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Spaventati dalla democrazia
05 ottobre 11


Intervista al gesuita italiano Paolo Dall’Oglio, fondatore in Siria della comunità di Al-Khalil

Il gesuita italiano Paolo Dall’Oglio (nella foto) ha scelto di vivere in Siria dove ha fondato, una trentina d’anni fa, nel monastero di Mar Moussa, la comunità Al-Khalil. Mentre la Siria sprofonda nella crisi, vuole credere alla riconciliazione nazionale, e invita tutte le parti a fare la scelta della nonviolenza.

Come spiega la crisi che colpisce la Siria?
Il paese è in preda oggi a due forme di tensione. La prima è di natura culturale e generazionale. Una gran parte della popolazione siriana non vuole più vivere sotto una dittatura totalitaria. Ciò che era accettato o tollerato prima, non lo è più. La seconda tensione è di natura confessionale ed etica. Il regime siriano è costruito sulla dominazione assoluta della famiglia Al-Assad, che fa parte della minoranza alawita, associata alle altre minoranze del paese e a certi “clienti” sunniti, per motivi di natura economica e tribale. Coloro che detengono oggi il potere non sono disposti ad abbandonarlo. Ma la capacità di questo regime di andare fino in fondo a questa “logica di potere” supera tutti i limiti della ragionevolezza.

Perché i membri della comunità cristiana o sostengono il regime o restano neutrali?
I cristiani della Siria sono spaventati dalla democrazia, al punto che succede loro di accettare che vengano commessi atti totalmente contrari ai diritti umani. Questo si spiega con il ricordo della guerra civile in Libano, che ha colpito profondamente i cristiani della Siria, sia per l’esistenza di molti legami familiari tra i due paesi sia, più recentemente, per la volontà di certe potenze straniere di introdurre la democrazia in Iraq, che si è risolta con la persecuzione dei cristiani iracheni, che non hanno avuto altra scelta che l’esilio. Quindi, tanto in Libano che in Iraq, o anche in Egitto oggi, l’esperienza democratica si rivela disastrosa per i cristiani.

L’instaurazione della democrazia in Siria avrebbe necessariamente come conseguenza l’emarginazione dei cristiani, o il loro esilio?
È quello che molti credono! La democrazia non fa parte dell’eredità culturale dei cristiani della Siria. Non è mai esistita in seno alla Chiesa, che non funziona in modo democratico, così come non esiste nella famiglia, retta dal sistema patriarcale, e tanto meno a livello della società, che non l’ha mai conosciuta come tale. I cristiani sono confrontati ad una scelta difficile: si chiede loro di dar fiducia ad un sistema democratico di cui non conoscono niente, e nel quale rischiano di perdere tutto. Per questo motivo la maggioranza preferisce continuare a sostenere un regime che li protegge piuttosto che scommettere su dei valori oggi astratti e teorici.

I musulmani sono i primi a rivendicare l’instaurazione della democrazia in Siria e ad invocare la caduta del regime dittatoriale di Bachar Al-Assad...
Senza dubbio, ma per i musulmani di questo paese, la democrazia significa la fine della dittatura delle minoranze, e la ripresa in mano degli affari da parte della maggioranza sunnita, che oggi vive in una situazione molto simile a quella che conosceva la maggioranza sciita in Iraq al tempo di Saddam Hussein.

Esiste un sistema politico che sia adattabile alla complessità della società siriana?
Sì, si tratterebbe di un sistema nel quale non sarebbe la comunità di appartenenza a costituire l’elemento determinante, bensì la capacità - garantita dalla Costituzione - di obbligare tutte le componenti della società a cercare delle soluzioni di compromesso. È ciò che ho chiamato la “democrazia consensuale”, dove ogni decisione importante dovrebbe essere adottata con un ampio consenso, raccogliendo qualcosa come il 70% dei voti, e non con una maggioranza per un solo voto. In un tale sistema, il presidente della Repubblica dovrebbe avere un ruolo di arbitro e non di leader.

Bachar Al-Assad può ancora trasformarsi in arbitro, o è troppo tardi?
Restano poche speranze. Tuttavia, noi non vogliamo chiudere la porta al dialogo. Il regime può ancora fare la scelta di abbandonare la logica della violenza, accettando di perdere una parte del suo potere, se non vuole perdere tutto domani. Ma la scelta della non-violenza deve essere accettata da tutti. I manifestanti devono restare pacifici, e siamo contrari ad ogni forma di intervento militare straniero, così come condanniamo le sanzioni economiche, una violenza inflitta ai più poveri della società mentre risparmia i più ricchi.

C’è una speranza di rovesciare la tendenza alla repressione massiccia del regime?
Sarà difficile, perché la non-violenza non fa parte della cultura del paese. Abbiamo appena organizzato proprio qui una settimana di “riconciliazione”. Lanciamo anche un appello a tutti i movimenti pacifisti nel mondo, ad esempio il movimento mondiale degli scout o gli organismi internazionali di difesa dei diritti umani, affinché offrano la loro mediazione per permettere alle parti in conflitto di comunicare. Per vivere insieme domani, bisogna rispettare oggi la dignità dell’altro, in quanto essere umano, escludendo qualsiasi altra condizione (in “La Croix” del 3 ottobre 2011; intervista a cura di Julien Couturier; trad. it. finesettimana.org)


Cristiani in Siria al bivio (articolo di Amanda Pfändler)

 
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