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Hans Ruh, per un’etica della finanza
09 novembre 08


Il crollo delle borse, la crisi finanziaria e il salvataggio miliardario delle banche sollevano molti interrogativi

L’esperto di etica Hans Ruh, ex direttore dell’Istituto di etica sociale di Zurigo, oggi forma i quadri dell’economia e presta consulenza alle aziende su questioni etiche. Teologo evangelico, il professor Ruh è il fondatore di Bluevalue, un fondo per investimenti eticamente sostenibili. Amanda Pfändler lo ha intervistato a proposito dell’attuale crisi finanziaria

Lei si aspettava questa crisi? Si poteva evitare?
Me l’aspettavo, sì, ma non pensavo sarebbe arrivata tanto presto, né che sarebbe stata così forte.

Quali sono stati, a suo avviso, gli errori che hanno portato alla situazione attuale? E chi li ha commessi?
Quello che è successo ha a che vedere con quella che si potrebbe chiamare “l’essenza del denaro”. Non dobbiamo analizzare solo le cause più evidenti dell’attuale crisi: occorre andare più a fondo. E chiederci ad esempio se l’uomo sia davvero in grado di usare il denaro. Già il filosofo Aristotele, vissuto 2500 anni fa, ha detto che il denaro è una cosa virtuale, che non conosce limiti. In virtù di questa sua caratteristica, esso spinge gli uomini a ritenere che anche la crescita possa essere illimitata. Il problema è che una persona può portarsi a casa venti milioni, ma non può mangiare venti pagnotte.
Oggi il denaro è presente in tutto il mondo, in quantità enormi, e pervade tutti gli ambiti. Ma a volte mi chiedo se l’uomo sia capace di utilizzare questo mezzo di scambio. Finora abbiamo vissuto in un mondo virtuale, un mondo fatto di denaro, un mondo che in realtà non esiste. Abbiamo un solo pianeta Terra a nostra disposizione, ma viviamo e consumiamo come se ne avessimo sette.
Direi che nella storia dell’umanità si può individuare una forte tendenza a “chiedere sempre di più”, a “volere cose sempre più grandi”, a “voler andare sempre più in fretta”. E tutto questo viene potenziato dalle possibilità virtuali offerte dal denaro. A questo si aggiunge poi l’avidità e, nel caso dell’attuale crisi, una “mentalità da casinò”: se penso al corso delle azioni – che un giorno salgono e il giorno dopo precipitano – non posso fare a meno di pensare che dietro le quinte siano all’opera degli speculatori. Ciò che trovo problematico, in tutto ciò, è in particolare il fatto che l’economia reale è in balia della speculazione e del denaro. E questo è molto pericoloso.

I governi di tutto l’Occidente sono corsi in aiuto delle banche in difficoltà, e questo per evitare disastrose ripercussioni sull’economia reale qualora queste dovessero fallire. Quali devono essere le condizioni che un governo deve porre a un istituto bancario in cambio di un aiuto statale?
Lo stato dovrebbe innanzitutto chiedersi se sia opportuno avere delle imprese di dimensioni enormi, il cui crollo può costituire una catastrofe per l’intero paese. Io credo che in futuro si dovrà favorire un certo spezzettamento, e dunque la costituzione di imprese più piccole. Anche da noi, in Svizzera, la dimensione raggiunta da certe imprese costituisce un rischio. Questa può essere una prima strategia: no a imprese troppo grandi – a meno che non siano assolutamente indispensabili – perché rappresentano un grave pericolo per l’economia di un paese.
La seconda strategia deve consistere nell’imporre determinate norme etiche e sociali. Penso ad esempio a un sistema salariale eticamente sostenibile; penso al rapporto che le imprese e le banche intrattengono con i loro clienti – e qui mi riferisco alla questione della trasparenza; penso infine al fatto che lo stato dovrebbe far applicare determinate norme etiche nella gestione delle imprese.

Nonostante gli aiuti statali le Borse continuano a crollare, perché?
Innanzitutto, direi che l’intervento a sostegno delle banche era necessario. E questo perché non ci possiamo permettere che l’UBS crolli: se l’UBS fosse costretta a chiudere, anche la Svizzera rischierebbe di dover chiudere! Da questo punto di vista, l’intervento è dunque stato corretto. Ma un simile aiuto può avere conseguenze molto diverse. Alcuni si chiedono: ma perché lo stato è costretto a intervenire? E concludono: se siamo arrivati a questo punto, le cose devono essere messe molto male! Dunque abbandonano l’UBS. Altri dicono: bene, è giusto che lo stato intervenga, è positivo. E concludono: possiamo avere fiducia nell’UBS. Il messaggio inviato dall’intervento dello stato è dunque, per così dire, ambivalente.
In secondo luogo, non bisogna dimenticare che la borsa ha poco a che vedere con considerazioni legate alla realtà, e molto con la psicologia. E se nella gente si insinua il tarlo del dubbio, non c’è nulla da fare, non c’è spiegazione che tenga: è impossibile fermare il panico. Ciò a cui abbiamo assistito negli ultimi tempi sono reazioni dettate dal panico. Molti erano coscienti del fatto che è sbagliato lasciarsi prendere dal panico, perché la conseguenza non può che essere un’ulteriore caduta. Ma ognuno, alla fine, ha pensato: si salvi chi può! Si tratta, ripeto, di reazioni di panico che hanno spiegazioni psicologiche, ma che non hanno nessun legame con l’economia reale. Tanto da disinteressarsi addirittura al fatto che un’impresa realizzi o meno degli utili.

Non crede che ciò che realmente serve perché la gente riacquisti fiducia, è che i responsabili dell’attuale crisi vengano puniti?
Non sono sicuro che ciò serva a qualcosa. Innanzitutto, le basi legali non sono molto chiare. E in secondo luogo, la situazione è incerta e la prospettiva è quella di lunghi processi, dall’esito difficilmente prevedibile. Dunque, non credo che ciò permetta di riportare la fiducia tra la gente.
Dobbiamo piuttosto sviluppare delle strategie per evitare che simili situazioni si ripetano. Certo, si possono lanciare appelli affinché i colpevoli della crisi restituiscano i soldi, ma credo che la fiducia debba essere ripristinata seguendo altre vie. Non mediante punizioni, dunque, ma ad esempio introducendo un nuovo diritto azionario, che conceda maggiori diritti agli azionisti. Ma in questo senso c’è ancora molta strada da fare. Oggi abbiamo infatti un diritto azionario che non riconosce quasi nessun potere ai singoli piccoli azionisti. Solo i grandi, le grandi banche hanno davvero peso… Io ritengo che si debba andare nella direzione di una democratizzazione dell’azionariato.

La crisi ha in fondo dimostrato che non esistono ‘i geni della finanza’, anzi. Sono quindi giustificati i maxi-salari e i super-bonus dei manager?
No, non sono per nulla giustificati. Non lo sono nemmeno da un punto di vista economico. Gli alti salari non hanno nulla a che vedere con il mercato. C’è chi dice che i salari sono determinati dalle leggi mercato, ma non è vero. I maxi-stipendi hanno invece a che fare con il potere di piccoli comitati che ne determinano l’importo. C’è una sorta di cartello mondiale di potere che garantisce, a una determinata classe, un certo tipo di salari. Tutto questo non ha però nessun rapporto col mercato.
E inoltre non è vero che gli alti stipendi abbiano la funzione di stimolare buone prestazioni. Anzi, si direbbe che stimolino il contrario e che servano a rafforzare una certa “mentalità da casinò”: quella che spinge a voler realizzare grossi guadagni in breve tempo, senza tenere conto dell’effettiva situazione economica delle imprese.
Sono del parere che gli stipendi debbano essere riportati entro limiti ragionevoli, ripensando tutta la questione della loro funzione di stimolo per buone prestazioni. Come ha detto il ministro tedesco delle finanze, un salario ragionevole potrebbe aggirarsi intorno ai 500’000 euro, cioè circa 750’000 franchi. Questo potrebbe essere il limite massimo per uno stipendio. Cifre più alte sono da considerare inaccettabili.

Crede che i governi e la finanza abbiano imparato la lezione?
Non ne sono sicuro. In qualche modo i governi mi sembrano incapaci di affrontare la crisi, non sanno come evolverà la situazione. E non hanno dei piani precisi. Ci sono anche esperti di banca piuttosto disorientati, che si limitano a ripetere che così come c’è stato un crollo, ci sarà anche una ripresa. Dunque, sono piuttosto scettico. In ogni modo, credo che i tempi sarebbero maturi per riflettere a fondo sul rapporto tra economia e Stato.

Non c’è il pericolo che possa arrivare, dopo una crisi dell’economia virtuale, una crisi dell’economia reale, visto che stiamo sfruttando le risorse naturali oltre il loro limite?
In realtà la crisi è programmata. Viviamo attualmente molto al di sopra delle nostre possibilità. Passeremo da una crisi all’altra finché non impareremo che dobbiamo ridurre e modificare il nostro livello di crescita e di consumi. Perché invece dello sviluppo economico non puntare sulla crescita spirituale e delle coscienze? Perché non sviluppare le relazioni umane e non investire in quel settore? Dobbiamo trovare nuovi ambiti in cui crescere e svilupparci. Solo così potremo scongiurare nuove crisi.

Si può dire che l’atteggiamento delle banche nei confronti del propri clienti, cui hanno venduto titoli che sapevano essere ad altissimo rischio, non è stato etico?
Certamente. Ma probabilmente, in molti casi, gli stessi consulenti non erano a conoscenza dei rischi legati a determinati investimenti. Credo che oggi dobbiamo sviluppare nuove riflessioni. Che cosa significa, ad esempio, integrare l’etica nell’economia finanziaria? Il settore finanziario non gradisce le regole imposte dallo Stato - e fino a un certo punto lo posso capire. Oggi questo settore deve però assumersi le sue responsabilità, integrare degli standard etici nei propri processi e dichiararlo pubblicamente, in modo trasparente. Ubs e Credito Svizzero, ad esempio, dovrebbero adottare un sistema di management etico. Il consiglio di amministrazione dovrebbe indicare quali sono gli obiettivi etici, così come le norme etiche nei rapporti con i clienti, con i fornitori, con gli investitori e nei confronti dell’ambiente. E tutto questo dovrebbe essere fissato, in modo chiaro e vincolante, in un progetto complessivo. A questo punto i grandi istituti finanziari dovrebbe essere giudicati e valutati in base ai loro standard etici (intervista a cura di Amanda Pfändler)




 
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