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Dalla rivoluzione alle chiese

Contributo dei credenti ai diritti umani tra relativismo e universalità

in  diritti umani

Dalla rivoluzione alle chiese

(Peter Ciaccio) Anche se la britannica Carta dei diritti (1689) ne anticipa alcuni temi di ben un secolo, il primo testo che parla di diritti umani in maniera moderna è la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino promossa dalla Rivoluzione francese nel 1789. Per la prima volta, una carta dei diritti non si limita a difendere il suddito dallo Stato, ma sulla base della cultura illuminista e della dottrina della legge naturale, la Dichiarazione francese è il primo documento che stabilisce l’universalità dei diritti. In altre parole, i diritti riconosciuti dalla Dichiarazione sono validi in ogni luogo e in ogni tempo. Eppure, la strada da fare era ancora tanta. Infatti, un’intellettuale femminista ante litteram, Olympe de Gouges, promosse la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, individuando il punto debole della Dichiarazione del 1789 nel fatto che il soggetto dei diritti era sostanzialmente l’uomo che, in quanto capofamiglia, otteneva lo status di “cittadino”. Due anni dopo fu ghigliottinata e i diritti da lei promossi furono recepiti dalla Costituzione della quarta Repubblica francese solo nel 1946.

Lunga elaborazione
L’Ottocento in Europa inizia con la diffusione dei temi della Dichiarazione dei 1789 grazie alle imprese napoleoniche. Ma la cultura dei diritti non è solo una questione di importazione dalla Francia rivoluzionaria: già da qualche anno gli intellettuali di ogni nazione dibattevano il testo di Cesare Beccaria "Dei delitti e delle pene" (1764). Ironia della sorte, la ghigliottina fu adottata da Luigi XVI proprio perché considerata uno strumento più umano nei confronti del condannato.
L’Ottocento europeo vede l'affermarsi delle costituzioni liberali, ma è anche il secolo dei movimenti politici di massa d’ispirazione marxista, i quali sono anche una forma di protesta nei confronti dell’insufficienza dei diritti umani riconosciuti e assorbiti nelle costituzioni liberali. II cittadino con pieni diritti era sostanzialmente ancora il possidente, erede borghese della nobiltà pre-rivoluzionaria.

Dalla rivoluzione alle chiese

Gli scontri sociali e l’ascesa dei nazionalismi portano alle due guerre mondiali, precedute comunque da un’evoluzione nell’elaborazione dei diritti umani: le Convenzioni di Ginevra (1864-1906-1929) e le Convenzioni dell’Aja (1899-1907). Tali Convenzioni sono dei trattati internazionali in cui si stabilisce che cosa è lecito o no fare in guerra e si regola il trattamento dei prigionieri di guerra e dei feriti. Al termine della Seconda guerra mondiale, si capisce che è tempo di fare il passo definitivo per la promozione dei diritti umani: nasce la Dichiarazione universale dei diritti umani (1948), documento fondativo dell’Onu.

Chiese e diritti umani
Oggi ci sono due teorie principali riguardanti il rapporto tra chiese e diritti umani, apparentemente distinte, ma sostanzialmente simili.
La prima, che ha molto successo nella chiesa cattolica, è che i diritti umani sono sostanzialmente la traduzione dell'evangelo di Gesù in legge. In altre parole, fai quello che dice Gesù e i diritti umani sono rispettati. Potrebbe sembrare una lettura corretta e, d’altra parte, il pensiero cristiano sui diritti umani parte dalla dignità dell’essere umano, in quanto creato ad immagine di Dio. Tuttavia, credere che i diritti umani siano diritti cristiani mina la loro universalità, soprattutto nei confronti di altre fedi o visioni del mondo.
La seconda teoria, promossa dalla chiesa ortodossa russa, e che sta trovando consensi in altre chiese, è che i diritti umani sono un’invenzione di una società non-cristiana, laica e secolarizzata, e che vanno rispettati solo nella misura in cui sono in linea con la morale cristiana. Questa posizione è interessante, perché prima del 1989 gli ortodossi russi erano tra quelli che più di tutti volevano parlare di diritti umani. Con la caduta del muro, infatti, in Russia sono cambiate almeno due cose rispetto al nostro argomento: il legame tra chiesa ortodossa e Cremlino è tornato saldo, nella migliore tradizione cesaro-papista, e la cultura dei diritti umani è stata strumentalizzata dall’Occidente per poter aumentare la propria influenza nei territori ex-sovietici.
Potrebbero sembrare due teorie opposte, ma in realtà sono sostanzialmente molto simili, perché pongono la morale di una o più chiese ad un livello giurisprudenziale superiore rispetto all’universalità dei diritti umani, di fatto relativizzandoli. In altre parole, se è un gruppo particolare a decidere quali siano i diritti umani, essi perdono automaticamente il loro carattere universale.

Dalla rivoluzione alle chiese

Alcune considerazioni
L’impressione che “noi stiamo a posto” per quanto riguarda i diritti umani è da evitare. L’invito di Gesù a guardare alla trave nel nostro occhio e non alla pagliuzza nell’occhio dei fratello è quanto mai salutare, per evitare di compromettere la stessa testimonianza dell’evangelo. Lo stesso vale per i diritti umani. Se noi puntiamo il dito contro le altre nazioni, senza aver prima esaminato la nostra situazione non rendiamo un bel servizio alla cultura dei diritti umani.
Qualche anno fa chiesi a un amico musulmano se loro accettano i diritti umani. La sua risposta e stata: “Non accettiamo i diritti umani, ma li riconosciamo”. Questa risposta ha rivelato il sottinteso involontario da parte mia (“Li, accettate? Noi li accettiamo già!”) e mi ha aiutato a riflettere sul senso dei diritti umani. Se la dignità dell’essere umano è intrinseca, se la libertà di coscienza è un dato di fatto, allora ci sono analogie tra i diritti umani e la ricerca scientifica. I diritti umani vengono “scoperti” man mano che la storia umana va avanti. Come la ricerca scientifica: l’atomo esisteva prima che venisse scoperto in laboratorio. Però, a differenza della ricerca scientifica, i diritti umani non vengono scoperti oggettivamente in un laboratorio, ma attraverso il dialogo tra persone di diverse culture, fedi e tradizioni. Non significa che i diritti umani siano un compromesso tra culture: significa piuttosto che la scoperta dei diritti umani è un percorso da fare insieme.
L’universalità dei diritti umani non viene inficiata da questo percorso. Anzi, più partecipiamo con passione a questo dibattito, più la cultura dei diritti umani si affermerà in un mondo ingiusto. (adat. da Riforma.it)