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dalNumero 7 Luglio 2005
 
Ascoltare il bambino
Come genitori, siamo spesso convinti di dover “fare” e “dire” sempre qualcosa ai nostri bambini, per promuovere la loro educazione. Ma molte volte sarebbe più importante tacere e ascoltare.
(Rita Gay) L’ascolto non è qualcosa di passivo, ma è un momento essenziale per poter comunicare positivamente con l’altro: soprattutto con il bambino, che è particolarmente dotato della capacità di cogliere i segnali non verbali che fanno parte integrante della comunicazione. L’ascolto attento, empatico, desideroso di comprendere, è un momento di identificazione con l’altro e ci permette di cogliere le intenzioni, le motivazioni, le emozioni di chi ci sta parlando, e quindi di dire a nostra volta qualcosa che l’altro sarà in grado di comprendere e accettare: perciò saper ascoltare significa anche poter essere ascoltati.

Ascolto e identità
Ascoltare il bambino vuol dire riconoscere la sua identità, e quindi la sua dignità come soggetto diverso da noi ma in dialogo continuo con noi. Questo è molto importante poiché sappiamo che fin da piccolissimo il bambino esprime e “narra” se stesso: sollecitando così l’ascolto dei genitori e la loro innata capacità di “cure parentali”, che non sono rivolte soltanto al mantenimento del benessere materiale, ma soprattutto di quello psichico, emotivo e affettivo: cure che spettano non solo alla figura materna, ma, con altrettanta efficacia, a quella paterna. È proprio attraverso le espressioni di questo ascolto (fatto di sguardi, di sorrisi, di contatto…) che il bambino comincia a costruire la propria autostima e la propria identità. È proprio attraverso la comunicazione con i genitori che il bambino fin dai primi mesi di vita va costruendo il proprio “Sé”: un Sé unico, diverso da tutti gli altri, possessore di particolari caratteristiche, abilità, valori… e anche di limiti, difetti, fragilità: si costruisce cioè come soggetto (l’io) e come oggetto (il me), come colui che si narra, si esprime, si espone, e come colui che viene ascoltato, guidato, valorizzato.

Abbattere le barriere
Ci possono essere delle “barriere” all’ascolto. La barriera principale è quella di un ascolto fittizio, cioè di un ascolto che giudica già in partenza, che crede di sapere e di indovinare, anziché essere aperto alla scoperta del figlio come altro da sé e delle sue specificità. Oppure un ascolto che nega, disapprova o corregge emozioni e sensibilità espresse dal bambino, anziché aiutarlo a riconoscerle come proprie risorse. O ancora, un ascolto che parte dallo schema di valori proprio dell’adulto e lo sovrappone a quello tipico del bambino (o dell’adolescente), anziché lasciarsi condurre alla scoperta del mondo interno del figlio, delle sue fantasie ed esigenze più profonde.
Insomma, anche nella comunicazione col figlio l’ascolto autentico del genitore dovrebbe fondarsi sulla disponibilità a “riscoprire” il proprio figlio come se fosse veramente “altro”, a elaborare queste scoperte, ad accettare i cambiamenti che esse possono anche richiedere al nostro modo di comunicare con lui: a lasciarcene influenzare, a lasciarci cambiare.
Per concludere, voglio ricordare questo profondo pensiero espresso da Erikson nel suo libro “Introspezione e responsabilità” (1964): “Solo colui che avvicina l’altro con atteggiamento donativo, piuttosto che di pretesa o di richiesta, sarà in grado di fare dell’altro ciò che l’altro può diventare.”
È un vero monito per i genitori. I quali spesso pensano che il dono più grande che possono fare ai figli è la loro esperienza, la loro anzianità, il loro “saperne di più”. E dimenticano che il vero dono è la promessa, implicita nel fatto stesso di metterli al mondo, che apre un orizzonte d’amore nuovo e superiore ad ogni altro, la promessa di non dimenticare e non minimizzare mai la loro presenza, ma di considerarla un impegno per la vita. Un impegno per cui i genitori stessi possono lasciarsi guidare da un bimbo che sa di poter essere ascoltato.
 
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