appartenenza religiosa dei singoli individui. È ora di parlare delle nostre storie e delle nostre identità. Questa potrebbe essere una strada per mitigare l’astio e la frustrazione nella popolazione.
Intanto, come diciamo nel nostro appello, dovremmo dire cristianamente: comincio da me. Non devo scaricare il problema sull’altro. Ognuno di noi dovrebbe chiedersi: cosa posso fare io per cambiare la situazione attuale? Noi come chiese possiamo offrire il tempo e gli spazi per questo processo. Anche nei gruppi giovanili dobbiamo insegnare la cultura del confronto e non dello scontro. E come esponenti religiosi, dobbiamo predicare di più sulla responsabilità del cristiano.