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La guerra e la coscienza cristiana

Malgrado le parole evangeliche che esortano alla nonviolenza, la posizione dei cristiani si divide tra il rifiuto assoluto di portare armi e il sostegno pragmatico di una violenza ritenuta a volte necessaria

in  cristianesimo , etica

La guerra e la coscienza cristiana

(Antoine Nouis) Di fronte alla guerra sono possibili due reazioni. La prima è profetica e ricorda il comandamento “non uccidere” e il suo sviluppo nonviolento nel Vangelo. La seconda è pragmatica, prende atto del fatto che il male esiste e ha elaborato la famosa teoria della guerra giusta.

Pragmatismo e profezia
Il Sermone sul monte, attribuito a Gesù di Nazareth, esorta a porgere la guancia destra quando ci percuotono la sinistra. È l’atteggiamento che il predicatore di Nazareth ha adottato di fronte ai suoi nemici. Sappiamo, dalla storia, che quell'atteggiamento lo ha portato alla morte, e nella maniera peggiore possibile, inchiodato su di una croce. Coloro che difendono sino all’ultimo questa posizione dicono che il ruolo dei cristiani non è di governare il mondo, ma di essere testimoni del Regno.
Chi ha un atteggiamento pragmatico nei confronti della questione, riconosce che il male esiste, che una società deve fermarlo e che il diritto alla sicurezza è un diritto umano. Il Vangelo, affermano, chiama a essere cittadini responsabili, in particolare di fronte al male.

Le Chiese e la Grande Guerra (Segni dei Tempi RSI La1)

Pacifismo e violenza
I profetici si basano sull’autorità di Gesù che ha sempre rifiutato ogni atto di forza. Ha vinto il mondo con la disfatta della croce che, con un capovolgimento paradossale, è anche la vittoria del Vangelo. I pragmatici si basano sui brani del Nuovo Testamento che affermano che bisogna essere sottomessi alle autorità civili la cui funzione è di fermare il male. La preghiera per le autorità che possiedono la chiave della pace civile appartiene alla tradizione liturgica della Chiesa.
I pragmatici rimproverano ai profetici il loro idealismo facendo l’esempio della seconda guerra mondiale. Non ci sono momenti in cui il pacifismo è una viltà e una sottomissione al regno del male? I profetici rimproverano ai pragmatici di sottovalutare l’ingranaggio della violenza facendo l’esempio della prima guerra mondiale che sarebbe dovuta durare appena qualche settimana. È difficile fermare una logica e il bilancio della Grande Guerra si chiude con dieci milioni di morti senza contare gli innumerevoli feriti.

La tregua di Natale (Segni dei Tempi RSI La1)

La coscienza al bivio
Il dibattito tra profetici e drammatici è vecchio quanto il cristianesimo. Non è sicuro che possa esserci una posizione assoluta e senza tempo. La verità si trova forse nella tensione tra i due atteggiamenti. Nel suo saggio Le lettere di Berlicche Clive Staples Lewis riporta le lettere di Berlicche a suo nipote che ha la missione di trascinare sulla cattiva strada un giovane gentiluomo inglese. Quando viene dichiarata la guerra, il diavolo esperto scrive: “Non mancare, nella tua prossima lettera, di darmi un resoconto completo delle reazioni dell’ammalato alla guerra, così che si possa studiare se sarà meglio farlo diventare un appassionato patriota oppure un ardente pacifista”.

La guerra umilia, disonora, degrada. È l’orrore del mondo riunito in un parossismo di sangue e di lacrime

Non c’è una guerra giusta
Detto ciò, non bisogna mai dimenticare tre punti. Tutti sono contro la guerra, tranne i mercanti d’armi che hanno sempre argomenti umanitari per giustificarla. Non bisogna essere troppo creduloni, questi argomenti sono soltanto un paravento per i loro interessi economici. Le guerre in Iraq e in Afghanistan sono costate centinaia di miliardi di dollari. Se nella loro grande generosità, i Paesi occidentali avevano da offrire questa somma agli afgani e agli iracheni, non c’era un modo più intelligente di utilizzarla?
La guerra è sempre sporca e ingiusta. Non c’è mai una guerra giusta, sebbene a volte si possa considerare una guerra necessaria. La guerra è prima di tutto un gigantesco sperpero di energia, di vita, di famiglie, di speranza e di futuro. Sulla base della propria esperienza Hélie de Saint Marc ha scritto: “Non c’è una guerra gioiosa o una guerra triste, una guerra bella o una guerra brutta. La guerra è il sangue, la sofferenza, i visi ustionati, le pupille dilatate dalla febbre, la pioggia, il fango, gli escrementi, l’immondizia, i ratti che corrono sui corpi, le ferite mostruose, le donne e i bambini trasformati in carogne. La guerra umilia, disonora, degrada. È l’orrore del mondo riunito in un parossismo di sangue e di lacrime”.

Un esercito di civili disarmati (Segni dei Tempi RSI La1)

Meglio la nonviolenza
È difficile giustificare la guerra in nome di Dio. Dietrich Bonhoeffer fu uno degli organizzatori della Chiesa confessante in Germania. Il suo studio del Sermone sul monte radicò in lui la convinzione che il cristiano deve essere pacifista. Ma quando fu persuaso a collaborare nella preparazione di un attentato contro Hitler non cercò di giustificare il suo atteggiamento, riconobbe che il suo comportamento era condannabile da un punto di vista evangelico. Aggiunse semplicemente: “Preferisco correre questo rischio che lasciare massacrare delle persone... e spero nella grazia di Dio”.
Questa riflessione è notevole nella misura in cui non cerca di edulcorare la parola del Vangelo. Jacques Ellul ha teorizzato questo atteggiamento dicendo che se un giorno si fosse costretti alla violenza bisognerebbe continuare a credere alla fecondità dell’affermazione radicale della nonviolenza. (da Réforme, trad. it. G.M. Schmitt)