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La Bibbia secondo Thomas Römer

L’esegeta Thomas Römer, professore al Collège de France, ritiene che una lettura critica della Bibbia arricchisca il rapporto con il testo e non metta in discussione le basi della fede

in  Bibbia , teologia

La Bibbia secondo Thomas Römer

Domande a Thomas Römer, professore al Collège de France. Esegeta, filologo e biblista, autore di importanti studi sull'Antico Testamento, è titolare a Parigi della cattedra di milieux bibliques

Professor Römer, che cos’è un biblista ?
Potrei risponderle che il biblista è qualcuno che ha scelto la Bibbia come oggetto di ricerca a cui dedicare la maggior parte della propria vita. Ma detto così potrebbe sembrare che sia un fanatico della Bibbia, che vede la vita soltanto attraverso di essa. La mia concezione è piuttosto quella di una persona che cerca di capire l’origine e la storia dei testi. Per comprendere la Bibbia bisogna accettare di usare una metodologia diversificata, confrontare i manoscritti, le traduzioni, effettuare studi letterari, consultare le fonti epigrafiche, i documenti relativi ai contesti nei quali i testi biblici hanno visto la luce, l’archeologia: in breve, tenere la mente e gli occhi aperti e dimostrare uno spirito investigativo.

Thomas Römer

La Bibbia secondo Thomas Römer

Alcuni criticano l’esegesi storico-critica, ritenendo che essa rimetta in discussione, attraverso l’analisi critica del testo, le fondamenta della fede. Che cosa risponde?
La critica storica è necessaria e salutare. Si tratta di un metodo nato nelle facoltà protestanti di teologia, soprattutto nei paesi germanici, a partire dall’idea che chiunque possa sentirsi libero nei confronti del testo. Sebbene agli inizi anche all’interno della chiesa protestante si siano levate voci critiche che contestavano la validità dell'esegesi storico-critica, oggi la situazione è cambiata. Le chiese storiche della Riforma chiedono ai loro pastori di acquisire una formazione in esegesi storico-critica e persino nelle chiese evangelicali cosiddette libere, dove le resistenze restano maggiori, si trovano biblisti che non vi si oppongono.
Per quanto riguarda la fede, Martin Lutero diceva che non la si possiede mai, dal momento che essa è un divenire. Sappiamo bene, per citare soltanto un esempio, che la fede di un bambino di dieci anni non può essere paragonata con la fede di una donna o di un uomo di quarant’anni.
Naturalmente all’inizio ognuno può credere che la Bibbia sia il riflesso degli eventi che si sono svolti così come sono descritti. Ma ben presto, procedendo nello studio, la Bibbia mostra che non è così che vuole essere compresa.

Può fornirci qualche esempio a sostegno di questa affermazione?
Basta confrontare racconti biblici paralleli. Prendiamo ad esempio, nella Bibbia ebraica, i libri di Samuele e dei Re, da un lato, e i libri delle Cronache, dall’altro. Secondo il libro di Samuele, Davide, su suggerimento di Dio, intraprende un censimento. Nel primo libro delle Cronache, invece, leggiamo che a ispirare l'idea del censimento sarebbe stato Satana. Questo significa che i libri di Samuele e dei Re sono ripresi nelle Cronache seguendo una teologia molto differente. Ma non ci viene chiesto di scegliere l’una a discapito dell’altra.
Ricordiamo anche che nel Nuovo Testamento i quattro vangeli non concordano su tutto ciò che riferiscono di Gesù. Leggere il testo biblico in maniera attenta permette di comprendere che non abbiamo a che fare con un discorso attraverso il quale un dogma vuole imporsi al lettore. La Bibbia stessa ci incoraggia a rispettare l’analisi storico-critica.

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In questi ultimi anni l’analisi del Pentateuco - i primi cinque libri dell'Antico Testamento, attribuiti a Mosè - è stata oggetto di modifiche rilevanti. Quali?
Fino alla metà degli anni Settanta prevaleva la “teoria documentaria”, che partiva dal presupposto che in origine il Pentateuco fosse composto da quattro documenti, un tempo indipendenti, che sarebbero poi stati fusi insieme. L’esegeta e teologo tedesco Gerhard von Rad aveva anche parlato di un'epoca di "Illuminismo salomonico" nel quale collocava il più antico dei quattro documenti. Con una sorta di proiezione retrospettiva del regno di Federico di Prussia sui tempi biblici, von Rad immaginò persino una corte brillante intorno al monarca. Oggi questa visione è stata abbandonata, almeno in Europa. L’archeologia ci ha permesso di verificare che l’esistenza di un impero salomonico che avrebbe dominato i popoli e i territori dall’Egitto all’Eufrate è storicamente impossibile. Alcuni arrivano persino a mettere in discussione la storicità di questo re. Io non arrivo fino a questo punto, ma confermo che alcuni dei testi o delle grandi gesta che gli sono stati attribuiti non gli appartengono.

Si riferisce alla sua famosa sentenza?
Sì, leggendo la storia della sentenza di Salomone ci accorgiamo che il suo nome non compare mai. È sempre “il re”. È probabile, e non sono l’unico a pensarlo, che si tratti di una storia che circolava da molti anni nella regione e che fu inserita per illustrare la formidabile saggezza di Salomone. Lo stesso discorso vale per la regina di Saba. Ai confini dell’Etiopia le regine sono esistite. Ma non prima del settimo secolo avanti Cristo. L’idea che sia esistita una regina nel decimo secolo avanti Cristo è impensabile. Vediamo qui quella che io chiamo una retroproiezione. Analogamente non siamo mai riusciti a ricostruire i quattro documenti che si supponeva esistessero separatamente.
Ma, come dico ai miei studenti, il fatto che non esista un modello in grado di ottenere l’unanimità deve essere colto come un’opportunità. Ci permette una maggiore libertà interpretativa.

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Lo stesso discorso vale per Mosè, personaggio al quale ha dedicato un libro?
Mi sono interessato molto a lui perché è la figura fondante dell’ebraismo. Possiamo leggere il Pentateuco come la sua biografia. Mosè nasce all’inizio del libro dell’Esodo e l’ultimo capitolo del Deuteronomio ne narra la morte. Nella traduzione luterana della Bibbia, i primi cinque libri della Bibbia sono chiamati “libri di Mosè”. Questo genera l’impressione che sia stato lo stesso Mosè a scrivere il testo, mentre sappiamo che in realtà non è così. Ma questo ci dice quanta importanza abbia la sua personalità. Mosè è il mediatore per eccellenza, è lui che riceve tutte le leggi che deve trasmettere al popolo. È una rivoluzione politica, perché nel Vicino Oriente antico l’idea che la divinità dia le leggi a un mediatore è normale, ma questo mediatore non può essere altri che il re.
Il fatto che nella Bibbia nessun re riceva una legge è in sé un fenomeno straordinario: per vivere secondo la Legge, non è necessario ricorrere al monarca e neppure all’esistenza di un paese. L’ebraismo ha quindi inventato la separazione tra il religioso e una legittimazione politica.
Vorrei far notare che l’ebraismo, almeno fino al 1948, è stato una religione di diaspora poiché, al contrario del cristianesimo e dell’islam, che sono rapidamente divenuti religioni di Stato, l’ebraismo è stato in grado di sopravvivere in quanto la Torah era legata soltanto a una pratica di lettura e di interpretazione.

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In che misura la tecnica digitale viene in aiuto ai ricercatori?
Prima di tutto in un modo banale ma incisivo: internet mette in contatto scienziati che prima della sua comparsa si incrociavano soltanto una o due volte all’anno in occasione di convegni o di incontri fortuiti. Oggi possiamo invece scambiarci informazioni in tempo reale come se lavorassimo insieme. Ma gli strumenti informatici consentono anche di lavorare sui testi con una incredibile rapidità. Con un solo clic è possibile stabilire paralleli fruttuosi che richiedevano a volte più di un giorno di lavoro. Infine è possibile avviare approcci matematici al testo biblico. È una tecnica ancora agli inizi, ma io stesso sono coinvolto in ricerche di questo tipo con alcuni ricercatori e matematici dell’università di Tel Aviv.

Tra i suoi colleghi, al Collège de France, a Parigi, c'è Vinciane Pirenne-Delforge, docente di religione, storia e società nel mondo greco antico. Pirenne-Delforge incoraggia a considerare la mitologia greca una religione. La religione sarebbe una mitologia?
I confini tra religione e mitologia sono vaghi. Penso che dovremmo riabilitare il mito. Il termine è spesso peggiorativo, mentre invece il mito è essenziale. La creazione del mondo, che cos’è se non un mito? Se consideriamo la radice della parola, il greco “mutos”, capiamo che si tratta di un racconto fondante che acquista verità quando una comunità si riconosce in esso. Penso quindi che l’opposizione tra mito e religione sia da ripensare.
Per molto tempo gli europei hanno avuto una concezione positivista della verità. Nella loro mente si confondeva con la storicità. Ma, per scegliere soltanto un episodio emblematico del racconto dell’Esodo, è arduo immaginare che tre milioni di persone abbiano potuto attraversare in una notte un mare di cui non sappiamo neppure dove si trovasse esattamente. Potremmo ovviamente dire - e alcuni lo fanno -: “Se ciò che sta scritto nella Bibbia non è vero, allora tutta la sua credibilità crolla”. Penso invece che sia necessario fare un altro genere di riflessione. Ciò che conta non è la storicità, ma l’affermazione del racconto della creazione di un popolo che, a sua volta, si riconosce in esso e in esso trova la sua identità. Ovviamente bisogna poi interrogarsi sulle situazioni storiche che hanno permesso di scrivere una storia così e quindi esplorare nuove ipotesi. (in Réforme; intervista a cura di Frédérick Casadesus; trad. it. G. M. Schmitt; adat. P. Tognina)