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Mucche brune di fede cattolica

Il paesaggio religioso svizzero, il declino della fede e la cultura contadina

in  cattolicesimo , protestantesimo , cultura

Mucche brune di fede cattolica

(Jo Lang) Nel villaggio di contadini in cui sono cresciuto, tutti gli abitanti erano cattolici e tutte le mucche erano brune. Poiché la fede e la fattoria, nel nostro modo di pensare e di lavorare, erano indisgiungibili, io, da bambino, davo per scontato che le mucche cattoliche fossero brune e che le mucche brune fossero cattoliche.

Chiesa e fattoria
L’unica via che mi potesse condurre al di là degli immediati dintorni - dal momento che la mia famiglia era sprovvista di automobile e non aveva un televisore - era la visita ai manzi che venivano portati a pascolare sugli alpeggi dell’Entlebuch. Una volta mio padre mi disse: “Là in cima c’è il confine tra il cantone di Lucerna e quello di Berna”. Poiché sapevo che i bernesi erano protestanti, corsi il più velocemente possibile sulla collina per vedere quale fosse l’aspetto delle mucche protestanti. Con mio grande sollievo non erano brune, ma erano invece mucche pezzate rosse.
Ai miei fratelli e sorelle minori, divenuti adolescenti negli anni ’70, non sarebbe mai venuto in mente di immaginare una relazione tra il cattolicesimo e la mucca bruna svizzera, tra confessione religiosa e razza del bestiame. Nel giro di un decennio, tra il 1965 e il 1975, uno degli ultimi bastioni cattolici, quello argoviese, si è dissolto. La cultura contadina è stata spazzata via dalla cultura dell’automobile, del televisore e del boom edilizio.

Processione religiosa per il Corpus Domini

Mucche brune di fede cattolica

Lavoro, messa, lavoro
Nel suo libro “Religiosità agraria” (“Agrarische Religiosität. Landbevölkerung und traditioneller Katholizismus in der voralpinen Schweiz 1945-1960“, Hier+Jetzt 2013), lo specialista del barocco Peter Hersche deplora il fatto che nella “scienza storica” il “nesso” tra il “tramonto dell’economia agraria tradizionale e quello della religiosità tradizionale” sia stato “troppo poco considerato”. Chi ha vissuto la simbiosi di fattoria e chiesa può comprendere meglio la sua fine.
La religiosità agraria aveva qualcosa di totalizzante e di esclusivo per un motivo del tutto pratico: il lavoro nella stalla e nei campi durava dal lunedì al sabato, dal mattino presto fino a tardi. La religione riempiva gran parte del tempo libero che rimaneva. La domenica una parte delle famiglie dei contadini andava alla prima Messa del mattino, e l’altra alla Messa grande, in modo da poter avere poi un paio di ore libere al pomeriggio prima che le mucche dovessero di nuovo essere nutrite e munte. Spesso durante la settimana, ad esempio nel mese di maggio, si tenevano liturgie serali aggiuntive.

La croce di fieno
La vita e il lavoro in casa e nella fattoria avevano una forte impronta religiosa. Nelle stanze e nelle stalle erano appese foglie d’edera che dovevano essere benedette la Domenica delle Palme. Quando si usciva di casa si intingeva l’indice in un recipiente di acqua benedetta per farsi il segno della croce. Sopra le porte della stalla erano appese immagini di san Vendelino, protettore dei contadini, che era anche patrono della chiesa del villaggio. Nel soggiorno “vecchio” e in quello “buono”, come anche nelle camere da letto, erano appese immagini incorniciate della Madre di Dio con Gesù bambino e diversi santi.
Le campane della chiesa suonavano quattro volte al giorno. Alle cinque del mattino svegliavano i contadini per la mungitura. Alle undici il “saluto dell’angelo” invitava a un breve raccoglimento e ricordava l’ora del pranzo. Alle quattro del pomeriggio le campane annunciavano il passaggio dal lavoro dei campi a quello nella stalla. Infine, alle sette di sera, annunciavano la fine del lavoro. Quel suono costituiva anche un invito a un raccoglimento comune o personale. Dopo che in un campo era stato raccolto tutto il fieno, veniva costruita una croce di ringraziamento con il fieno rimasto per terra.

Quando si usciva di casa si intingeva l’indice in un recipiente di acqua benedetta per farsi il segno della croce

Presente e futuro delle chiese svizzere (Segni dei Tempi RSI La1)

Il primo trattore
In quel tempo avvenne la più grande trasformazione vissuta dall’agricoltura nella storia dello Stato confederale: la meccanizzazione. Tra la mia nascita nel 1954 e il momento in cui lasciai la casa dei miei genitori, nel 1970, vennero comprate tutte le macchine che si trovano normalmente in una fattoria: prima di tutto arrivò la mietitrice a motore monoasse - “Bauernkönig” -, più tardi sostituita dalla leggendaria “Aebi”. Seguirono il trattore di occasione “Bührer”, la mungitrice “Alfalaval”, la macchina sollevatrice “Lanz”, il rimorchio per trattore “Agrar”, la setacciatrice, la ventilatrice per il fieno e alcune altre macchine agricole.
Ho vissuto questo progresso tecnico come un miglioramento della qualità della vita, sebbene preferissi avere a che fare con gli animali che con le macchine. Con l’aumento del tempo libero, sempre più la domenica fu utilizzata per gite e altri divertimenti. Gli accresciuti bisogni finanziari, tuttavia, obbligavano a una maggiore efficienza. Attività come la raccolta dei resti di fieno e quindi la costruzione di una croce furono pertanto abbandonate.
Hersche vede nel fenomeno della modernizzazione una “perdita”. Qua e là, tuttavia, esagera: quando i contadini correvano a mettere al riparo il fieno secco quando le previsioni meteorologiche annunciavano l’arrivo del brutto tempo - e a volte ciò comportava anche lavorare di domenica e dunque a tralasciare qualche “devozione” - essi non miravano soltanto alla “rendita”: il fieno rovinato dalla pioggia era anche cibo andato perduto, cioè, come si dice oggi, spreco alimentare.

Tutto il peso della terra (Segni dei Tempi RSI La1)

Il cielo sopra i campi
L’impronta che l’agricoltura dava al religioso si mostrava in modo particolare nella concordanza tra il calendario agricolo e quello ecclesiale: il risveglio primaverile della natura coincideva con la Pasqua, l’Ascensione, la Pentecoste, il Corpus Domini, le processioni e i pellegrinaggi. Nel nostri villaggio c’erano ogni anno due processioni che si tenevano nei mesi di maggio e di giugno: quella del Corpus Domini si muoveva tra le case ed era una dimostrazione dell’autorità della chiesa; l’altra si svolgeva invece nei campi, era guidata dal prete che camminava sotto un baldacchino sorretto da quattro uomini - chiamato “cielo” - e terminava con la benedizione dei campi e dei prati.
Il periodo più intenso dal punto di vista lavorativo, quello della raccolta del fieno (primo e secondo raccolto), del frumento, delle carote e della frutta, era anche quello meno intenso dal punto di vista liturgico. Dal giorno dei Santi fino a giugno la chiesa ritornava ad avere un ruolo centrale. Impiegavamo anche il carnevale per fini religiosi: con i nostri strumenti a fiato e con un “nicknegerlein” andavamo di casa in casa per raccogliere ogni volta offerte per le missioni. Poiché per il battesimo di un “bambino dei pagani” andavano calcolati circa 15 franchi, sapevamo con una certa precisione quante anime la nostra azione di raccolta avrebbe potuto salvare. Dal momento che quest’opera buona giovava anche alla salvezza delle nostre anime, avevamo una motivazione aggiuntiva.

Il sesto comandamento
Le anime che guadagnavamo alla Chiesa grazie al carnevale non potevano certamente controbilanciare le perdite che essa imputava a queste occasioni. L’ossessione clericale per il sesto comandamento trovava nel carnevale il suo punto culminante. Nel confessarmi mi vidi indotto perciò a inventare peccati aggiuntivi contro gli altri comandamenti per distrarre un po’ il parroco da quelli apparentemente più importanti.
L’avversione della Chiesa nei confronti della sessualità, ulteriormente acutizzatosi nel 1968 con la proibizione papale della pillola, potrebbe aver contribuito al processo di secolarizzazione nei villaggi di contadini più di quanto abbia fatto la meccanizzazione dell’agricoltura. Ai figli dei contadini, che erano presenti quando il toro e la mucca erano portati ad accoppiarsi o quando un vitellino veniva al mondo, non si poteva certo raccontare la storia della cicogna. Riguardo a nessuna altra questione la Chiesa e la sua base, tra i contadini, erano più estranei l’una all’altra come riguardo ai temi sessuali.

L’avversione della Chiesa nei confronti della sessualità potrebbe aver contribuito al processo di secolarizzazione

Barocco senza futuro
Nel capitolo sulla fine della sontuosità barocca, Hersche trova una bella immagine per il contemporaneo tramonto dell’agricoltura tradizionale e della religiosità tradizionale. Egli spiega il declino delle processioni del Corpus Domini indicando come una delle cause lo sparire della “precedente ricchezza di prati fioriti e colorati”; con ciò sarebbe andata persa “l’abituale ricchezza di ornamenti”.
C’è tuttavia una differenza: nell’agricoltura si può, mediante il recupero di una dimensione ecologica, riguadagnare qualcosa di ciò che è andato perduto; dai pascoli grassi, ad esempio, si può ritornare di nuovo ai pascoli magri. Nella religiosità, invece, il barocco non ha futuro, anche perché i suoi maggiori difensori, con rincrescimento di Hersche, sono nostalgici reazionari. (da Tages-Anzeiger, trad. it. G.M.Schmitt)

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