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Un libro scritto da profughi

La Bibbia, e in particolare l'Antico Testamento, è una raccolta di testi redatta da profughi e destinata a chi vive la condizione del migrante

Un libro scritto da  profughi
Quali sono i principi teologici su cui si basa il dovere di accoglienza dei cristiani nei confronti dei migranti? L'agenzia ProtestInfo lo ha chiesto alla teologa svizzera Muriel Schmid, residente a Chicago, la quale dirige, da un anno, i programmi dell'ong pacifista “Christian Peacemaker Teams”.

Muriel Schmid, si dice spesso del cristianesimo che esorti i credenti ad accogliere i migranti. Qual è il fondamento teologico di ciò?
Ci si richiama spesso alla fine del capitolo 25 del vangelo di Matteo: “Ebbi fame e mi deste da mangiare; ebbi sete e mi deste da bere; fui straniero e mi accoglieste...”. È un riferimento ripetuto ormai fino alla noia che spinge spesso le comunità a riflettere su chi è lo straniero per me, chi è il prigioniero per me e cose di questo genere. Personalmente ho delle difficoltà a inserirmi in questo ordine di idee. Mi sembra più interessante ricordare che la Bibbia ebraica [ciò che i cristiani chiamano l'Antico Testamento, ndr.] - e una parte almeno del Nuovo Testamento -, è “un testo scritto da profughi per profughi”. Gli autori sperimentano l'oppressione, la peregrinazione, le persecuzioni. Di conseguenza ciò che sta scritto nella Bibbia non è indirizzato direttamente a noi, che siamo comodamente insediati nelle nostre terre, nel nostro Stato, ma appunto a chi vive la condizione del migrante.
Questa chiave di lettura - che ho fatto mia - trae origine da “The Bible as the Ultimate Immigration Handbook” di Joan Maruskin, direttrice dei programmi per un'organizzazione ecclesiastica di aiuto a migranti e profughi.

Il testo diventa allora una promessa di giustizia rivolta all'oppresso più che un appello etico all'oppressore o semplicemente a chi ha tutte le comodità. Come leggere, allora, i testi che trattano della relazione con la terra?
Questo tema attraversa la Bibbia ebraica, ma un testo come Levitico 25 ci ricorda che la terra appartiene a Dio. L'umanità ne è soltanto la custode. Le è stata affidata alla Creazione, ma non deve appropriarsene. In via accessoria, l'ingresso nella Terra promessa è accompagnato, non bisogna dimenticarlo, da una conquista violenta che implica pertanto spostamenti di popolazione e crea nuovi profughi. Attraverso il testo la relazione con la terra non ignora che la rivendicazione delle terre porta alla necessità di regolare le relazioni tra i suoi diversi abitanti e i loro diritti.
In questo contesto l'ordine di amare gli stranieri, che compare tra l'altro in Deuteronomio 10, è un invito rivolto al popolo ebraico a imitare la bontà di Dio e a ricordare che anch'esso ha vissuto come straniero in Egitto. L'esperienza dell'esilio è quindi l'esperienza fondatrice e paradossale di questa identità legata alla Terra promessa.

In Europa siamo abbastanza sensibilizzati dalla questione dei migranti provenienti dalla Siria. Qual è la situazione negli Stati Uniti?
C'è una forma di presa di coscienza sull'urgenza della questione dei migranti in Europa, ma qui si parla generalmente di migranti che passano la frontiera con il Messico. La questione del mercato delle armi e delle sue conseguenze sulla situazione geopolitica del Medio Oriente è invece poco considerata, malgrado gli Stati Uniti siano i primi fornitori di armi destinate alla Siria. (intervista di Joël Burri, ProtestInfo; trad. it. G.M. Schmitt)

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