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dalNumero 2 Febbraio 2010
Daria Lepori cartoonist per passione
Quando l’ironia colpisce nel segno
(Amanda Pfändler) Due massaie o due amiche che parlano fra loro e una bambina che la sera a letto prega. È con questi personaggi che Daria Lepori ci fa riflettere, anche con un sorriso, sulla nostra vita, sulla nostra società e su varie problematiche tipiche di questi tempi. Le sue vignette - pubblicate tra gli altri sul Diavolo, su Obiezione! (rivista del Gruppo per una svizzera senza esercito) e su il Dialogo (bimestrale delle Acli Svizzera) - sono un chiaro esempio di come ridere possa anche essere “una cosa seria”.

Lo humour è maschile?
Perché le sue vignette “funzionano”? Soprattutto perché c’è dello humour, e cioè “quella cosa che mi faceva arrabbiare quando ero piccola”, spiega Daria Lepori. “La mia famiglia è sempre stata caratterizzata per il suo humour un po’ cattivello. Mio zio in particolare lanciava certe frecciatine… Insomma, l’humour per me è sì far ridere, ma anche colpire nel segno”.
Quello delle vignette è un mondo quasi esclusivamente maschile: sono poche le donne che praticano questo mestiere, ma esiste uno humour specificamente femminile? “Probabilmente sì”, continua Lepori, “così come c’è lo humour ebreo, quello inglese, c’è sicuramente quello femminile. Io ho volutamente scelto dei personaggi femminili. Le donne hanno delle caratteristiche specifiche, che emergono dai personaggi e, ovviamente, da chi li fa parlare”.
Una sensibilità femminile può quindi portare a vignette che sollevino problematiche che gli uomini, intesi come maschi, comprendono in modo completamente diverso poiché non le vivono sulla propria pelle. Dalla maternità alla menopausa, dalla parità dei sessi a questioni gravi come la prostituzione o la violenza sulle donne, fino a temi specifici come il sacerdozio femminile.

Far ridere, perché?
In questo caso più che mai, la vignetta serve per dar voce a una parte più debole della società. Ma è questa la missione del vignettista? “Beh, innanzitutto il vignettista ha un posto privilegiato: spesso è in prima pagina, con uno spazio importante: è la prima cosa che i lettori guardano e leggono. Prima dell’editoriale si guarda la vignetta, che può già essere uno statement importantissimo. E il compito, del vignettista - oltre a far bene il proprio lavoro, a presentare delle vignette graffianti - è quello di trasmettere la sua visione del mondo, la sua critica alla società”.
Ma si può davvero fare dello humour su ogni aspetto della nostra società? Per esempio, si può ridere della fede? Della religione? Per Daria Lepori la risposta è senza ombra di dubbio sì: “La religione e la fede sono due aspetti della vita degli esseri umani e per questo si può fare dell’umorismo anche sul credo”. Persino su qualcosa di così serio? “Ovviamente c’è modo e modo di farlo. Fare dello humour religioso non significa ridicolizzare o disprezzare una fede, né prendere in giro le persone per quello che credono”. Ma c’è differenza allora fra ridere della propria fede o fare dell’umorismo sulle credenze degli altri? “È ovvio che se si vuol far sorridere e riflettere, la premessa è conoscere bene l’argomento. Perché lo spazio per una vignetta è non è molto, così come poche sono le parole che si possono usare. Occorre quindi essere molto pregnanti, e per esprimere in modo sintetico un argomento, bisogna conoscerlo bene”.

Limiti dello humour
Ci sono poi vignette che, così come le barzellette, non fanno né ridere né riflettere. E allora - spiega Lepori - il vignettista si pone dei limiti, una sorta di autocensura. “Più che dall’esterno, certe cose si sceglie da soli di non farle. Io personalmente quando disegno una vignetta non mi distanzio molto da quello che penso e non scarto molte idee perché non le ritengo appropriate. Mi è però capitato di pensare: No, questo va troppo oltre”.
Come il caso delle vignette danesi sul Profeta? Era satira quella? “Sì, lo era, anche se non facevano certo ridere, al limite riflettere. Io però non le avrei fatte, il soggetto era mal scelto e qualitativamente a mio avviso non erano belle vignette”. Quindi non si può fare dello humour sul terrorismo islamico? “Non dico questo. Ma io, piuttosto, pensando a Maometto e ai fondamentalisti, avrei disegnato una vignetta con il Profeta che si gratta la testa, sconcertato per quel che fanno i terroristi in nome dell’Islam”.

Humour come terapia
Lepori precisa come “il vignettista abbia fatto una fotografia di quella che era una sua visione del mondo. Una visione un po’ riduttiva e limitata”. E non ha pensato alle conseguenze: “Non so se abbia esercitato la famosa autocensura, se si sia chiesto cosa avrebbe potuto causare con queste vignette. Insomma, alla fine dei conti non so che bene abbia fatto”. La vignettista ticinese sottolinea come “questo ambito debba comunque avere una certa leggerezza. Deve sì essere una critica sociale, ma deve anche lasciare uno spiraglio alle altre opinioni. Quella del vignettista danese era invece una critica chiusa”. Daria Lepori conclude quindi: “Quelle vignette avuto senso se fossero nate all’interno nell’Islam. Il gioco interessante dell’umorismo non è attaccare gli altri ma ridere di noi stessi, delle nostre piccolezze, delle nostre frustrazioni, una sorta di terapia”.
 
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