Henry Dunant (1828-1910), figlio del Risveglio
(Giorgio Bouchard) Henry Dunant (1828-1910) è un uomo che è stato, prima, ingiustamente dimenticato, e poi (oggi) ricordato senza alcuna allusione al fatto che egli fosse, per tutta la vita, un evangelico convinto. All’origine della vicenda umana e spirituale di Henry Dunant c’è infatti il Risveglio. Nella chiesa ginevrina, dominata da uno scetticismo che aveva dato fastidio perfino a Rousseau, nei primi decenni dell’Ottocento esplode un movimento simile al metodismo inglese: è la “religione del cuore”, innestata su una robusta radice calvinista.
Fede e affari
Henry Dunant nasce in una famiglia di ceto medio-alto, profondamente influenzata da questo Risveglio: fin da bambino imparerà ad amare la Bibbia (soprattutto il profeta Daniele), ma anche ad amare il prossimo sofferente, a cominciare dai carcerati: “mi occupavo dei feriti della pace prima di occuparmi dei feriti della guerra”, dirà nelle sue Memorie. La sua fede si colloca però subito in una dimensione internazionale: le Unions Chrétiennes des Jeunes Gens, ramo francofono dell’Ymca, che era nata proprio in quegli anni, in Inghilterra.
Giovane di grande fede, Dunant ha però anche qualcosa dell’avventuriero: è favorevole a Napoleone III e guarda con interesse all’espansione coloniale in Algeria. Funzionario di una banca svizzera presente “sul terreno”, ben presto si mette in proprio, acquista un mulino, ottiene una piccola concessione dal governo francese e lancia ogni sorta di iniziativa per salvare la sua impresa: invano.
Viaggio in Italia
Premuto da queste preoccupazioni, decide di andare a parlare personalmente a Napoleone III: ma l’“Imperatore dei Francesi” si trova in Italia a condurre con i piemontesi la “seconda guerra d’Indipendenza”: ha già battuto gli austriaci a Magenta e ora si appresta ad affrontare la difficile battaglia di Solferino (1859). Ed è proprio a Solferino che Dunant va a cercarlo. Ma qui, improvvisa, lo raggiunge una chiamata: il campo di battaglia è pieno di morti e di feriti (40'000): bisogna seppellire gli uni e soccorrere gli altri. Sono francesi, piemontesi, austriaci, ungheresi: che differenza fa? Sono uomini che hanno combattuto valorosamente e ora sono abbandonati dai loro capi: bisogna provvedere. E Dunant lo fa, aiutato dalla popolazione locale. Da lontano, lo appoggia anche un amico valdese, il dottor Louis Appia, fratello del più noto pastore e teologo Georges.
Memorie di Solferino
Fatto il suo dovere, Dunant torna a Ginevra a occuparsi (invano) dei suoi affari: in mezzo a mille tormenti, nel 1862 scrive Un souvenir de Solferino. Si sente “ispirato dal soffio di Dio” e più tardi scriverà: “Avevo il senso di una intuizione confusa, ma profonda, che il mio lavoro era strumento della volontà di Dio”. E così era.
Il suo bel libro fa il giro del mondo, le sue proposte cominciano a essere prese sul serio da credenti e da laici, da gente modesta e da capi di governo. Comincia, lento ma inarrestabile, il processo che condurrà alla creazione della Croce Rossa internazionale. Gli scopi dell’associazione saranno quelli indicati da Dunant: status di neutralità per i feriti e per tutti quelli che li curano, la croce rossa in campo bianco come simbolo, la graduale creazione di una rete di accordi internazionali che impegnino gli Stati e i governi.
Successo e fallimento
Dunant ha dunque realizzato quella che fin dall’inizio aveva considerato (giustamente) una vocazione divina. Meno felice la sua vita di imprenditore: per salvare a ogni costo la sua azienda algerina, Dunant ha costruito un sistema complicato di partecipazioni che vede coinvolto in prima linea il Crédit genevois, una banca amministrata dai suoi dirigenti in modo un pochino alegro. Il risultato è che la banca fallisce. Le iniziative di Dunant sono solo una delle cause di questo fallimento, ma la personalità di Dunant si presta troppo bene a fungere da capro espiatorio. Ne segue un processo disastroso che avrà un duplice risultato: la fine delle spericolate iniziative algerine e l’estromissione di Dunant dalla Croce Rossa. Il suo amico Gustave Moynier lo costringe a dimettersi da segretario generale e anche da membro del Comitato internazionale della Croce Rossa. Per quarant’anni (1870-1910) Moynier guiderà la Croce Rossa con grande efficacia, ma anche con estrema durezza (verso l’ex amico).
Declino e oblio
Quanto a Dunant, deve nascondersi dai creditori e cercare qualche modo per sbarcare il lunario: riuscirà nella prima impresa, ma fallirà nella seconda. Per quarant’anni vivrà ramingo in Europa, svolgerà azioni di soccorso nella Parigi assediata del 1870-71, poi finirà nell’ospedale di un paesino svizzero sito vicino al lago di Costanza (Heiden). Soffre di depressione, di manie di persecuzione (ritiene che i gesuiti lo vogliano “far fuori”, e tuttavia chiede a Leone XIII di farsi promotore di arbitrati internazionali), scrive le sue memorie e studia di nuovo il profeta Daniele (che lo aiuta a prevedere un avvenire catastrofico per l’Europa), e trova anche il tempo di redigere una bella confessione di fede.
Non un santo, ma un testimone
Lentamente, però, si mette in moto il meccanismo della riabilitazione: intellettuali tedeschi si interessano a lui. Gustave Ador, nipote e successore di Moynier, ammette che lo zio è stato troppo duro con lui, e di colpo arriva la grande sorpresa: nel 1901 Dunant è Premio Nobel per la pace: un premio davvero meritato, ma che arriva troppo tardi. Dunant è amareggiato, ce l’ha con le chiese, che considera delle “botteghe di Stato”. Quando muore, si fa cremare e non vuole che nessuno parli al suo funerale.
Solo nel 1928 (sempre per opera di Gustave Ador) sarà pienamente riabilitato dalla Croce Rossa, che intanto è diventata quella grande organizzazione che tutti conosciamo: un’istituzione laica, nata dalla fede di un uomo che disse di sé: “Sono un discepolo di Cristo come quelli del primo secolo, ma nulla di più”. Non un santo, ma certamente un testimone.
(Giorgio Bouchard) Henry Dunant (1828-1910) è un uomo che è stato, prima, ingiustamente dimenticato, e poi (oggi) ricordato senza alcuna allusione al fatto che egli fosse, per tutta la vita, un evangelico convinto. All’origine della vicenda umana e spirituale di Henry Dunant c’è infatti il Risveglio. Nella chiesa ginevrina, dominata da uno scetticismo che aveva dato fastidio perfino a Rousseau, nei primi decenni dell’Ottocento esplode un movimento simile al metodismo inglese: è la “religione del cuore”, innestata su una robusta radice calvinista.
Fede e affari
Henry Dunant nasce in una famiglia di ceto medio-alto, profondamente influenzata da questo Risveglio: fin da bambino imparerà ad amare la Bibbia (soprattutto il profeta Daniele), ma anche ad amare il prossimo sofferente, a cominciare dai carcerati: “mi occupavo dei feriti della pace prima di occuparmi dei feriti della guerra”, dirà nelle sue Memorie. La sua fede si colloca però subito in una dimensione internazionale: le Unions Chrétiennes des Jeunes Gens, ramo francofono dell’Ymca, che era nata proprio in quegli anni, in Inghilterra.
Giovane di grande fede, Dunant ha però anche qualcosa dell’avventuriero: è favorevole a Napoleone III e guarda con interesse all’espansione coloniale in Algeria. Funzionario di una banca svizzera presente “sul terreno”, ben presto si mette in proprio, acquista un mulino, ottiene una piccola concessione dal governo francese e lancia ogni sorta di iniziativa per salvare la sua impresa: invano.
Viaggio in Italia
Premuto da queste preoccupazioni, decide di andare a parlare personalmente a Napoleone III: ma l’“Imperatore dei Francesi” si trova in Italia a condurre con i piemontesi la “seconda guerra d’Indipendenza”: ha già battuto gli austriaci a Magenta e ora si appresta ad affrontare la difficile battaglia di Solferino (1859). Ed è proprio a Solferino che Dunant va a cercarlo. Ma qui, improvvisa, lo raggiunge una chiamata: il campo di battaglia è pieno di morti e di feriti (40'000): bisogna seppellire gli uni e soccorrere gli altri. Sono francesi, piemontesi, austriaci, ungheresi: che differenza fa? Sono uomini che hanno combattuto valorosamente e ora sono abbandonati dai loro capi: bisogna provvedere. E Dunant lo fa, aiutato dalla popolazione locale. Da lontano, lo appoggia anche un amico valdese, il dottor Louis Appia, fratello del più noto pastore e teologo Georges.
Memorie di Solferino
Fatto il suo dovere, Dunant torna a Ginevra a occuparsi (invano) dei suoi affari: in mezzo a mille tormenti, nel 1862 scrive Un souvenir de Solferino. Si sente “ispirato dal soffio di Dio” e più tardi scriverà: “Avevo il senso di una intuizione confusa, ma profonda, che il mio lavoro era strumento della volontà di Dio”. E così era.
Il suo bel libro fa il giro del mondo, le sue proposte cominciano a essere prese sul serio da credenti e da laici, da gente modesta e da capi di governo. Comincia, lento ma inarrestabile, il processo che condurrà alla creazione della Croce Rossa internazionale. Gli scopi dell’associazione saranno quelli indicati da Dunant: status di neutralità per i feriti e per tutti quelli che li curano, la croce rossa in campo bianco come simbolo, la graduale creazione di una rete di accordi internazionali che impegnino gli Stati e i governi.
Successo e fallimento
Dunant ha dunque realizzato quella che fin dall’inizio aveva considerato (giustamente) una vocazione divina. Meno felice la sua vita di imprenditore: per salvare a ogni costo la sua azienda algerina, Dunant ha costruito un sistema complicato di partecipazioni che vede coinvolto in prima linea il Crédit genevois, una banca amministrata dai suoi dirigenti in modo un pochino alegro. Il risultato è che la banca fallisce. Le iniziative di Dunant sono solo una delle cause di questo fallimento, ma la personalità di Dunant si presta troppo bene a fungere da capro espiatorio. Ne segue un processo disastroso che avrà un duplice risultato: la fine delle spericolate iniziative algerine e l’estromissione di Dunant dalla Croce Rossa. Il suo amico Gustave Moynier lo costringe a dimettersi da segretario generale e anche da membro del Comitato internazionale della Croce Rossa. Per quarant’anni (1870-1910) Moynier guiderà la Croce Rossa con grande efficacia, ma anche con estrema durezza (verso l’ex amico).
Declino e oblio
Quanto a Dunant, deve nascondersi dai creditori e cercare qualche modo per sbarcare il lunario: riuscirà nella prima impresa, ma fallirà nella seconda. Per quarant’anni vivrà ramingo in Europa, svolgerà azioni di soccorso nella Parigi assediata del 1870-71, poi finirà nell’ospedale di un paesino svizzero sito vicino al lago di Costanza (Heiden). Soffre di depressione, di manie di persecuzione (ritiene che i gesuiti lo vogliano “far fuori”, e tuttavia chiede a Leone XIII di farsi promotore di arbitrati internazionali), scrive le sue memorie e studia di nuovo il profeta Daniele (che lo aiuta a prevedere un avvenire catastrofico per l’Europa), e trova anche il tempo di redigere una bella confessione di fede.
Non un santo, ma un testimone
Lentamente, però, si mette in moto il meccanismo della riabilitazione: intellettuali tedeschi si interessano a lui. Gustave Ador, nipote e successore di Moynier, ammette che lo zio è stato troppo duro con lui, e di colpo arriva la grande sorpresa: nel 1901 Dunant è Premio Nobel per la pace: un premio davvero meritato, ma che arriva troppo tardi. Dunant è amareggiato, ce l’ha con le chiese, che considera delle “botteghe di Stato”. Quando muore, si fa cremare e non vuole che nessuno parli al suo funerale.
Solo nel 1928 (sempre per opera di Gustave Ador) sarà pienamente riabilitato dalla Croce Rossa, che intanto è diventata quella grande organizzazione che tutti conosciamo: un’istituzione laica, nata dalla fede di un uomo che disse di sé: “Sono un discepolo di Cristo come quelli del primo secolo, ma nulla di più”. Non un santo, ma certamente un testimone.
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