Quinto comandamento
Paolo de Petris
pastore della Chiesa evangelica riformata di Bellinzona
Chiesa di Bellinzona
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Onora tuo padre e tua madre, affinché i tuoi giorni siano prolungati sulla terra che il Signore, il tuo Dio ti da.
Il fatto che questo comandamento compaia all’inizio della seconda tavola, quella riguardante gli obblighi nei confronti del prossimo, non ha niente a che vedere con ragioni di importanza, ma con una motivazione che chiamerei di carattere logico cronologico. Provate a riflettere: Quali sono le prime persone con le quali l’essere umano viene a contatto appena nasce? Nella stragrande maggioranza dei casi appunto i suoi genitori. Ed è per questo motivo che il decalogo dovendo affrontare il problema di quelli che devono essere i doveri dell’uomo nei confronti del prossimo, parte appunto dal padre e dalla madre che sono il prossimo più immediato e vicino dell’essere umano. “Onora tuo padre e tua madre”, viene detto. Ma che cosa vuol esattamente la parola “onore”?
In ebraico il termine usato è “kabod”, che vuol dire “attribuire peso”. In altre parole onorare il padre e la madre, significa non tanto o non soltanto onorare i genitori dal punto di vista formale, ma attribuire loro il peso e l’importanza ai quali hanno diritto, sia in qualità di genitori, cioè di coloro che ci hanno trasmesso la vita, sia in qualità di responsabili della nostra educazione dal punto di vista materiale e spirituale.
L’autorità del padre e della madre non è il potere di esercitare e di imporre puramente e semplicemente la propria volontà, non importa per che cosa e per quale fine. Se cosi fosse si sarebbe in presenza di una vera e propria dittatura in ambito domestico.
Al contrario l’autorità del padre e della madre, che il quinto comandamento impone è un’autorità in termini soprattutto di carattere morale e spirituale, non nel senso che i figli devono sottomettersi dal punto di vista esteriore e formale ai loro genitori, come se i genitori per il solo fatto di esseri genitori avessero sempre e comunque ragione, ma che i figli hanno il dovere di riconoscere che i genitori hanno qualcosa da trasmettere loro, in termini di esperienze di vita vissuta e sopratutto in termini di consigli, di suggerimenti e di indicazioni.
Nessuno di noi nasce, infatti, in un vuoto, ma all’interno di un determinato contesto storico , sociale e culturale. Onorare il proprio padre e la propria madre consiste dunque nel riconoscere il peso dei loro insegnamenti e il valore dei loro consigli.
So di camminare su un campo minato, in quanto in questa materia due tentazioni sono sempre in agguato.
Da una parte la tentazione di concepire l’autorità dei genitori sui figli in termini assolutamente formali. Mio figlio mi deve obbedire, punto e basta, chissà quante volte questa frase è stata ripetuta per giustificare un tipo di obbedienza cieca, molto più vicina a quella militare. che a quella di un genitore cristiano che dovrebbe avere come modello Gesù Cristo che non è venuto per essere servito, ma per servire.
Dall’altra la tentazione di esautorare praticamente i genitori da qualsiasi diritto di intervenire nell’educazione dei loro figli.
Io penso che ambedue queste tentazioni possano essere evitate, riconoscendo da una parte ai genitori il peso e l’importanza che essi devono avere all’interno della famiglia, in termini di guida e soprattutto di esempio, dall’altra riconoscendo ai figli il diritto di fare delle scelte magari diverse da quelle che i genitori desidererebbero.
Onora tuo padre e tua madre, si conclude dicendo “affinché i tuoi giorni siano prolungati sulla terra che il Signore, il tuo Dio ti da”.
Lo scopo del quinto comandamento non è altro che quello di garantire lo sviluppo equilibrato e il benessere di tutta la collettività. Una società, infatti, che non rispettasse i genitori, non sarebbe una società umana, ma profondamente disumana e crudele.
(questo testo è stato diffuso nell’ambito della rubrica “Tempo dello Spirito”, in onda ogni domenica, alle 8.05 ca., su RSI 2; ascoltalo o scaricalo in podcast)








