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Sacro macello e profughi religiosi valtellinesi
Paolo Tognina

Il 1620 costituisce, nella storia dei rapporti tra Valtellina e Grigioni, una data tragica. Nel luglio di quell’anno fu perpetrata, da parte di bande armate cattoliche, una strage di protestanti passata alla storia col nome di “sacro macello”. Il massacro ebbe inizio a Tirano, nei giorni successivi furono investite Teglio, Sondrio, la val Malenco, Berbenno, Caspano, Traona e altre località. Anche nella bassa valle di Poschiavo, a Brusio, furono assassinati poco meno di 30 protestanti. Nel giro di pochi giorni caddero complessivamente diverse centinaia di protestanti. Con loro morirono anche alcuni cattolici, rei di avere tentato di opporsi all’eccidio.
Al massacro fece seguito l’invasione della Valtellina da parte degli spagnoli del ducato di Milano. L’arrivo degli spagnoli segnò, per i baliaggi meridionali delle Leghe retiche, l’inizio di un periodo assai turbolento. Le Leghe retiche recuperarono la Valtellina, Chiavenna e Bormio soltanto nel 1639.

Il massacro di Valtellina è da mettere in relazione con l’importanza strategica che il territorio dell’odierna provincia di Sondrio assunse, alla fine del Cinquecento e nella prima metà del Seicento, a causa di una particolare costellazione politica. La regione, nella quale già era in atto un progressivo degrado dei rapporti tra cattolici e riformati, divenne sempre più crocevia di contrastanti interessi internazionali. Veneziani, francesi e asburgo si contendevano il controllo dei valichi alpini e delle principali vie di comunicazione attraverso la Valtellina. Il destino della valle dell’Adda fu segnato allorquando essa venne a costituire il più breve corridoio tra i territori asburgici lombardi e austriaci e il potente casato ebbe urgente necessità di spostare truppe e rifornimenti verso il Tirolo e le regioni dell’Europa centrale coinvolte nel conflitto continentale. A quel punto le tensioni accumulate e i nodi irrisolti, compreso quello della convivenza tra diverse confessioni, concorsero a creare una miscela esplosiva che aprì il passo all’invasione spagnola.

Il massacro dei protestanti valtellinesi provocò un notevole esodo di profughi verso il territorio delle Leghe retiche e verso i cantoni protestanti svizzeri. Molti ripararono nella vicina Engadina e nella regione di Coira. Altri raggiunsero San Gallo, Glarona, Basilea, Berna, Sciaffusa e Ginevra. La città di Zurigo accolse circa 250 profughi provenienti dalla Valtellina e da Chiavenna. Alcuni profughi trovarono rifugio in Moravia, altri a Berlino, non pochi raggiunsero l’Olanda; un certo numero di esuli si stabilì nel Palatinato, in particolare nella città di Bretten e nel suo circondario.
Nella storia di numerose famiglie valtellinesi e chiavennasche, divise al proprio interno a motivo della diversa scelta confessionale, il 1620 costituì una profonda cesura. Un chiaro esempio di tale frattura si riscontra nella famiglia Paravicini: a essa appartenevano Giovanni Maria e Antonio Maria, due tra i principali capi dell’azione antiprotestante del 1620; nel contempo tra i Paravicini riformati il «sacro macello» provocò almeno 16 morti. Tra gli esuli riparati a nord delle Alpi figurano membri delle famiglie Paravicini, Cattaneo, Gilardoni, Caratti, Mingardini, Chiesa, Battista, Bardella, Costa, Donati, Formenti, Gatti, Gottardini, Venosta, Pagano, Giacomelli, Peri, Guicciardini, Malacrida, Pellizzari, Pestalozza e parecchie altre ancora.

La famiglia che pagò il più alto tributo di vite, nel corso del massacro del 1620, fu con ogni probabilità quella dei Paravicini. Quei rami della famiglia che erano passati alla Riforma scontarono allora con la morte o con l’esilio la propria scelta.
Tra i membri riformati della famiglia Paravicini, merita particolare menzione Vincenzo Paravicino, autore di una dettagliata cronaca dell’eccidio valtellinese tradotta anche in tedesco. Nato a Traona nel 1595, scampò al massacro, riuscì a mettersi in salvo e raggiunse Zurigo. Nella città sulla Limmat si prodigò per i rifugiati evangelici e scrisse, nel 1621, una “Vera narrazione del massacro di Valtellina”. Stando a quella cronaca, 16 persone appartenenti alla famiglia Paravicini furono uccise e altre 55 trovarono scampo riparando a Zurigo.
Vincenzo Paravicino svolse varie attività diplomatiche e politiche con l’appoggio benevolo delle autorità religiose e di governo di Zurigo. Trasferitosi in Val Bregaglia, nel 1632, prima come pastore di Castasegna e poi anche di Bondo, fu in contatto con il duca di Rohan, che lo prese come suo consigliere religioso negli affari valtellinesi. L’attività di Vincenzo Paravicino faceva parte di un disegno del duca di Rohan di reintrodurre il culto riformato in Valtellina, disegno al quale partecipò la compagnia dei pastori di Ginevra e in particolare il traduttore della Bibbia Jean Diodati. Nel 1654 Paravicino si trasferì a Coira dove svolse l’attività di insegnante fino al 1657. Successivamente, dal 1657 fino alla morte, sopraggiunta nel 1678, fu rettore della scuola latina di Coira. Anche in questa attività non smise di occuparsi delle “povere greggi della Valtellina”. Infatti a Coira, accanto all’impegno di rettore della scuola latina, fondò una comunità riformata di lingua italiana, di cui fu per molti anni il pastore.
I discendenti di Vincenzo Paravicino si stabilirono a Basilea, dove acquisirono la cittadinanza nel 1695. Membri di quella famiglia entrarono a far parte del Gran Consiglio basilese nel 1769 e, due anni più tardi, anche del Piccolo Consiglio.
Venturino Paravicini, con ogni probabilità fratello di Vincenzo, riparato pure lui a Zurigo, divenne pastore della comunità evangelica di lingua italiana di quella città nel 1623. Si dedicò senza posa alla cura dei profughi religiosi e compì viaggi in Olanda e a Londra allo scopo di raccogliere fondi mediante i quali aiutare gli esuli valtellinesi. Suo figlio Caspar (1631-1691) fu pastore della chiesa riformata di Groenenbach, nella regione di Kempten, dove risiedeva una numerosa comunità di emigrati zurighesi. Il figlio di Caspar, Johann Caspar (1675-1759), diede origine al ramo berlinese dei Paravicini, specializzato nell’arte del ricamo in argento e oro e, più tardi, della conceria.
Paravicino e Prospero Paravicini, figli di Petronio, ucciso nel 1620, si stabilirono in Moravia. Il maggiore, Paravicino, ritornò in seguito in Valtellina, dove aveva lasciato i figli. Il minore, Prospero, rimasto in Moravia, acquistò delle proprietà a Ziadowitz e a Kelcan. I suoi figli si stabilirono nella vicina Stressnitz, dove la presenza della famiglia Paravicini è attestata almeno fino alla fine della prima guerra mondiale. Tra i discendenti di Prospero Paravicini figura Edmund Julius von Paravicini (1836-1937), ricordato per le ricerche genealogiche sulla famiglia Paravicini.
Altri Paravicini si stabilirono a Glarona, dove furono annoverati, a partire dal 1680, tra le principali famiglie del cantone. Altri ancora - e di questi torneremo a parlare - si stabilirono nel Palatinato, in particolare a Bretten.

Nel caso dei valtellinesi e dei chiavennaschi non si ripeté, a Zurigo, quanto era avvenuto, una sessantina d’anni prima, con i profughi evangelici di Locarno. Quelli poterono rimanere e integrarsi nella vita della città, mentre questi furono costretti a ripartire. Nel luglio del 1625 il Consiglio di Zurigo annunciò che i valtellinesi «forti e sani» dovevano lasciare la città e «rientrare nella loro patria». Solo ai malati e ai vecchi fu concesso di rimanere e furono assicurate le cure necessarie. La città, che aveva accolto anche profughi provenienti dall’Engadina e dalla Prettigovia invase dagli austriaci, ricorse a misure drastiche per limitare il numero di esuli. Nell’elenco degli abitanti si trovavano, nel 1671, ad eccezione delle donne sposate a cittadini zurighesi, solo tre esuli valtellinesi: Angela Ronca e le sorelle Caterina e Maddalena Caratti.
Il rientro in patria si rivelò, per valtellinesi e chiavennaschi, un’impresa quasi impossibile. Fino al 1639 la Valtellina e Chiavenna rimasero in mano agli spagnoli. Più tardi il Capitolato di Milano escluse la possibilità di celebrarvi il culto riformato e vietò, a persone di confessione protestante, di risiedere in quei territori. Soltanto gli evangelici valtellinesi che avevano delle proprietà nella valle potevano soggiornarvi, ma non più a lungo di due mesi l’anno. Date queste condizioni ai profughi non rimase spesso altra scelta che cercare rifugio altrove. Molti di loro si fermarono nei Grigioni, a San Gallo o a Basilea, altri si diressero verso la Germania meridionale.

Nel “sacro macello” del 1620, oltre a numerosi Paravicini, morirono anche alcuni membri della famiglia Cattani. A Tirano, oltre a Maffeo Cattaneo, cattolico reo di avere aiutato il cancelliere Michele Lazzaroni nel suo tentativo di fuga, fu ucciso Gian Andrea Cattani, riformato. Maffeo Cattaneo era cognato del Lazzaroni, Gian Andrea Cattani suo nipote. Tutti e tre erano di Teglio. E proprio a Teglio, il giorno seguente furono uccisi, nella chiesa di S. Orsola, Benedetto Cattaneo e i suoi due figli, Giovan Pietro e Giovan Martire. E un giovane di Teglio, Vincenzo Cattaneo, fu ucciso lungo la strada, a Boffetto.
Tra i Cattani riformati scampati all’eccidio si trovava la moglie del pastore di Traona Alessandro Blasio, arrestato mentre fuggiva attraverso il passo di Panix, tradotto a Innsbruck e ucciso nel 1622. La vedova di Blasio, Maddalena Cattani di Teglio, con una figlia di pochi mesi, si rifugiò a Zurigo. Leonardo Cattaneo di Tirano fuggì invece dapprima a Celerina, in Engadina, e quindi a Coira. Un altro Cattaneo di Tirano, figlio di Leonardo, Giovanni Pietro, nato nell’esilio engadinese di Celerina, si stabilì a Bretten nel Palatinato. E un Leonardo Cattaneo, cappellaio, di Celerina (forse un fratello di Giovanni Pietro) morì a Sinsheim, nel Palatinato, nel 1691.

La guerra dei trent’anni e le carestie e le pestilenze che l’avevano accompagnata, avevano spazzato via i nove decimi della popolazione del Kraichgau, nel Palatinato. La necessità di ripopolare il territorio spinse il principe Karl Ludwig a emanare, nel 1648, un editto col quale si promettevano libertà e sgravi economici a tutti quelli che vi si sarebbero stabiliti. All’editto fece seguito un flusso di immigranti che non si esaurì prima del 1675. Tra gli immigrati figurarono oltre 1700 svizzeri (senza contare i membri delle famiglie), la maggior parte dei quali si stabilì nella città di Bretten. Tra di essi compare anche un piccolo gruppo di valtellinesi.
C’era Giovanni Pietro Cattaneo, il quale, dopo aver studiato a San Gallo e sostenuto gli esami a Heidelberg, divenne diacono a Bretten e pastore a Ricklingen. Nel Palatinato sposò, nel 1652, in prime nozze, Elisabetta Paravicin de Paravicin de Capellis, di Caspano, in Valtellina. Rimasto vedovo, si risposò, nel 1669, con Laudemia Paravicini, figlia di Venturino Paravicini e vedova di Giovanni Andrea a Costa, pastore e professore di teologia a Zurigo, figlio di Leonardo a Costa di Tirano. Con Giovanni Pietro Cattaneo arrivarono a Bretten anche la sorella Barbara e il fratello Egidio. Della piccola colonia valtellinese facevano inoltre parte Giovanni Gilardoni, di Sondrio, conciatore, con la moglie Barbara Stampa e cinque figli; Gian Andrea Landolfi, con la moglie Ludovica Marliani e tre figli; Bartolomeo Paravicini; Giosuè Marliniari, con moglie e due figli; Giovanni Pagani, di Traona, sposatosi a Bretten, con tre figli; Giovanni Battista de Paravicini, con la moglie e sei figli; Paravicino de Paravicini de Capellis, detto Paniga, di Caspano, marito di Magdalena Paravicini, con quattro figli (uno di questi fu Pietro Paolo Paravicini, che ritornò in Svizzera, a Glarona; suo figlio Bartholomäus divenne landfogto di Werdenberg nel 1688); Giovanni Pecoraro, di Sondrio, conciatore; Egidio Venosta (successivamente rientrato in Valtellina) con la moglie Caterina, morta a Bretten.
Tra i valtellinesi giunti a Bretten, i Gillardon, i Paravicini, i Pagano e i Pecoraro riuscirono ben presto a inserirsi tra le famiglie altolocate non solo del circondario, ma del Palatinato. I Paravicini, osti e albergatori a Bretten, proprietari del “Cigno d’oro” (il cui nome ricorda l’animale presente nello stemma della famiglia) e del “Corona”, diedero alla città pure numerosi consiglieri. Un discendente degli esuli giunti a Bretten a metà del Seicento, Ludwig Paravicini (1811-1878), fu deputato al Reichstag tedesco. I Gillardon e i Pecoraro, conciatori, diedero un notevole impulso all’artigianato del cuoio di Bretten.
I membri della piccola colonia valtellinese non giunsero nel Palatinato privi di mezzi. Prova ne è che nessuno di loro figura nella lunga lista dei poveri di Bretten, stilata negli anni ‘50 e ‘60 del Seicento. Fu inoltre con ogni probabilità uno di loro a pagare in contanti, nell’estate 1654, tra lo stupore generale, 3900 Gulden per l’acquisto di una tenuta nel circondario di Bretten. In particolare la famiglia Paravicini conservò, nel tempo, una condizione di notevole agiatezza. Nell’aprile del 1848, in occasione dell’elezione dei membri elettori dell’assemblea nazionale tedesca, risultò che l’economo Wilhelm Paravicini e l’ufficiale postale Louis Paravicini erano ai primi due posti nella lista, stilata in base al reddito imponibile, dei cittadini più ricchi di Bretten.


Bibliografia
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R.W. STAUDT, Zur Geschichte der Paravicini, Zürich, 1950, pp. 159-167.

 Vera narrazione del massacro di Valtellina, di Vincenzo Paravicino (1621)

Link: Brusio 1600. Una predica contro l'astrologia
 
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