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A che cosa servono le Nazioni Unite?

Intervista con il diplomatico francese Jean-Marie Guéhenno, già segretario generale aggiunto presso l'ONU

in  intervista , politica

A che cosa servono le Nazioni Unite?

Il diplomatico francese Jean-Marie Guéhenno, attualmente impegnato nell'International Crisis Group, parla del suo libro The Fog of Peace. E ricorda la sua esperienza di segretario generale aggiunto presso le Nazioni Unite, incaricato delle operazioni di mantenimento della pace.

Lei ha fatto squadra con Kofi Annan, secondo il quale la forza d’intervento delle Nazioni Unite “è l’unico corpo di vigili del fuoco al mondo che deve attendere che scoppi l’incendio prima di poter comprare un’autopompa”. Lei mostra bene la sfida permanente che è propria del segretario generale dell'ONU. Può spiegarcela?
L’ONU resta un'organizzazione molto in anticipo rispetto ai tempi. Si tratta di una organizzazione di Stati. Ha bisogno del loro sostegno e conta sulla loro abilità di superare le logiche restrittive che li rinchiudono. Impossibile quindi inimicarsi gli Stati e soprattutto i più potenti: sarebbe garanzia di una paralisi immediata e duratura.
Ma se il segretario generale dell'ONU è una marionetta a loro disposizione, diventa inutile. La via è stretta; bisogna scegliere le proprie battaglie, consapevoli che la mediatizzazione intensa, a volte utile, può indisporre alleati indispensabili. Acume, capacità d’ascolto e forte volontà, coraggio politico - la spina dorsale - si trovano di rado in una sola persona. Questo non si impara sui libri. Kofi Annan ha incarnato a mio avviso questo ideale di negoziazione senza compromessi, ispirato da valori forti.

Dal 2014 lei si è impegnato nell'International Crisis Group. Qual è l’obiettivo di questa ONG?
Si tratta di una fondazione creata alla fine del 1995 dopo le tragedie dell'ex Jugoslavia e del Ruanda. Analisti sul campo prima di tutto, partiamo dalla convinzione che molti conflitti sono alimentati dall’ignoranza e dall’indifferenza e cerchiamo di mobilitare l’influenza dei responsabili politici, facendo appello a una ragione, che non è più sufficiente. Il mondo è cambiato: la maggior parte degli attori ritiene oggi che gli interessi nazionali debbano essere predominanti. ICG non è un'organizzazione esclusivamente occidentale: abbiamo voluto che nel suo consiglio di amministrazione ci fosse un'ampia presenza di africani e di asiatici.

Molti conflitti nel mondo sono alimentati da ignoranza e indifferenza

Nel suo libro The Fog of Peace lei parla anche della guerra in Afghanistan. Qual è stata, secondo lei, la grande colpa dell’Occidente in quello scenario?
L’equivoco di fondo è enorme. Per gli americani si trattava prima di tutto di una operazione antiterroristica, avvolta nei colori della costruzione di uno Stato democratico: andavano a liberare le donne afghane, a portare la democrazia... La sconfitta rapida dei talebani ha dato l’illusione di una vittoria rapida: non erano stati eliminati e, soprattutto, non si sapeva che cosa fare dopo. La visione tecnocratica della costruzione di uno Stato implica la creazione di servizi pubblici, che non hanno alcun senso senza l’adesione politica della popolazione. All’inizio è stata messa in atto un'agenda superficialmente ambiziosa per mobilitare il sostegno degli europei e dei giapponesi (Conferenza di Tokyo, 2002), molto più disposti a spendere degli americani. In quanto a Bush, in quel momento voleva andare in Iraq e aveva perduto ogni interesse per la questione afgana. In seguito gli americani hanno anche investito nel paese. Ma con quale risultato?

Nel caso dell’Iraq - parlo dell'intervento del 2003 - lei riconosce la volontà americana di iniziare una guerra a ogni costo, ricorrendo a menzogne e alla manipolazione dell’opinione pubblica...
Noi non avevamo i mezzi, nessuno Stato aveva allora i mezzi per impedire quella guerra. Invece di umiliare gli americani privandoli della maggioranza all’ONU sarebbe stato meglio sottolineare la nostra disapprovazione della guerra e lanciare la vera battaglia per la quale gli oppositori avevano i mezzi, quella della gestione dell’Iraq dopo la guerra.

Anche dopo avere lasciato il suo incarico all'ONU, lei ha continuato a occuparsi della Siria. Nel libro parla di quella situazione offrendo un'interpretazione originale del ruolo degli americani, dei russi e dei cinesi che trova pochi consensi in Europa...
Fino al 2012 abbiamo ritenuto che Bashar al-Assad fosse fragile, sottovalutando la sua capacità di resistenza. I russi non sono mai stati convinti che la sostituzione rapida di Bashar al-Assad rappresentasse una soluzione credibile e gli esempi dell’Iraq e della Libia parlano ovviamente a loro favore. Paesi come la Russia, o la Cina, hanno conosciuto rivoluzioni nel 20. secolo e dunque sono molto più prudenti e conservatori di noi. Anche se i russi hanno notevolmente rafforzato Assad, credo che non lo metteranno in grado di riconquistare il Paese.

Molti mettono in dubbio l’efficacia delle sanzioni economiche nella lotta per la pace. Lei invece è favorevole alla loro adozione. Perché?
Nel caso della guerra nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), in parte provocata dalla contaminazione della guerra civile nel Ruanda, la riconciliazione franco-britannica ha svolto un ruolo innegabile. I francesi hanno smesso di sostenere Kinshasa, mentre britannici e americani hanno smesso di appoggiare il Ruanda. Questo genere di situazione non è facile da mediatizzare perché i paesi non amano evocare le loro rivalità. Poi, a modificare ancora la situazione, tra il 2005 e il 2016, è stato l'intervento cinese, che aiuta il governo congolese, scambiando la messa a disposizione delle grandi risorse minerarie del Katanga con la costruzione di infrastrutture. Qualche mese fa i cinesi hanno riacquistato delle miniere di rame da una società americana a lungo sostenuta dagli sforzi dell'ambasciata americana. (da Réforme; trad. it. G. M. Schmitt; adat. Luisa Nitti)