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dalNumero 11 Novembre 2009
La pastora dei poliziotti
Una teologa evangelica al servizio di polizia, pompieri e soccorritori
(Paolo Tognina) Yvonne Waldboth è diventata cappellana della polizia zurighese dieci anni fa. Oggi la sua attività comprende anche la cura pastorale dei pompieri e dei soccorritori. Yvonne è dunque al servizio di una comunità di circa 5500 persone.

Come mai è diventata cappellana della polizia?
Non avevo intenzione di fare questo lavoro. Ho studiato teologia, sono stata pastora in una comunità, poi cappellana nelle carceri. Quando la polizia di Zurigo si è messa a cercare un cappellano, voleva una persona che avesse una formazione in campo etico e che conoscesse il mondo della criminalità e della delinquenza. Avendo lavorato nelle carceri, io corrispondevo a quel profilo. Il progetto era a tempo determinato, l’incarico inizialmente limitato al 25%. Mi sono detta: “Ci voglio provare”. È andata così!

Ma lei è impiegata della chiesa o della polizia?
Io sono impiegata dalla chiesa. Come pastora. Ma sono distaccata, per così dire, al servizio della polizia e dei soccorritori. Non sono impiegata dalla polizia. La polizia contribuisce al finanziamento di questo lavoro versando una certa somma alla chiesa.

Che cosa fa una cappellana della polizia, quali sono i suoi compiti?
Una buona parte del mio lavoro consiste nell’insegnamento: corsi di etica, corsi di perfezionamento nel campo dell’etica… e questo a tutti i gradi, dagli allievi agli ufficiali di polizia.
Poi mi occupo anche di cura pastorale, e questo significa parlare con le persone se ci sono delle crisi. Possono essere crisi legate al lavoro, sorte a causa di un intervento difficile, o provocate da contrasti. Ma ci sono anche crisi personali, legate alla sfera privata. Questi problemi ci sono anche tra gli agenti della polizia: la differenza forse è che in questo ambiente i conflitti sono più intensi perché si tratta di persone che vivono condizioni di forte stress e vivono molte esperienze negative.
Mi capita inoltre di celebrare anche matrimoni, funerali e battesimi. E alle volte delle comunità mi chiedono di parlare del mio lavoro, ai giovani ad esempio.

Di che cosa parla nei corsi di etica che tiene per gli aspiranti agenti di polizia?
Nei corsi parliamo dei diritti umani, come sono nati, su che cosa si basano, che cosa affermano. Inoltre c’è un’introduzione ad alcuni documenti, come il codice di comportamento della polizia, che i futuri agenti devono imparare a conoscere. Io preparo questi giovani a valutare il loro lavoro anche da un punto di vista etico. Per farlo trattiamo dei casi-modello. E discutiamo del modo in cui un’agente deve mettere in pratica le direttive etiche. Lo scopo è quello di insegnare loro ad agire in modo responsabile e ragionato, a non reagire sulla base delle emozioni, bensì seguendo precisi criteri.

Nel suo lavoro di accompagnamento della polizia, dei pompieri e dei soccorritori, lei svolge delle funzioni che sono simili a quelle di una psicologa: ad esempio, aiuta gli agenti a superare situazioni di stress. In che modo si differenzia la sua funzione da quella di una psicologa?
In parte faccio delle cose che fa anche una psicologa della polizia e di altri corpi di pronto intervento, è vero. E questo soprattutto nel campo degli interventi in caso di crisi. In questi casi faccio un lavoro simile a quello di una psicologa. Ma rimane il fatto che io ho un altro ruolo: sono e rimango una teologa. Nel mio lavoro è presente anche l’aspetto della fede: fa parte del mio ruolo, ed è legato alle mie convinzioni personali. Anche se non è la prima cosa di cui parlo, questo aspetto è sempre presente.

Quello della polizia è un mondo popolato soprattutto da uomini. Come si sente lei, donna, in questo ambiente? Non incontra degli ostacoli?
L’ambiente della polizia è sempre ancora un mondo fortemente maschile, è vero, anche se oggi ci sono parecchie donne. Le donne costituiscono circa il 20% degli effettivi. Nel mio ruolo di cappellana e di pastora, ritengo che il fatto di essere donna non sia uno svantaggio: al contrario, mi permette di porre delle domande, legate alla sfera emotiva, che forse sarebbe difficile porre se fossi un uomo. Dunque, l’essere una donna mi permette di aprire delle porte, di trovare più facilmente un accesso.

Quanto spesso si verificano situazioni di emergenza nel suo lavoro?
Incidenti gravi e casi d’emergenza si verificano con frequenza minore di quanto forse ci si possa immaginare. Se considero tutti gli anni del mio lavoro, devo dire che situazioni gravi, che ti costringono ad alzarti la notte per intervenire, si verificano non più di 4-5 volte l’anno. No, questo è un lavoro abbastanza tranquillo, fatto di molto ascolto, di incontri, di tanti colloqui. È importante saper ascoltare, individuare i problemi, agire con sensibilità, parlare con le persone. Alle volte sono io che devo andare verso gli agenti, loro non prendono l’iniziativa. Ma apprezzano il fatto che io sia disponibile a parlare con loro. Sanno che con me possono parlare liberamente e che io sono legata al segreto professionale.

Il fatto di lavorare nell’ambiente della polizia ha cambiato il suo modo di leggere la Bibbia e di predicare?
Direi di sì. Ho imparato a capire meglio molte delle cose che sono scritte nella Bibbia. Nella Bibbia ci sono molti racconti che parlano di violenza, di omicidio, di assassinio, di diversi crimini, di adulterio, di colpa e di pentimento. E di trasformazione. E di momenti difficili nella vita. Tutto questo lo vivo, nel mio lavoro con la polizia, in modo particolarmente intenso. La polizia è molto spesso confrontata con le zone d’ombra della vita. E anch’io lo sono, in quanto cappellana della polizia. E questo lascia il segno. Anche per quanto concerne il modo in cui leggo e capisco molti testi biblici. Oggi mi sembra di capirli meglio di prima.

Che cos’è per lei la violenza?
So che in ogni società è inevitabile che ci sia un certo grado di violenza. La questione importante è come questa viene incanalata. Ritengo che la violenza faccia semplicemente parte della vita: bisogna vedere dove questa può manifestarsi e dove dev’essere repressa. Non mi illudo che ci possa essere una vita priva di violenza. So che cosa sta scritto nella Bibbia. Occorre cercare di vivere una vita possibilmente libera dalla violenza. Dobbiamo cercare una via che ci permetta di evitare di ricorrere alla violenza, sapendo però che noi qui non potremo mai liberarcene completamente.
 
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