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La faccia oscura dell’Arabia Saudita

L'Occidente mantiene l'alleanza con il regno saudita dimenticando che l'islam wahabita alimenta lo Stato islamico, il Daesh

La faccia oscura dell’Arabia Saudita
(Kamal Daoud) Daesh nero, Daesh bianco. Il primo sgozza, uccide, lapida, taglia le mani, distrugge il patrimonio dell'umanità e detesta l'archeologia, la donna e lo straniero non musulmano. Il secondo è meglio vestito e più pulito, ma fa le stesse cose. Lo Stato islamico e l'Arabia Saudita.

Incongruenze occidentali
Nella sua lotta contro il terrorismo, l'Occidente fa guerra all'uno mentre stringe la mano all'altro. Vuole salvare l'alleanza strategica con l'Arabia Saudita, dimenticando che questo regno si basa su un'altra alleanza, con un clero religioso che produce, legittima, propaga, predica e difende il wahabismo, islamismo ultrapuritano di cui si alimenta il Daesh.
Il wahabismo - radicalismo messianico sorto nel 18. secolo -, persegue l'idea di restaurare un califfato fantasma intorno a un deserto, un libro sacro e due luoghi santi, la Mecca e Medina. È un puritanesimo nato nel massacro e nel sangue, che si traduce oggi nel divieto per i non musulmani di accedere al territorio sacro, in una legge religiosa intransigente e anche in un rapporto malato con l'immagine e la rappresentazione e quindi l'arte, nonché con il corpo, la nudità e la libertà. L'Arabia Saudita è un Daesh riuscito.

Una pericolosa alleanza
L'Occidente saluta questa teocrazia come un alleato e finge di non vedere che è il principale mecenate ideologico della cultura islamista. Le nuove generazioni estremiste del mondo detto “arabo” non sono nate jihadiste. Hanno succhiato il latte dal biberon della Fatwa Valley, sorta di Vaticano islamista dove una grande industria produce teologi, leggi religiose, libri e politiche editoriali e mediatiche aggressive.
Si potrebbe controbattere: ma l'Arabia Saudita non è essa stessa un potenziale bersaglio del Daesh? Sì, ma insistere su questo punto significherebbe negare il peso dei legami tra la famiglia regnante e il clero religioso che ne assicura la stabilità e anche, sempre di più, la precarietà. La trappola è totale per questa famiglia reale che si aggrappa a una alleanza ancestrale tra re e predicatore. Il clero saudita produce l'islamismo che minaccia il paese, ma che assicura anche la legittimità del regime.

Propaganda contro l'Occidente
Bisogna vivere nel mondo musulmano per comprendere l'immenso potere di trasformazione delle reti televisive religiose sulla società attraverso i suoi anelli deboli: le famiglie, le donne, gli ambienti rurali. La cultura islamista è oggi generalizzata in molti paesi: Algeria, Marocco, Tunisia, Libia, Egitto, Mali, Mauritania. Vi si trovano migliaia di giornali e di reti televisive di stampo islamista - come Echourouk e Iqra - così come esponenti del clero che impongono la loro visione unica del mondo, della tradizione e dell'abbigliamento tanto nello spazio pubblico quanto sui testi legislativi e sui riti di una società che considerano contaminata.
Bisogna leggere certi giornali islamisti e le loro reazioni agli attentati di Parigi. Vi si parla dell'Occidente come luogo di “paesi empi”; gli attentati sono la conseguenza di attacchi all'islam; i musulmani e gli arabi sono diventati i nemici dei laici e degli ebrei. Si gioca sulle emozioni suscitate dalla questione palestinese, sulla violazione dell'Iraq e sul ricordo del trauma coloniale per eccitare le masse con un discorso messianico. Mentre questo discorso circola con insistenza nelle reti sociali, i poteri politici presentano le loro condoglianze alla Francia. Una situazione di schizofrenia totale, parallela alla negazione dell'Occidente nei confronti dell'Arabia Saudita.

Vuoti proclami contro il terrorismo
Ciò lascia scettici sulle dichiarazioni delle democrazie occidentali riguardo alla necessità di lottare contro il terrorismo Questa cosiddetta guerra è miope perché affronta l'effetto invece della causa. Poiché il Daesh è una cultura prima di essere una milizia, come impedire alle generazioni future di scivolare nel jihadismo quando non si è esaurito l'effetto della Fatwa Valley, del suo clero, della sua cultura e della sua immensa industria editoriale?
Guarire il male sarebbe dunque semplice? Probabilmente no. Il Daesh bianco dell'Arabia Saudita resta un alleato dell'Occidente nella partita a scacchi in Medio Oriente. Lo si preferisce all'Iran, il Daesh grigio. Questa è una trappola e sfocia in un equilibrio illusorio: si denuncia il jihadismo come il male del secolo, ma non ci si sofferma su ciò che l'ha creato e lo sostiene.

L'ombra della guerra in Iraq
Il Daesh ha una madre: l'invasione dell'Iraq. Ma ha anche un padre: l'Arabia Saudita e la sua industria ideologica. Se l'intervento occidentale ha fornito motivi ai disperati del mondo arabo, il regno saudita ha fornito loro credenze e convinzioni. Se non lo si comprende si perde la guerra pur vincendo qualche battaglia. Si uccideranno dei jihadisti, ma rinasceranno nelle prossime generazioni, nutriti dagli stessi libri. Gli attentati di Parigi rimettono sul banco questa contraddizione. Ma come dopo l'11 settembre, rischiamo di cancellarla dalle analisi e dalle coscienze. (fonte; trad. it. G.M.Schmitt/voceevangelica.ch)